Pietro Barucci … per la “storia” del Laurentino … (2)


“Molte decine di migliaia di metri cubi sono così stati lasciati in abbandono, poi depredati o vandalizzati, infine occupati abusivamente dalle più svariate componenti sociali. Non un metro cubo è stato utilizzato, e in più di un’occasione il Comune, con olimpico distacco, ha fatto presente che le strutture erano di difficile gestione, mal concepite e sovradimensionate.
Con mia grande meraviglia, nessuno si è scandalizzato di questo; gli ambientalisti, i garantisti, gli innumerevoli interessati alla questione, alcuni anche qualificati, hanno condannato tutto quello che c’era da condannare a proposito di questi tre quartieri, ma nessuno ha veramente alzato la voce su questo scandalo di proporzioni apocalittiche. Aprendo le braccia si minimizzava, dicendo che era il solito contrattempo della macchina burocratica.
Secondo me era un reato da codice penale; in un paese “normale” se ne sarebbe occupata la magistratura.
Per cui, senza gli agognati servizi, i tre quartieri hanno sopperito con l’architettura, una architettura insolita, urticante, lontanissima dalle attese della gente.
Corviale è il più importante, e il più bello; in fondo non eversivo se non nelle dimensioni. Per assurdo, se tagliato a pezzi e distribuiti i pezzi nel territorio, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Ma il bello è proprio la sua dimensione, maestosa e irripetibile.  Realizzabile solo in un grande intervento pubblico.
Non è stato ultimato, i lavori furono interrotti, ma proprio per effetto delle cause di cui parlavo prima, il costruito non ha subito varianti peggiorative o degradanti; è stato occupato selvaggiamente nelle parti destinate a servizi, ma resta suscettibile dei lavori di ultimazione e di una campagna di riqualificazione che difatti è stata avviata, con sicuro successo.
L’utenza dapprima ha protestato, poi ha accettato l’edificio megalitico a cui si è anzi affezionata, anche apprezzando i caratteri degli alloggi che sono sì monoaffaccio, ma proprio a causa di ciò sono dotati di lunghi corridoi e ampi spazi di disimpegno che, contrariamente agli alloggi compatti e essenziali poi raccomandati dalla mano pubblica, offrono condizioni di fruizione che ricordano un antico modo di abitare.
I soloni che hanno condannato Corviale restano perciò con un palmo di naso.
Vigne Nuove è il più normale. Molto interessante e innovativa, la griglia dei servizi al piede dei corpi di fabbrica; corpi che si articolano in mirabili scatti, di segno sicuro e felice.
Ma, poiché i servizi non sono stati allestiti, nessuno si è accorto di questa “griglia” innovativa. Tutti questi locali vuoti al piano terra sono stati considerati come una comune e trascurabile defaillance gestionale.

La storia della genesi di questi tre quartieri è complessa e articolata in varie fasi, e assai diversa per ognuno dei tre.
Il Laurentino è il più grande, un grande quartiere di 30.000 abitanti che nella mia mente avrebbe dovuto avere la stessa sorte degli altri due, ovvero essere unificato in un grande progetto di architettura, senza le sbavature, le infrazioni eversive che poi ha subito per effetto del cosiddetto coordinamento.  Come una siedlungen di Bruno Taut, ma   i riferimenti principali erano il Piano Pampus di Bakema e Van den Broek ad Amsterdam per le  Unità residenziali ripetute, e la new town di Cumbernauld in Scozia, per il centro lineare pedonale e flessibile, costruito sull’autostrada Glasgow Edimburgo.
Ma era con evidenza un sogno irrealizzabile. Nelle undici insulae dell’IACP l’effetto progetto di architettura ha quasi funzionato, ma nel resto del quartiere il coordinamento operativo ha prodotto i suoi esiti devastanti.

Voglio qui riassumere per punti la storia del Laurentino, dalla genesi ai giorni nostri.
La storia si divide in tre fasi, separate da due eventi traumatici,  di una portata che eccedeva la capacità di controllo o di intervento del progettista.
Le tre fasi, peraltro tipiche, riguardano progressivamente la progettazione, i cantieri, l’uso del quartiere.
La progettazione urbanistica si svolse in una atmosfera idilliaca fra l’Istituto, il Comune e il mio gruppo di lavoro.
La XVI Ripartizione Comunale per l’Edilizia Economica e Popolare era di fatto guidata dal direttore tecnico, l’ironico architetto Marcello Girelli, formatosi a Londra nei quadri del London County Council.
L’IACP era di fatto guidato dal direttore tecnico,
l’ infaticabile ingegnere Luigi Petrangeli, sostenuto dal roccioso presidente Edmondo Cossu, socialista di stampo turatiano.
Il gruppo di progettazione urbanistica, da me diretto, era composto da altri quattro colleghi di chiara fama: Camillo Nucci, Alessandro De Rossi, Luciano Giovannini, Americo Sostegni.” …

(continua)

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

1 Response to Pietro Barucci … per la “storia” del Laurentino … (2)

  1. stefano salomoni ha detto:

    Polemiche a parte.

    Quella di Barucci non è stata solo una lezione.
    E’ stata una opportunità, soprattutto per noi studenti (studenti comunque).
    Comprendere che persino in un “sistema tunnel” può inalvearsi un sano compiacimento, che va ben oltre qualsiasi gratificazione esterna.
    Oltre qualsiasi foto, qualsiasi dispositivo planimetrico.
    La persona, il professionista.
    Pensando a quella giornata, istintivamente riassumerei: “professare una professione”.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.