Sull’Ara … Benevolo … sposa Meier … ma …

Dev’essere stato un vero e proprio colpo di fulmine … sotto l’ombra lunga di Le Corbusier … quello che ha folgorato Leonardo Benevolo di fronte alle opere romane dell’Americano Bianco … se nella sua ultima opera L’architettura del nuovo millennio (Laterza, 06), praticamente l’ultimo capitolo della sua storica “Storia”, scrive testualmente:

Il Museo dell’Ara Pacis sta nel centro antico di Roma: un quadro ambientale obbligante e specificamente europeo, rovinato dal disastroso intervento di Vittorio Morpurgo degli anni Trenta per l’«isolamento» del mausoleo di Augusto e mistificato dall’aberrante impostazione della committenza. Per i tecnici del Comune di Roma, gli edifici di Morpurgo appartengono al «razionalismo italiano» (non all’«internazionale dei pompieri» che era l’avversario polemico del movimento razionalista di allora), e Meier viene chiamato come esponente di un fantomatico «razionalismo americano» per conseguire un’omogeneità stilistica completamente fuori posto nel palinsesto della Roma moderna.
Come Meier avrà percepito questi propositi? L’Ara Pacis augustea è stata collocata negli anni Quaranta in asse al mausoleo, sopra il gradone fra via Ripetta e il lungotevere ottocentesco, dentro un padiglione costruito con i mezzi dell’«autarchia», già pericolante. L’amministrazione romana avrebbe potuto chiedere soltanto una nuova teca, per proteggere il monumento nel modo più vicino possibile alla situazione originaria all’aria aperta. Invece decide di chiudere la piazza novecentesca con un quarto edificio, che contenga, oltre a una sala per l’Ara Pacis, una lunga serie di ambienti richiesti dalle varie ripartizioni comunali, destinati a immiserire l’eccezionale monumento antico. L’architetto americano accetta questo programma, e intelligentemente lo attenua. Disegna un manufatto elegante e leggero – l’esatto contrario dei rozzi fabbricati circostanti di Morpurgo – che è poco più alto del gradone e diventa, all’estremità sud, una sistemazione a terra con scalinate e terrazzi.
Il cantiere va a rilento, in mezzo alle polemiche. Abituato al contesto americano, aperto e senza spessore temporale, che è la matrice del suo abituale linguaggio architettonico, Meier si trova a disagio in un ambiente circoscritto e datato, dove occorrerebbe inventare un linguaggio nuovo, come hanno imparato a fare i migliori architetti europei negli ultimi decenni.
Sempre a Roma, mentre è spaesato nel puzzle ambientale di piazza Au-gusto Imperatore, si ritrova invece a suo agio nella periferia destrutturata, dove nel 2003 finisce di costruire la chiesa commissionata dal cardinale vicario, Camillo Ruini. E’ un energico congegno spaziale, comprendente l’aula di riunione e gli ambienti accessori coperti e scoperti; sorge fra i volumi divaricati del nuovo quartiere a est e i grandi spazi liberi nelle altre direzioni e regge benissimo la pressione di questo eterogeneo contorno. Le rifiniture eseguite con sapienza tecnologica in Italia inconsueta – i candidi volumi in cemento armato pigmentato e i diaframmi trasparenti, resi appena percettibili dalle leggere intelaiature – danno il massimo risalto a questo dono venuto da oltre oceano” … quante migliaia di studenti si “formeranno” nei prossimi anni su queste pagine? …
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17 Responses to Sull’Ara … Benevolo … sposa Meier … ma …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    Ipsum nos carmen Pacis deduxit ad Aram,
    haec erit a mensis fine secunda dies.
    Frondibus Actiacis comptos redimita capillos,
    Pax, ades et mitis in orbe mane!
    Dum desint hostes, desit quoque causa triunphi:
    tu ducibus bello gloria maior eris.
    Sola gerat miles, quibus arma coerceat, arma,
    canteturque fera nil nisi pompa tuba.
    Horreat Aeneadas et primus et ultimus orbis:
    si qua parum Romam terra timebat, amet!
    Tura sacerdotes, pacalibus addite flammis,
    albaque percussa victima fronte cadat.
    Utque domus quae prestat eam, cum pace perennet,
    ad pia propensos vota rogate deos!
    Sed iam prima mei pars est exacta laboris,
    cumque suo finem mense libellus habet.

    Ara Pacis, Ovidio, Fasti, I,vv.709-724

  2. Cesare Piva ha detto:

    Caro Muratore,
    il blog non solo sta prendendo corpo, ma mi pare sempre più litigioso…

    Sul ruolo della critica si potrebbero scomodare esempi illustri da F. Truffaut a
    P. Eisenman, da M. Tafuri a R. Middleton, da A. Rossi a L. Visconti, eccetera, eccetera. Per sdrammatizzare un po’ penso al critico rappresentato in “Caro diario”… il film, se non ricordo male, era “Henry, pioggia di sangue”???

    E poi, è, o sei, così sicuro che oggi si leggano i libri? E chi li legge sia sempre
    un fessacchiotto? Talvolta i giovani ci sorprendono…

    La carta canta, è vero, ma anche la pietra non scherza, e poi c’è il tempo…
    bisogna avere pazienza…, paz…, p…, …

    buone cose e buon riposo

    c.p.

  3. Cristiano Cossu ha detto:

    Roma “puzzle ambientale”? Roma “periferia destrutturata”?? Piazza Augusto “ambiente circoscritto e datato”???
    Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? (tanto per citare di nuovo Moretti…).
    Mi sorprende il linguaggio di un grande storico come Benevolo, che descrive la città intorno alle occasioni progettuali meieriane come un luogo d’impaccio, come un freno e un impedimento alla prorompente creatività dello statunitense, “Abituato al contesto americano, aperto e senza spessore temporale”…

    Io ho imparato che dovrebbe succedere il contrario. Quando si opera in questi fastidiosi “puzzle ambientali” tipo Roma, Firenze, Napoli, Venezia… e non nelle vaste praterie o nei reticoli fondiari urbani americani, si dovrebbe in qualche modo servire la città, non o non soltanto il proprio ego. Essere “spaesati” a Roma: peggior critica, a mio parere, a Meier non si potrebbe rivolgere.

    Ma ciò che mi colpisce maggiormente è la cosiddetta “periferia destrutturata”… Leonardo Benevolo, mica Cristiano Cossu!
    Professor Benevolo, quella è Roma! E’ Roma anche quella, anzi è più Roma del Campidoglio, dei Fori, dell’Augusteo: se solo si avesse voglia di “riportarla a casa” con l’architettura.

    Confido anch’io nei giovani di Cesare Piva…
    saluti
    cristiano

  4. Filippo De Dominicis ha detto:

    “Essere “spaesati” a Roma: peggior critica, a mio parere, a Meier non si potrebbe rivolgere.”:o miglior critica,forse,caro cristiano…
    ..giovani sì,però date un occhiata ai progetti che escono da qualsiasi laboratorio di una università italiana(o,ne dico una a caso,di valle giulia..),e guardate se il lessico,e la sintassi usate per la composizione del progetto non risentano di questo modus operandi diffuso e volgare che riduce l’architettura a una continua ricerca di giustificare se stessa attraverso le parole i gesti di colui che l’ha pensata,dimenticato tutto il resto.Ma i luoghi hanno memoria,per dirla con Wim Wenders (bella la mostra,andateci prima di partire in vacanza…).

  5. pas ha detto:

    Ma quanti professoristi in questo bel sito.
    Bruno Zevi diceva che c’era molto più da scoprire e da capire in certe periferie che in luoghi belli e che compiuti. Naturalmente si riferiva alle più derelitte e caotiche. È uno stimolo, una ricerca, più complesso perché il problema che si pone è gravoso: può l’architettura o la progettazione urbana in genere risolvere il degrado sociale? La risposta più ovvia è ‘no’ perché il problema è sociale. Se mettiamo ad abitare in un bel castello dorato una popolazione disagiata in poco tempo quel castello sarà scrostato dell’oro. La parola periferia non è in sé termine negativo, ma lo è diventato. Una periferia abitata da una classe borghese medio-alta non è periferia ma ‘zona residenziale’!! Se fosse solo un problema di parole basterebbe eliminare la parola periferia, e se fosse un problema di progettazione? Eliminare le periferie. Ma non lo si fa mettendo qualche fermata in più della metropolitana o aumentando le zone verdi, aggiungendo servizi…il controllo sociale è solo dentro la città, una concatenazione architettonico-urbanistica. Roma a differenza di Napoli ha un vantaggio, un grande vantaggio (lo potrò dire, caspiterina, sono di Napoli): non c’è presenza di criminalità organizzata. Io considero le periferie di Napoli irrecuperabili. Se la camorra è nel cuore dei quartieri storici, come si può pensare di debellarla nell’hinterland?
    Inglobare la periferia nella città prima che il tempo ci pensi da sé. Fagocitarla, invaderla, sommergerla. Non c’è alcun pericolo di soffocamento, basta saperlo fare con progetti a largo respiro ambientale, in tutte le dimensioni, nelle tre coordinate e continui con il centro.
    Non si può descrivere facilmente, è un concetto spaziale che è comprensibile solo nella realizzazione.
    Mah (cioé è comprensibile ma non è un oggetto ‘finito’ come un bel progetto di Meier, è solo all’atto che si materializza l’immagine, complessa).
    ciao

  6. Cristiano Cossu ha detto:

    Si si FIlippo, mi sono espresso male, volevo appunto dire che Benevolo, credo involontariamente, con quella frase ha scritto una critica fortemente negativa e davvero azzeccata…
    Sui progetti dei “giovani”: sono da brivido, concordo, ma almeno qui da noi (Firenze) la situazione è immodificabile. Loro devono “uscire”, laurearsi, non imparare l’architettura. Se tu gli fai “perdere tempo” a revisione, salta tutto il “meccanismo”… e chi lo sente poi il preside…
    w l’architettura!
    saluti
    cristiano

  7. Salvatore Risoli ha detto:

    “…
    SOCRATE
    Se incontrassi il tuo Eupalino gli domanderei d’altro ancora…
    FEDRO
    Dev’essere il più infelice dei felici. Che cosa gli domanderesti?
    SOCRATE
    Di spiegarsi un poco più chiaro sugli edifici che, secondo lui, >.
    …”

    Paul Valéry – Eupalino o l’architetto –

    Forse il prof. Leonardo Benevolo è per il rumore.

    saluti
    sr

  8. Isabella Guarini ha detto:

    Chi pensa di eliminare il degrado sociale e la delinquenza storicamente stratificata a Napoli è un illuso, se pur in buona fede. Senza citare il famoso Risanamento di Napoli dopo il colera del 1885, basta considerare i risultati ottenuti dopo la ricostruzione per il terremoto del 1980, con il Piano delle Periferie, con cui si sono realizzate le dotazioni urbanistiche a Scampia, Secondigliano e altri quartieri, di recente tristemente noti per le guerre di camorra. Dopo quasi un secolo, le sciagure naturali si ripetono come gli interventi straordinari statali, che sono considerati salvifici ai fini sociali e che , invece, sono causa di nuovo degrado, per gli appettiti che suscitano.

  9. Alfonso Giancotti ha detto:

    Caro professore,
    l’avvicinarsi delle agognate vacanze, la riflessione su Roma, sul dono americano della nostra madre chiesa, mi impongono di salutare questo ormai dinamicissimo blog con alcun e strofe della scoperta dell’America dell’immenso Cesare Pascarella che forse i protagonisti oggetto dei dibattiti degli ultimi giorni non hanno letto, …. o forse hanno letto troppo bene.
    Invitando alla lettura integrale del Capolavoro chi non l’avesse fatto auguro a tutti buone vacanze!

    a.g.

    p.s. scusatemi tutti se, parafrasando Balzac, sono stato poco sintetico perché avevo fretta. Ma non sarà tempo sprecato. Se mi sono troppo dilungato accetterò serenamente la censura!

    Ma che dichi? Ma leva mano, leva!
    Ma prima assai che lui l’avesse trovo,
    Ma sai da quanto tempo lo sapeva
    Che ar monno c’era pure er monno novo!
    E siccome la gente ce rideva,
    Lui sai che fece un giorno? Prese un ovo,
    E lì in presenza a chi nun ce credeva,
    Je fece, dice: – Adesso ve lo provo.
    E lì davanti a tutti, zitto zitto,
    Prese quell’ovo e senza complimenti,
    Pàffete! je lo fece regge dritto.
    Eh! Ner vedé quell’ovo dritto in piede,
    Pure li più contrari più scontenti,
    Eh, sammarco! ce cominciorno a crede

    Ce cominciorno a crede, sissignora;
    Ma, ar solito, a sto porco de paese
    Si vòrse trovà appoggio pe le spese
    De la Scoperta, je tocco a annà fora.
    E siccome a quer tempo lì d’allora
    Regnava un re de Spagna portoghese,
    Agnede in Portogallo e lì je chiese
    De poteje parlà p’un quarto d’ora.
    Je fece ‘na parlata un po’ generica,
    E poi je disse: – Io avrebbe l’intenzione,
    Si lei m’ajuta, de scoprì l’America.
    – Eh, fece er re, ched’era un omo espertto,
    Si, v’ajuto… Ma, no pe fa eccezione,
    Ma st’America c’è? Ne séte certo?

    – Ah! fece lui, me faccio maravija
    Ch’un omo come lei pò dubitallo!
    Allora lei vor dì che lei mi pija
    Per uno che viè qui per imbrojallo!
    Nonsignora, maestà. Lei si consija
    Co’ qualunque sia ar caso de spiegallo,
    E lei vedrà ch’er monno arissomija,
    Come lei me l’insegna, a un portogallo.
    E basta avecce un filo de capoccia
    Pe capì che, dovunque parte taja,
    Lei trova tanto sugo e tanta coccia.
    E er monno che cos’è? Lo stesso affare.
    Lei vadi indove vò, che non si sbaja,
    Lei trova tanta terra e tanto mare.

    Je capacita sto ragionamento?
    – Sicuro, fece er re, me piace assai
    > E, vede, je dirò che st’argomento
    Ancora nu’ l’avevo inteso mai.
    Però, dice, riguardo ar compimento
    De l’impresa, siccome… casomai…
    – Ma ‘bbi pazienza, fermete un momento…
    Ma ste fregnacce tu come le sai?
    Eh, le so perché ci ho bona memoria.
    – Già! Te ce sei trovato! – Che significa?
    Le so perchè l’ho lette ne la storia.
    – Ne la storia romana? – È naturale.
    Ne la storia più granne e più magnifica,
    Che sarebbe er gran libro universale.

    Basta, dunque, pe fà breve er discorso,
    Va be’, je fece er re, quer ch’ho promesso
    Lo mantengo; ma, dice, ve confesso,
    Che io nun ce vorrebbe avé rimorso;
    Per cui, st’affare qui ha da fà er suo corso:
    Perch’io, si governassi da me stesso,
    Che c’entra? ve direbbe: annate adesso…
    – Ma allora, fece lui, co’ chi ho discorrso?
    Ma voi chi sete? er re o un particolare?
    – Pe esse re so re, nun c’è quisttione;
    Ma mica posso fà quer che me pare.
    Vor dì che voi portate li registri
    De le spese, l’esatta relazione,
    Che ve farò parlà co li ministri.

    E li ministri de qualunque Stato
    So’ stati sempre tutti de ‘na setta!
    Irre orre… te porteno in barchetta,
    E te fanno contento e cojonato.
    E così lui: ce se trovò incastrato
    A doveje pe forza daje retta,
    Je fecero la solita scoletta,
    Da Erode lo mannaveno a Pilato.
    E invece de venì a ‘na decisione,
    – Sa? je fecero, senza complimenti
    Qui bisogna formà ‘na commissione.
    Lei j’annerà a spiegà de che se tratta,
    E, dice, quanno loro so’ contenti,
    Ritorni pure che la cosa è fatta.

    Eh, giacchè ho fatto trenta, fece quello,
    Be’, dice, che vòi fà? famo trentuno.
    Ci agnede, e se trovò in mezzo a un riduno
    De gente che Dio sàrvete, fratello!
    Lo teneveno lì come er zimbello!
    L’interrogorno tutti, uno per uno,
    E poi fecero, dice: – Sarv’ognuno,
    Ma questo s’è svortato de cervello.
    Lui parlava, ma manco lo sentiveno;
    E più lui s’ammazzava pe scoprilla
    E più quell’antri je la ricopriveno.
    Ma lì, secondo me, ne li segreti
    De quer complotto lì, ma manco a dilla,
    C’era sotto la mano de li preti.

    Ché mettetelo in testa ch’er pretaccio
    È stato sempre lui, sempre lo stesso!
    Er prete? È stato sempre quell’omaccio
    Nimico de la patria e der progresso.
    E in quelli tempi, poi, si un poveraccio
    Se fosse, Dio ne scampi, compromesso,
    Lo schiaffaveno sotto catenaccio,
    E quer che’era successo era successo.
    E si poi j’inventavi un’invenzione,
    Te daveno, percristo, la tortura
    Ner tribunale de l’inquisizione.
    E ‘na vorta lì dentro, sarv’ognuno,
    La potevi tené più che sicura
    Da fà la fine de Giordano Bruno.

    Lui, defatti, se mésse in diffidenza;
    E fece: dice, qui p’er vicinato
    Se sente un po’ de puzza d’abbruciato…
    Ma fresca! dice, qui ce vo’ prudenza.
    Defatti tornò su da su’ eccellenza,
    Je fece: – Be’, cos’hanno combinato?
    – Eh, dice, sa? l’affare è un po’ impicciato,
    Ripassi un’antra vorta, abbia pazienza.
    Ma lui pensò: ma qui giocamo a palla!
    Ma qui me vonno mette ner canestro!
    Ma sai che nova c’è? Mejo a piantalla!
    La voleva piantà. Ma ‘na matina,
    Ma indovinece un po’? Nun je viè l’estro
    De volè annà a parlà co’ la regina?

    E lì defatti, come se trovorno
    Assieme, lui je fece: -Sa?, mi pare
    Che, dice, è mejo a dì le cose chiare:
    Tanti galli a cantà ‘n se fa mai giorno.
    Ce vado, ce ripasso, ce ritorno,
    Je dico: dunque, be’ de quell’affare?
    Quale? dice, quer gran viaggio di mare?
    Potrebbe ripassare un antro giorno?
    Ma che crede che ce n’ho fatti pochi
    De ‘sti viaggi? Percui, dico, che famo?
    Dico, sacra maestà, famo li giochi?
    Dunque lo dica pure a suo marito,
    Si me ce vò mannà che combinamo,
    Si no vado a provà in quarch’antro sito.

    Ché qui fra re, ministri, baricelli,
    Sapienti… dice, è inutile a parlanne,
    Percui, sa, me ridia li giocarelli,
    Che fo tela! – Ma me scusi le domanne,
    Fece lei, lei che vò – Tre navicelli.
    – E ognuno, putacaso, quanto granne?
    – Eh, fece lui, sur genere de quelli
    Che porteno er marsala a Ripa granne.
    – Va bene, fece lei, vi sia concesso. –
    Capischi si com’è? Je venne bene,
    Che je li fece dà quer giorno stesso.
    E lui, sortito appena da Palazzo,
    Prese l’omini, sciorse le catene,
    E agnede in arto mare com’un razzo.

    E io ne la mia piccola ignoranza
    Me c’investo. Fa tutto quer cammino:
    Arrivà in arto mare: arrivà insino…
    Insino… a quela straccio de distanza,
    E védete la morte in lontananza;
    Volé vive, e sentitte lì vicino,
    Ne l’orecchie, la voce der destino
    Che te dice: lassate ‘gni speranza!
    Ma pensa quer che deve avé sofferto
    Quell’omo, immassimato in quer pensiero,
    De dì: – La terra c’è… Si…! Ne sò certo…-
    E lì, sur punto d’essece arrivato,
    Esse certo, percristo, ch’era vero,
    E dové dì: va be’, me sò sbajato.

    Ma lui che, quanto sia, già c’era avvezzo
    A parlà pe convince le persone,
    Je fece, dice: – Annamo co’ le bone,
    Venite qua, spaccamo er male in mezzo.
    È vero, si, se tribola da un pezzo;
    Percui, per arisorve sta quistione
    Non c’è antro che fà ‘na convenzione
    Che a me me pare sia l’unico mezzo;
    Che noi p’antri du’ giorni annamo avanti,
    E poi si proprio proprio nun c’è gnente
    Se ritrocede indietro tutti quanti.
    Ve capacita? Quelli ce pensorno;
    Be’, dice, sò du’ giorni solamente…
    Be’, je fecero: annamo! e seguitorno.

    Ma lui, capischi, lui la pensò fina!
    Lui s’era fatto già l’esperimenti,
    E dar modo ch’agiveno li venti,
    Lui capì che la terra era vicina;
    Percui, lui fece: intanto se cammina,
    Be’, dunque, dice, fàmoli contenti,
    Ché tanto qui se tratta de momenti…
    Defatti, come venne la matina,
    Terra… Terra…! Percristo!… E tutti quanti
    Ridevano, piagneveno, zompaveno…
    Terra… Terra…! Percristo!… Avanti… Avanti!
    E lì, a li gran pericoli passati
    Chi ce pensava più? S’abbraccicaveno,
    Se baciaveno… E c’ereno arrivati!

    Dunque come finì? – Finì benone!
    Finì che quanno tutto era finito,
    Se cominciò a formà come un partito,
    Che je voleva fà l’opposizione.
    Je diceveno: Si, avete ragione,
    Nun c’è gnente che dì, séte istruito,
    È l’America, si, nun c’è quistione,
    Ma poi, si invece fosse un antro sito? –
    Ma lui li mésse co’ le spalle ar muro:
    Je fece, dice: Ah si? Ne dubitate?
    Me dispiace, ma io ne sò sicuro.
    Vor dì che poi, si voi nun ce credete,
    Domani presto, ar primo che incontrate
    Annàtejelo a dì, che sentirete.

    E quelli puntuali! Appena giorno,
    Che ce se cominciava appena a vede,
    Se n’agnedero, e come che sbarcorno
    Nun sapeveno dove mette er piede.
    Defatti, appena scenti se trovorno
    Davanti a ‘na foresta da nun crede,
    Dove che malappena che c’entrorno,
    Che vòi vedé, percristo, lo stravede!
    Te basta a dì che lì in quella foresta,
    Capischi? Le piantine de cicoria
    Je ‘rivaveno qui, sopra la testa.
    Eh, quelli, già, se sa, sò siti barberi:
    Ma tu, invece de ride, pïa la storia
    E poi tu viemme a dì si che sò l’arberi.

    – E quelli? – Quelli? Je successe questa:
    Che mentre, lì, framezzo ar villutello
    Cusì arto, p’entrà ne la foresta
    Rompeveno li rami cor cortello,
    Veddero un fregno buffo, co’ la testa
    Dipinta come fosse un giocarello,
    Vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
    Tutta formata de penne d’ucello.
    Se fermorno. Se fecero coraggio…
    – A quell’omo! je fecero, chi séte?
    – E, fece, chi ho da esse? Sò un servaggio.
    E voi antri quaggiù chi ve ce manna?
    – Ah, je fecero, voi lo saperete
    Quando vedremo er re che ve commanna.

    E quello, allora, je fece er piacere
    De portalli dar re, ch’era un surtano,
    Vestito tutto d’oro: co’ ‘n cimiere
    De penne che pareva un musurmano.
    E quelli allora, co’ bone maniere,
    Dice: – Sa? Noi venimo da lontano,
    Per cui, dice, voressimo sapere
    Si lei siete o nun siete americano.
    – Che dite? fece lui, de dove semo?
    Semo de qui, ma come sò chiamati
    ‘Sti posti, fece, noi nu’ lo sapemo. –
    Ma vedi si in che modo procedeveno!
    Te basta a dì che lì c’ereno nati
    Ne l’America, e manco lo sapeveno.

    E figurete allora tutti quelli!
    Ner védeli così senza malizia,
    Je cominciorno a dì: – Famo amicizia…
    Viva la libertà… Semo fratelli…
    E intanto l’antri su li navicelli,
    Ch’aveveno sentito la notizia,
    Capirno che la cosa era propizia,
    Sbarcorno tutti giù da li vascelli.
    E quelli je sbatteveno le mano:
    E quell’antri, lo sai come succede?
    Je daveno la guazza, e a mano a mano
    Che veddero che quelli ci abboccaveno,
    Che agiveno co’ tutta bona fede,
    Figurete si come li trattaveno!

    Li trattaveno come ragazzini;
    Pijaveno du’ pezzi de specchietti,
    ‘Na manciata de puje, du’ pezzetti
    De vetro, un astuccetto de cerini…
    Je diceveno: – Eh? Quanto sò carini!
    – Voler controcambiare vostri oggetti? –
    E tutti quanti queli poveretti
    Je daveno le spille e l’orecchini.
    Figurete! Ce fecero la mozza:
    E lì le ceste d’oro, così arte,
    Le portaveno via co’ la barozza.
    Eh, me fai ride! Come je le daveno?
    Quanno me dichi che da quele parte
    Lì li quatrini nu’ li carcolaveno!

    Perché er servaggio, lui, core mio bello,
    Nun ci ha quatrini; e manco je dispiace:
    Ché lì er commercio è come un girarello,
    Capischi si comè? Fatte capace:
    Io sò ‘n servaggio, e me serve un cappello:
    Io ci ho ‘n abito e so che a te te piace,
    Io te dò questo, adesso damme quello,
    Sbarattamo la roba e semo pace.
    E così pe li generi più fini,
    E così pe la roba signorile;
    Ma loro nun ce l’hanno li quatrini.
    Invece noi che semo una famija
    De ‘na razza de gente più civile,
    Ce l’avemo… e er Governo se li pija.

    Ma lì nun ce sò tasse e le persone
    T’agischeno secondo er naturale:
    Lì nun ce trovi tante distinzione,
    ‘Gni servaggio che vedi è un omo uguale.
    Che dichi? che nun ci hanno l’istruzione?
    Ma intanto sò de core e sò reale;
    E tu finché lo tratti co’ le bone
    Nun c’è caso che lui te facci male.
    Vor dì che si ce fai la conoscenza
    Che quelli te spalancheno le braccia,
    Be’ tu nun j’hai da fà ‘na prepotenza.
    Si quello te viè a fatte le carezze
    E invece tu je dài li carci in faccia,
    Se sa, quello risponne co’ le frezze.

    E così finì lì; che venne er giorno
    Che quelli cominciorno a annà in gattaccia:
    E quell’antri je diedero la caccia,
    E venne er giorno che ce l’acchiapporno.
    E allora, se capisce, cominciorno
    Le lite, e dopo venne er vortafaccia:
    Quelli je seguitorno a ride in faccia;
    Ma quell’antri, lo sai?, je la cantorno.
    Dice: lassamo perde le servagge,
    Si no, dice, mannaggia la miseria,
    ‘Na vorta o l’antra qui nasce ‘na stragge!
    Ma quelli… quelli, invece seguitaveno,
    E allora diventò ‘na cosa seria,
    Perché le donne, poi, quelle ce staveno.

    ….

    Basta, dunque laggiù finiva male,
    Quelli je seguitaveno a dà sotto,
    Seguitorno le lite, è naturale,
    Cominciava a volà quarche cazzotto.
    Poi le cose arivorno a un punto tale,
    Che lesto e presto fecero un complotto:
    – E qui, prima che schioppa er temporale,
    Qui, dice, è mejo assai de fà fagotto. –
    Defatti, senza tanti complimenti,
    S’agguantorno più roba che poteveno,
    La caricorno su li bastimenti,
    Spalancorno le vele in faccia ar vento;
    Ormai tanto la strada la sapeveno,
    E ritornorno a casa in d’un momento.

    E quello che successe ner ritorno,
    Per quanto ch’uno ci ha immaginazione,
    Come ce vòi arivà co’ la ragione,
    A capì quer che fu quanno sbarcorno?
    Ma figurete un po’ come restorno
    Tutte quele mijara de persone,
    Quanno veddero quela processione
    De tutto quanto quello che portorno!
    Servaggi incatenati, pappagalli,
    Scimmie africane, leoni, liofanti,
    Pezzi d’oro accusì, che pe portalli
    L’aveveno da mette sur carretto;
    Le perle, li rubini, li brillanti
    Li portaveno drento ar fazzoletto.

    E lui fu accorto peggio d’un sovrano!
    Li re, l’imperatori, le regine,
    Te dico, je baciaveno le mano:
    Le feste nun aveveno mai fine.
    E da pertuttoquanto er monno sano,
    Fino ar fine de l’urtimo confine,
    Onori… feste… E dopo, piano piano
    Cominciorno li triboli e le spine.
    Ché l’invidiosi che, percristo, viveno
    De veleno, ner vede uno ch’arriva
    A fà quello che loro nun ci arriveno,
    Je cominciorno come li serpenti,
    Mentre che lui nemmanco li capiva,
    A intorcinallo ne li tradimenti.

    ….

    Ma come? Dopo tanto e tanto bene,
    M’avressi da bacià dove cammino,
    E invece? Me fai mette le catene?
    Me tratti come fossi un assassino?
    E tu sei Gasperone… Spadolino…
    E che ci avrai, percristo, ne le vene?
    Er sangue de le tigre? de le jene!
    E che ci avrai ner core? Er travertino?
    Ma come?! Dopo tutto quer ch’ho fatto,
    Che t’ho scoperto un monno e te l’ho dato,
    Mo’ me voi fà passà pure pe matto?
    Ma sarai matto tu, brutto impostore,
    Vassallo, porco, vile, scellerato;
    Viè de fora, che me te magno er core!

    ….

    E poi semo sur solito argomento,
    Ch’hai voja a fà, ma l’omo è sempre quello!
    Ponno mutà li tempi, ma er cervello
    De l’omaccio ci ha sempre un sentimento.
    Ma guarda! Si c’è un omo de talento,
    Quanno ch’è vivo, invece de tenello
    Su l’artare, lo porteno ar macello,
    Dopo more, e je fanno er monumento.
    Ma quanno è vivo nu’ lo fate piagne,
    E nun je fate inacidije er core,
    E lassate li sassi a le montagne.
    Tanto la cosa è chiara e manifesta:
    Che er monumento serve per chi more?
    Ma er monumento serve per chi resta.

    Basta, adesso bevémese un goccetto
    Ché questo ce rimette in allegria.
    Ah, questo te ne pòi scolà un carretto
    Ché questo mica dice la bucìa.
    – E poi der resto, già, l’ho sempre detto
    Che ar monno, se nun ci hai filosofia,
    La vita, te lo pòi tenello stretto,
    La vita che diventa? Un’angonìa.
    Ah, er monno, se capisce, er monno è brutto.
    Bévete ‘n’antro goccio. Bè che fai?
    Vacce piano, nun te lo beve tutto.
    Ma piuttosto de beve a ‘sta maniera;
    Ma dico, dimme un po’, ma tu lo sai,
    Si lui, Colombo, proprio de dov’era?

    – De dov’era? Lo vedi com’è er monno?
    Quann’era vivo, ch’era un disgraziato,
    Se pò dì che nessuno ci ha badato,
    E mo’ che nun c’è più, tutti lo vonno.
    Nun fa gnente? Ma intanto te risponno.
    Li Francesi ci aveveno provato:
    E si loro nun se lo sò rubato,
    È proprio, caro mio, perché nun ponno.
    Eh, quelli, già, sò sempre d’un paese!
    E tutto, poi, perché? Pe la gran boria
    De poté dì che quello era francese.
    Ma la storia de tutto er monno sano…
    Eh, la storia, percristo, è sempre storia!
    Cristofero Colombo era italiano.

    E l’italiano è stato sempre quello!
    E si viè ‘n forestiere da lontano,
    Sibbè ch’ha visto tutto er monno sano
    Si arriva qui s’ha da cavà er cappello.
    Qui Tasso, Metastasio, Raffaello,
    Fontan de Trevi, er Pincio, er Laterano,
    La Rotonna, San Pietro in Vaticano,
    Michelangelo, er Dante, Machiavello…
    Ma poi nun serve mo’ che t’incomincio
    A dilli tutti, tu, si te l’aggusti
    Tutti st’omini qui, vattene ar Pincio.
    E lì, mica hai da fà tanti misteri:
    Ché quelli busti, prima d’esse busti,
    Sò stati tutti quanti òmini veri.

    E che òmini! Sopra ar naturale.
    Che er monno ce l’invidia e ce l’ammira!
    E l’italiano ci ha quer naturale
    Che er talentaccio suo se lo rigira.
    Pe ‘n’ipotise; vede uno che tira
    Su ‘na làmpena? Fà mente locale
    E te dice: sapé, la terra gira.
    Ce ripensa e te scopre er canocchiale.
    E quell’antro? Te vede ‘na ranocchia
    Ch’era morta; la tocca co’ ‘n zeppetto
    E s’accorge che move le ginocchia.
    Che fa? Te ce congegna un meccanismo;
    A un antro nu’ j’avrebbe fatto effetto,
    L’italiano t’inventa er letricismo.

    Cusì Colombo. Lui cor suo volere,
    Seppe convince l’ignoranza artrui.
    E come ce ‘rivò! Cor suo pensiere!
    Ècchela si com’è… Dunque, percui
    Risemo sempre lì… Famme er piacere:
    Lui perchè la scoprì? Perché era lui.
    Si invece fosse stato un forestiere
    Che ce scopriva? Li mortacci sui!
    Quello invece t’inventa l’incredibile:
    Che si poi quello avesse avuto appoggi,
    Ma quello avrebbe fatto l’impossibile.
    Si ci aveva l’ordegni de marina
    Che se troveno adesso ar giorno d’oggi,
    Ma quello ne scopriva ‘na ventina!

  10. pinello berti ha detto:

    Bravo Giorgio Muratore,
    Sono un Wendersiano di ferro, ho sempre divorato quanto ha pubblicato e gustato anche più volte tutti i suoi films.
    Aiuta a progettare in scala urbana.
    L’ ho incontrato a fine anni ’70, al “MUD CLUB” di downtown Manhattan : “QUANDO IL ROCK GLI SALVO ‘ LA VITA “… Intervistava gli ultimi giorni di NIK RAY ( regista US ) con un Suo Corto cult…
    Poi in Val Marecchia c/o SAN MARINO+ MONTEFELTRO a girare con Tonino Guerra e Michelangelo Antonioni: “Nuvole”. C’era una grande Lea Massari.
    A Cuba alla Habana nel 2000 in sidecar a girare ” BUENA VISTA SOCIAL CLUB ” con Ray Cooder & figlio. Magnifico il CD. Mi manca molto un altro Suo bel Film, è Nostro Coetaneo, che si sia esaurita la vena?
    pinello berti

  11. pas ha detto:

    In effetti Meier è sbarcato in Italia con il suo tre vele, come Colombo sbarcò in America con le sue tre caravelle. Ma prima ha dovuto passare la prova degli indigeni. Venne al museo ferroviario di Pietrarsa (Portici), allestito come aula per lo scritto. Il presidente della commissione di turno lo accolse con inchini reverenziali, il tempo di un saluto e se ne andò. La cosa curiosa è che una delle tracce della prova era il progetto di una chiesa. E non è difficile supporre che un qualche straccio di foglio documentario la commissione dovette pur riceverlo per approvare l’ ‘abilitando’.
    Roma può vantare molte belle chiese contemporanee. Io ne ricordo due completamente diverse. Una è San Gregorio Barbarigo di Vaccaro, ingegnosa per il suo inserimento in un ambiente urbanizzato. L’altra è la chiesa della Beata Maria Vergine Imm.ta, in via Cassia, appena fuori Diocesi, fine anni Sessanta, (di chi?). Non è definibile come ‘bella’, anzi è disarmante per la sua semplice essenzialità, sempre se queste caratteristiche non rientrino nelle qualità estetiche di un’opera, che in questo caso ha solo quello da offrire. Ma cosa significa pregare? (e cosa significa bello?).
    Ecco, si potrebbe definire una chiesa alla Wenders.
    La prima e unica volta che vi andai rimasi affascinato dal vuoto della facciata, da riempire con la meditazione. Ed io non sono credente.

  12. manlio barbetti ha detto:

    Perché non isolare dal testo del Prof.Benevolo le parole che dicono quello che lui avrebbe voluto avere dal Comune a proposito della nuova sistemazione dell’Ara Pacis?
    “L’amministrazione romana avrebbe potuto chiedere soltanto una nuova teca, per proteggere il monumento nel modo più vicino possibile alla situazione originaria all’aria aperta. Invece……”
    E’ proprio quello che viene in mente leggendo la storia dell’Ara Pacis nella Guida Archeologica di Roma di Filippo Coarelli( A.Mondadori 1974,pagg.270-277 ).

  13. andrea di loreto ha detto:

    “La Repubblica” di oggi (27/09/2006):

    “Roma – Il New York Times contro l’Ara Pacis: fredda e fuori scala

    La ‘solennità’ ma anche la difficile ‘coabitazione’ tra la nuova Ara Pacis e la vecchia piazza Augusto Imperatore: a parlarne ieri un articolo on line del New York Times che non risparmia alcune critiche all’opera di Richard Meier . Ma che pure ha avuto un merito: «E’ la prima opera cittadina terminata nel centro storico di Roma in più di mezzo secolo – scrive Nicolai Ouroussof – che celebra la voglia di questa città di abbracciare l’architettura contemporanea».

    Poi le critiche: «Fuori scala in un modo assurdo»,«indifferente alla nuda bellezza del città intorno», «piacevole scala in marmo». Per il NYT la parte migliore sono interni e vetrate che rendono l’opera visibile agli automobilisti e ai passanti, ma «è piena di inutili aggiunte: una lobby troppo formale, una libreria e una sala da 150 posti». «Non c’è niente di lieve in quest’opera. Questo museo – conclude il giornale – ci ricorda che la vanità non appartiene solo ai generali e ai politici».”

    (In estratto da “La Repubblica”, riportato da “Europa Concorsi” in data 27/09/2006).

  14. pinello berti ha detto:

    Tutte le rampe, scale, scivoli per diversabili, i muri schermo, anche quelli tratti dal Ghetty Museum di L A California sono IN TRAVERTINO DA TIVOLI, quali marmi? Tornate a studiare le cassette dei materiali litoidi se mai ne avete visti si mostrano anche alla scuole per geometra e perito edile. Del resto una neolaureata 110 e lode della scuola dei ” gianturchi ” a Roma difronte al palazzo della Cancelleria mi disse: che bei marmi…

    pb
    bologna CERSAIE

  15. filippo de dominicis ha detto:

    ormai anche koolhaas usa il travertino a Utrecht…e credetemi con la magnifica luce olandese, il travertino….viva il basamento della nostra scuola di valle giulia.geloso custode…purtroppo non so con quale spirito io possa ancora continuarla a chiamare scuola…anche quella dei vallegiulieschi…

    fdd
    internet point alla stazione termini

  16. paolo maria grendele ha detto:

    Il sindaco Alemanno ha deciso di indire un referendum per “smontare” (io penso che non si possa smontare ma solo demolire) l’architetturadi Meyer per portarla in periferia.
    Muratore ed i colleghi del blog che cosa ne pensano?

  17. andrea di loreto ha detto:

    è proprio quel portarla in periferia che mi preoccupa…
    non mi piace la teca di Meier,
    ma che cosa vuol dire portarla in periferia?
    La periferia è meno importante di altri posti?
    E’ la solita storia di spostare le cose che non vanno bene dal centro a fuori città?
    Spostare la monnezza sotto al tappeto?

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