La grande torta … dell’archeologia romana …

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il preside con lo zainetto …
che non resiste alla tentazione …

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i committenti …

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il “vero” vincitore …
con un suo ammiratore …

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il progetto vincitore che …
piuttosto che la quota archeologica …
sembra privilegiare la “quota” Meier …

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l’utile “maniglione-finestra” di Franco Purini che, questa volta …
sembra averla fatta ancora più grossa del solito …

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Intercapedini 666

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Nova erigere vetera servare 753

nota a margine: … al di là della dannosa inutilità dell’intera vicenda Ara Pacis (affaire Meier e conseguente tragicomico concorso – peggio il rimedio del male …) tra i progetti presentati, pur nella loro diametralità metodologica, “Intercapedini 666”, presentato dal gruppo di Josè Ignacio Linazasoro e “Nova erigere vetera servare 753”, presentato dal gruppo di Salvador Perez Arroyo, ci sono sembrati i più convincenti, interessanti e sofisticati … il primo che ha centrato senza sbavature il senso della pur discutibile gara e il secondo a favore del quale giocava anche uno splendido plastico, l’unico capace di esprimere “criticamente” (evitando il diffuso e prevalente effetto-presepe) le intenzioni dei progettisti …

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19 risposte a La grande torta … dell’archeologia romana …

  1. luca rijtano ha detto:

    a me la prospettiva a volo d’uccello a mano libera di cellini m’è piaciuta… con quelle due cordonate che si fronteggiano… certo, se si fossero ricordati di progettare anche il resto della piazza… magari facendo il giardino alla quota archeologica… allora avremmo avuto il progetto linazasoro con le scalinate un po’ più scenografiche…

    p.s. a proposito del progetto purini: più che il “maniglione”, come lo chiama il titolare di questo blog, che può essere interpretato anche come supremo atto teppistico verso meier, di cui lascia libera solo la vetrata e l’ara, quello che mi ha più turbato è quel sistema di cortili e ambienti aperti-chiusi attraverso il quale si accede alla quota archeologica.

  2. isabella guarini ha detto:

    Visitando i siti dei concorsi d’architettura e dei risultati, mi colpisce il fatto che i gruppi partecipanti ai concorsi con procedura ristretta non sono stabili – come si potrebbe pensare se fosse protagonista il progetto – ma temporanei come i fuochi d’artficio. S accendono e si spengono in funzione dell’obiettivo da raggiungere. Non più identità di stile, prerogativa solo dello star system, ma arrangiamenti di convenienza, anche in rapporto alla composizione della Giuria. C’è da chiedersi quale sia il criterio con il quale i grupppi si aggregano: relazioni economiche, relazioni tra ex studenti, relazioni accademiche e politiche, realazioni di rete ( cercansi professionisti con fatturato per partecipazione a procedura ristretta!), titoli richiesti dal bando. Un scintillio di sigle nello spazio infinito della rete. Ma proprio dalla rete è possibile ricavare il filo conduttore che sottende la formazione dei gruppi. Un filo sottile che somiglia molto a quello tessuto dal ragno.

  3. federico calabrese ha detto:

    e’ la globalization architecture!!!
    patxi mangado con dezzi bardeschi, nello stesso gruppo, mi sembra troppo anche a me pero’.

    comunque sono i bandi fatti ad hoc per questo o quello, sono le giurie fatte ad hoc per questo o quello……..

    (primo aneddoto)
    un studio catalano abbastanza noto in spagna, attivo nel campo restauri-progettazione urbana. mi ha contattato perche’ voleva partecipare alla selezione, e voleva capire se era fattibile la cosa.(mi ha contattato perche’ un caro amico lavora in questo studio)
    leggendo frettolosamente il bando, hanno letto la composizione della giuria e hanno deciso di non partecipare perche’ c’era un loro collega dell’universita’ (Sola Morales), tra i giurati, e gli sembrava poco corretto, per non metterelo in difficolta’.
    in italia succede esattamente il contrario, si partecipa perche’ in giuria c’e’ un amico-collega-parente,
    (secondo aneddoto)
    o meglio il giurato ti chiama per farti partecipare al concorso(altro concorso italiano recente), sopratutto se sei straniero, e ti dice lui con chi ti devi associare, magari con alcuni suoi amici, normalmente non architetti, bensi’ impiantisti, strutturisti, (che poi sono quelli che hanno il fatturato), chiaramente persone con cui normalmente collabora, l’architetto straniero non vince il concorso,
    pero’ il meschinissimo giurato (piccola star nostrana) in cambio del favore fatto (selezione da 10.000 euro) chiede all’architetto se alcuni suoi allievi della universita’ possono fare un pratica nel suo studio fashion.

    evviva l’architettura globale!!! evviva il progetto Erasmus e Leoanrdo da Vinci.

  4. isabella guarini ha detto:

    Caro Federico, ti scrivo dall’italia, anzi da Napoli, dove si fanno pochi concorsi e quando si fanno vengono annullati per irregolarità, come il clamoroso caso del Parco di Bagnoli e dell’Area monumentale del Porto di Napoli. E, quando si ripetono, il risultato è lo stesso. Impossibile cambiare le regole non scritte delle “lobby” politico-economico-accademico-professionali che hanno in mano il destino dell’architettura e, quindi, della nostra vita nelle città. Però, devo dirti che vi è una complicità tra le vittime e i loro carnefici. Una complicità che ha inizio sui banchi universitari e prosegue dopo la laurea, quando si accetta indiscriminatamente di sottostare alle grandi firme dell’architettura per non rischiare in proprio. Mi rendo conto che rischiare in proprio è un’impresa alla Don Quixote. Allora, come pensate di risolvere?

  5. federico calabrese ha detto:

    L’impresa che si intraprende nel fare un concorso in Italia o a Napoli, dove si puo’ vincere solo per sbalgio, e’ un impresa alla Don Quijote, come dici tu Isabella.
    E’ un impresa nello stile del “caballero de la triste figura” perche’ come lui si disconosce la realta’ che ci-lo circonda.
    Lui non era ne pazzo ne tantomeno era un eroe, anzi era la impersonificazione dell’antieroe.
    La unica cosa che ci accomuna ( a quanto ho capito anche tu come me continui a fare concorsi a Napoli) al pesonaggio di Cervantes e’ la:
    DIGNITA’ DEL FRACASSO.
    consoliamoci leggendo.

  6. isabella guarini ha detto:

    Napoli è la metafora dell’impossibile, almeno per me. Ma credo anche per molti altri che vivono nella città del sole. Vivere a Napoli è una sfida, è un mettersi, ogni giorno, alla prova di sopravvivenza civile, professionale e culturale. Quando si esce di casa si è un pò come il Quijote di Cervantes,. Fracassoni per ottenere ciò che per gli altri è la silenziosa normalità.

  7. Franco Purini ha detto:

    Gentile architetto Luca Rijtano, il maniglione non vuole essere in alcun modo un “supremo atto teppistico”, anche se l’idea di essere stato futuristicamente dissacrante mi diverte molto. Il suo ruolo è, più semplicemente, quello di ricostruire il fronte su via Ripetta, riportandola alla sua natura di asse prospettico, fondamentale per la logica urbana del Tridente, nonché per la sua leggibilità. Il progetto del mio gruppo è infatti l’unico che non ha accettato l’idea del Museo di Richard Meier come quarto lato di Piazza Augusto Imperatore, ma ha correttamente considerato il bianco edificio dell’architetto newyorchese solo come uno dei due lati della strada in corrispondenza del vuoto prodotto dalle demolizioni di via Ripetta. Proprio per non essere aggressiva la nostra soluzione prevede una sorta di trabeazione sopraelevata, contenente una nuova sala espositiva e una loggia-osservatorio. L’avere spostato in alto la quinta prospettica permette a chi sta nella grande sala dell’Ara Pacis di osservare il Mausoleo, così come accompagna nel concreto delle relazioni urbane la stessa opera meieriana, a tutt’oggi estraniata e in larga parte atopica. C’è da aggiungere che il “maniglione” consente, salendo verso la loggia, di godere di viste progressive della mole tufacea e laterizia offrendo, secondo successive inquadrature in verticale, uno spettacolo sicuramente di grande interesse e di notevole suggestione. Per quanto riguarda il “sistema di ambienti aperti-chiusi”, che tanto l’ha turbata, essi sono stati pensati per due ragioni . La prima è che tali spazi rievocano il tessuto urbano distrutto reinmettendo il Mausoleo nella città, intesa come un insieme di tracce edilizie operanti, ovvero un palinsesto vivente, seguendo in ciò la celebre intuizione su Roma di Sigmund Freud. La seconda è quella di predisporre una promenade architecturale che prepari la vista del Mausoleo, sottraendo a quella sua immediatezza da gigantesco objet trouvé che gli toglie mistero ed emozione, esibendolo nel grande spazio di Piazza Augusto Imperatore senza alcuna mediazione . Per concludere, Le dirò che quando si partecipa a un concorso si è consapevoli che si può anche perderlo, ma in questo caso la mia sorpresa riguarda il fatto che la giuria, seppure autorevole, sembra non aver affrontato in modo adeguato la complessità urbana del tema. In effetti essa ha accettato la situazione esistente scegliendo conseguentemente la proposta che migliorasse nel modo più convincente l’asseto attuale senza rimetterlo in discussione. Come sarebbe stato, invece più che necessario, doveroso.

    Franco Purini

  8. isabella guarini ha detto:

    Egregio Purini, la sua risposta a Rejtano è densa di suggestioni architettoniche condivisibili, per cui non è più accettabile la definizione di “maniglione” del suo edificio lungo la Via Ripetta. Mi permetto di definirlo “trabeazione-belvedere” per gli “stiliti” dell’era globale.

  9. federico calabrese ha detto:

    tra il dire e il fare c’e’ di mezzo il mare………pero’ quello “Nostrum” e’ troppo piccino.

  10. emi bua ha detto:

    Ringrazio infinitamente V.S. ill. dell’amorevolissima lettera che si è compiaciuta di scrivermi in risposta d’una mia. Per non infastidirla con mie spesse lettere ho voluta con questa soddisfare a più obblighi insieme; l’uno con riverirla, e l’altro con invitarla alla festa di S. Martina; ed il mio desiderio saria di poterlo fare di presenza, e anche ringraziarla del molto affetto che mi mostra nell’animarmi a non lasciare, ma a proseguire le opere incominciate d’architettura. Io veramente ho visto e conosciuto che in dette cose ho sempre avuto cattiva fortuna, e credo forse che sia stata la causa non il non aver avuto l’animo grande, come m’hanno apposto i miei poco amorevoli, ma il non essermi accomodato forse à costumi che si sogliono usare da quelli che fanne le dette opere per approvecciarsi, del che io non ebbi mai tale pensiero, ma solo di operare conforme conveniva a un par mio; il quale se ho errato, è stato per non saper accomodarmi al simulare; di che non mi pento e se pure devo avere rammarico, non è per altro che di non aver saputo più nella professione della pittura, per la quale m’è rimasto solo l’animo e la buona volontà di andare studiando. L’Architettura poi serve solo per mio trattenimento; e mentre sarò per servire V.S. ill., la prenderò in primo luogo, e stimerò ben impiegata ogni fatica. E desiderando ricevere i suoi comandi, i quali sarò prontissimo ad eseguire, e con ricordarmele obbligatissimo servitore, le desidero ogni felicità, e la riverisco.

    Pietro da Cortona, 19 gennaro 1646.

  11. luca rijtano ha detto:

    tanto di cappello a franco purini che affronta la fossa dei leoni di questo blog esponendo serenamente scelte e ragioni del suo progetto per piazza Augusto Imperatore. complimenti, professore.

  12. pasquale cerullo ha detto:

    Il progetto “oggetto” offre un lato scoperto alla critica perché non è immediatamente percepibile come spazio creato e relazionato, linguaggio architettonico moderno, ma come elemento finito in sé, design ornamentale a grande scala; ci si domanda se si tratta di uno spazio o di un oggetto sovradimensionato. Vale per molteplici lavori di Piano e delle archistar, riconoscibili perché impongono le loro immagini icona forzando sul territorio in modo autoreferente; la sola presenza dell’ “oggetto” ne garantirebbe la
    riqualificazione. Io non so se anche questa sia architettura, certo che se pensiamo a Scarpa, un nome a caso, è difficile ricordarne un’opera architettonica compiuta in un’unica forma, ‘finita’; lui che aveva ben la
    consapevolezza degli oggetti, comprati avidamente da un ignaro Wright, non si era mai permesso di sfornare un vaso architettonico.
    La domanda del mercato detta le linee dell’architettura? Sì, ma non sempre dell’architettura moderna.
    Teniamoci cari i maestri, ancora insuperati, ancora fonte di ispirazione e cultura, ancora sorprendenti per le loro intuizioni, umili di fronte alle esigenze dei committenti ma efficaci per la forte personalità che li contraddistingue.

  13. Franco Purini ha detto:

    Gentile architetto Isabella Guarini,

    la sua definizione della bianca cornice è sicuramente più appropriata, e lo sarebbe anche di più se fosse “trabeazione-belvedere-sala espositiva”, dal momento che il fronte ricostruito su Via Ripetta contiene anche un ambiente destinato a ospitare ciò che è presumibile si troverà ampliando lo scavo attorno al Mausoleo. Aggiungo che gli “stiliti” mi sono sempre piaciuti, anche se il nuovo edificio non è destinato a loro. Più semplicemente esso consentirà di vivere un’esperienza suggestiva che oggi non è concessa se non a chi abita gli edifici di Vittorio Ballio Morpurgo. Quella, salendo, di apprezzare, man mano che si procede verso l’alto, la vera dimensione dell’Augusteo, al quale mancano “elementi misuratori”. Grazie dell’attenzione e buon 2007

    Franco Purini

  14. isabella guarini ha detto:

    Gentile prof.Purini, vivere da “stilita”,oggi, è una necessità per come sono ridotte le nostre città a un metro e sessanta da terra. I tanti ingombri non consentono più il piacere estetico di guardare in lontananza, guidati dall’architettura. Perciò, non le pare che l’ampliamentp dell’Ara Pacis sia un impedimento a realizzare questa aspirazione a spaziare con lo sguardo tra i grumi materici della nostra memoria storica? Saluti, Isabella Guarini

  15. Lorenzo Gallo ha detto:

    Buongiorno a tutti, è la prima volta che commento in questo blog. Mi presento, sono un ragazzo di 18 anni ormai certo che da grande vorrà fare l’architetto. Nonostante la mia limitatissima esperienza nel campo dell’architettura ho deciso di dare anche io un mio modesto giudizio alla tanto discussa questione (dopo aver “studiato i vari progetti”), e vorrei spezzare una lancia a favore di Franco Purini perché è stato l’unico ad aver avuto il coraggio di osare e, pur non condividendo in pieno la sua opera perché per certi versi sembra “soffocare” il monumento, lo apprezzo per aver sottolineato l’importanza dell’architettura contemporanea che, come lui stesso afferma nella presentazione del progetto, spesso viene considerata inferiore rispetto a quella antica e ridotta a una pura funzione di servizio. E’ stato l’unico inoltre a rimettere in discussione la situazione attuale, mentre tutti gli altri progettisti si sono limitati ad “aggiustare” cercando di creare meno danni possibili.
    Apprezzo comunque il progetto vincitore, che sposa perfettamente questa filosofia dell’”aggiustare”e riesce a coniugare nel modo migliore il profondo divario stilistico fra il museo e il mausoleo anche se manca di originalità e di coraggio. Ma a mio modestissimo parere il progetto più convincente è intercapedini 666 perché mi sembra che riportando la piazza alla quota archeologica riesca a valorizzare al meglio il mausoleo.
    Distinti saluti e tanti auguri, Lorenzo Gallo

  16. federico calabrese ha detto:

    le parole con cui Purini descrive il suo progetto sono assolutamente convincenti,
    la immagine che si vede dalla foto pubblicata da Muratore, molto meno.
    da quello che vedo anche da altre immagini pubbicate, le parole hanno piu’ forza e danno piu’ suggestioni delle immagini.Mi piacerebbe vederlo meglio, il progetto.
    L’edificio (dal poco che vedo) mi sembra inappropriato, e non coraggioso, ne dissacratore.
    Pero’ lo confesso che mi fa un po di “grazia”, (nn so come tradurlo in italiano dal castigliano), perche’ mi ricorda un poco, un maniglione piu’ riuscito, progettato da un architetto italiano, fuggita in brasile e purtroppo dimenticata, (in Italia), che per me e’ un MITO.

    A me il progetto di Linazasoro, che peraltro apprezzo molto, nn mi convince affatto. Troppo facile abbassare la quota della piazza, cosi’ e’ tutto uguale, noioso, un po spagnolo (nel senso cattivo)
    Perlomeno nel progetto del vincitore, si intravede la intenzione di differenziare il trattamento dell’area oggetto del concorso, anche in modo furbo, (nel senso buono).

  17. Marco Melani ha detto:

    Già… concordo… ricorda il progetto della Bobardi…
    Staremo a vedere cosa accadrà… effettivamente basta camminare nella piazza per capire che la questine da risolvere è la diversa quota (almeno questa è l’impressione che ho).

  18. Dario Maccari ha detto:

    Son capitato qui alla ricerca di immagini della fantomatica e fantasmatica “Nuvola” di Fuksas, e ora trovo, in una foto, Gillo Dorfles: è lui vero? Ditemi di sì, vi prego… Vabbè, Fuksas lo apprezzo molto, forse lo amo, ma forse non del tutto… non saprei dire… mettiamola così: lo “stimo moltissimo”, come dice la signora Pina-Vukotic al marito ragionier Fantozzi-Villaggio…
    E per di più mi piace anche come architetto-superstar! E chissenefrega se non sempre si è d’accordo con quel che dice: del resto anche il grande Wright (He is always Frank, but is he always right?) è talvolta meglio guardarlo che leggerlo…

    Per dir qualcosa di questo continuo cincischiarsi progettistico-architettonico con l’ area archeologica della mole di Augusto, già ampiamente trasformata dal banale intervento elefantiaco di Meier, ebbene io mollerei lì il tutto, e metterei solo una fila di cipressini attorno al “packaging” -si scrive così?- travertinico di Richard e tutto il resto lo risolverei come una versione turistica (come la MiniItalia o la MiniSvizzera) dell’ Isola di Citera immaginata nell’ Hypnerotomachia del Polifilo-Colonna, come si vede in quel volume di rendering virtuali vestiti a seta e oro 24K pubblicato da Franco Maria Ricci. Ma, allora ci vorrebbe un esperto di ars topiaria, un buon giardiniere, alberelli, siepi, fiorellini…

    E se proprio è necessario intervenire architettonicamente (come a quanto pare accadrà) sono d’ accordo con chi dice che c’è da giocar sul dislivello, con lo sprofondare nella terra: sì, benissimo ma, per carità, senza cercare di resuscitare troppi morti archeologici … (anche perché, forse è bene ricordarlo per l’ ennesima “ ultima volta”, è con l’ esumazione funebre della mole di Augusto che è stato massacrato il porticciolo di Ripetta: ma, in un certo senso, meglio così… oggi quella zona sarebbe piena di yacht e buccintori di vetroresina…)

    Rispetto per l’ archeologia, ma rispetto anche per noi stessi. E poi si dovrebbe cercare la quadratura del cerchio augusteo con il quadrato della piazza e degli edifici circostanti: beh, la quadratura del cerchio neppure Leonardo è riuscita a trovarla, ma nel suo tentativo ossessivo e fallimentare si è però lasciato dietro le preziosissime pagine di quelli che nel tempo sono diventati i suoi incantevoli “codici”. Magari una quadratura progettualmente fallita potrebbe comunque risultare architettonicamente efficace… chi lo sa? Comunque, grazie al cielo Roma ha una formidabile digestione architettonica che le permette di ingoiar di tutto… Beata lei…

  19. Alessandro Pergoli campanelli ha detto:

    Gentile Federico Calabrese,
    forse lei si riferisce al museo di arte di San Paolo (MASP) di Lina Bo Bardi, un opera realizzata (difficilmente confrontabile con un disegno di massima), formalmente assai diversa (seppur’ispirata allo stesso principio di edificio ponte) e inserita in un contesto urbano che vive di grandi spazi come l’avenida Paulista.
    Il progetto del gruppo del prof. Purini intendeva invece completare una quinta urbana interrotta e mediare il rapporto fra il nuovo edificio dell Ara Pacis e il mausoleo antico, senza proporsi come un unicum autoconclusivo.
    Trovo tuttavia eccessivi i tanti commenti negativi espressi su questo blog nei confronti di un progetto coraggioso che, probabilmente, proprio per aver affrontato tematiche assai complesse, avrebbe richiesto tempi di maturazione piu lunghi.

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