Fantasmi urbani … a volte … ritornano …

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La Fondazione Bruno Zevi ripropone all’attenzione del mondo culturale, professionale e tecnico, la vicenda dell’Asse Attrezzato … attraverso una mostra all’Accademia Nazionale di San Luca …
Si legge nel comunicato:

“Fin dagli anni cinquanta l’asse a est della città era indicato come la direttrice dominante per l’espansione di Roma. L’idea porta a individuare nel Piano Regolatore Generale del 1962 una vasta area a est del centro storico destinata prevalentemente a funzioni direzionali. All’insieme di strada a viabilità primaria e dei vari edifici venne dato il nome di “Asse Attrezzato”. In tale quadro, alcuni amici e colleghi, operanti nel campo dell’architettura, dell’ingegneria, dell’urbanistica, della storia e della critica, Mario Fiorentino, Riccardo Morandi, Lucio e Vincenzo Passarelli, Ludovico Quaroni, Bruno Zevi e Vincio Delleani, prendono l’iniziativa di eseguire uno studio preliminare sul Sistema Direzionale e l’Asse Attrezzato. Senza una precisa committenza e sostenendo tutti i relativi oneri. Si costituisce pertanto, nell’autunno 1967, lo Studio Asse, a Palazzo Doria Pamphili. Per circa tre anni viene eseguita una imponente mole di ricerche, elaborati, modelli, relativi a: pianificazione urbanistica e impostazione architettonica (la “forma urbis”), ambito socioeconomico, mobilità e traffico, fattibilità, problemi tecnologici, giuridici, amministrativi. L’attività interessa ed è seguita da Amministrazioni ed Organismi pubblici e privati, Partecipazioni Statali, Associazioni Imprenditoriali, mondo professionale. Ma non ha risultati operativi e si conclude nel 1970. Nel 1975, introducendo il numero doppio della rivista “L’architettura – cronache e storia” interamente dedicato all’Asse Attrezzato, Bruno Zevi immagina che, in un futuro anno 3000, gli archeologi trovino l’imponente materiale dello Studio Asse e si chiedano il perché della sua fine. È tempo di riproporre il quesito, di domandarsi che cosa ha significato per la città la lunga agonia di questa idea …”


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Sono più di trent’anni che anch’io continuo a pormi, incredulo, la domanda: “ma, quelli lì, c’erano o ci facevano” …
Intanto, ieri notte, è stato approvato il nuovo piano regolatore …

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8 risposte a Fantasmi urbani … a volte … ritornano …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    Ero studentessa quando si parlava con entusiasmo dell’asse attrezzato di Roma nella Facoltà d’Architettura di Napoli. Tesi di laurea riproponevano assi attrezzati sul territorio napoletano e vi era grande fiducia nella crescita urbana. Dove saranno gli architetti che si laurearono con quelle idee progettuali? Rifarebbero quelle tesi?. Dopo il sessantotto tutto è andato disperso. Sarebbe interessante un recupero di quegli anni. Isabella Guarini

  2. Valentino Chiapparelli ha detto:

    Da studente al secondo anno a Valle Giulia, ormai l’ asse attrezzato sembra “preistoria”: leggendo “Roma moderna” di Insolera guardavo il progetto come fosse coevo a Fourier o Howard e come fosse altrettanto utopico. Non riesco proprio ad immaginare un simile intervento nella Roma contemporanea, forse anche perchè libri di testo e professori non mi danno modo ( o meglio motivo ) di poterlo immaginare. Alcuni di loro mi sembra lo sognino, altri che lo guardino con pragmatico cinismo; forse è un bene che “riducano” le ambizioni studentesche indirizzandole ad una scala ( forse ) più realizzabile; oppure non fanno altro che dare nuovi nomi a ( non so neanche come definirle ) dimensioni progettuali che in realtà sono sempre esistite: ormai non so quante volte ho sentito parlare di progetto urbano. Il Sistema Direzionale Orientale più passano gli anni più si riduce all’ osso assumendo oltretutto un carattere frammentario che non lo rende neanche più identificabile: è un’ entità. Dal nuovo piano regolatore il comprensorio di Pietralata è considerato una delle 18 centralità, ma come buona parte di queste, ormai tutto farà tranne che spezzare il monocentrismo romano visto che intanto i più “svegli” lo hanno saldato al resto della città. Le ipotesi progettuali ( solo rendering ) che ho visto non penso spingano più di tanto la committenza ( pubblica e privata ) ad accelerare i tempi anche perchè si limitano a dare una forma ad un insieme di edifici che non si sa ancora esattamente cosa dovranno contenere ed in che modo incideranno su una zona già abbastanza congestionata. Intanto Caltagirone ha realizzato in pochi anni una cittadina tra Roma e Fiumicino e il libro scritto da un mio professore sul nuovo P.R.G. romano non la cita neanche e nonostante le colossali dimensioni dell’ intervento lo si guarda con disinvoltura, come se nulla fosse. Si preferisce quindi rimanere nel campo dell’ ipotetico, senza agire decisamente su aree sottosfruttate, così Tor Vergata, passato il Giubileo continua a soffrire di provincialismo con una connessione alla città ridicola sia per il trasporto pubblico che per quello privato con un groviglio di strade che finiscono nel nulla o in surrealistici tunnel senza uscita, quando invece potrebbe essere quanto di meglio offre il territorio romano allo sviluppo.

  3. Filippo De Dominicis ha detto:

    Il problema di Howard è che utopico non è stato ahimè.Purtroppo per leggere seriamente qualcosa di Urbanistica,benche ritenga Marcelloni un ottimo insegnante,ho dovuto aspettare di calarmi in una realta estera(erasmus Bruxelles,quinto anno)dove i piani regolatori esistono come prassi sono da una decina d’anni.Jane Jacobs,vita e morte delle grandi città americane.Coeva di Quaroni,pieni anni sessanta.Il problema del libro di Marcelloni è che è esattamente parte integrante del sistema che non funziona;forse non cita Caltagirone perchè lo accetta come implicitamente necessario alla crescita urbana romana:non è un insolera moderno,che se la prendeva giustamente con i vari Portoghesi De Feo Samonà quando proponevano le loro fantastiche utopie nella piazza del Parlamento.è un testo dove trovano ahimè spazio progetti che Fino a prova contraria credo che Quaroni Piccinato e Fiorentino erano dei poeti-profeti architetti.Cosi come Insolera che aveva molto da dire.Ora questa dialettica è finita.

  4. Filippo De Dominicis ha detto:

    “è difficile,difficilissimo oggi,separare il mondo dell’urbanistica da quello dell’architettura:sono chiare certe realtà ai due estremi,pianificazione economica e territoriale da un lato,e il linguaggio dell’edificio …dall’altro.Ma tutto il resto che è quanto maggiormente interessa,è comune ai due mondi e partecipa ugualmente della problematica urbanistica e di quella architettonica….ma il vero pericolo è che si arrivi a separare nella realta della citta e del territorio,una azione urbanistica-funzionale soltanto-da una azione architettonica-espressiva soltanto…”
    L.Quaroni

  5. massimo viggiani ha detto:

    NUOVO PIANO REGOLATORE:
    MILIONI DI METRI CUBI DI RETORICA

    Il Nuovo Piano Regolatore si sconfessa solamente qualche minuto dopo la sua approvazione nella notte tra martedì 21 e mercoledì 23 marzo: alle 2,45, infatti, si discute di quali aree destinare a nuove edificazioni per sopperire alla mancanza di edilizia popolare, sfruttando zone agricole o destinate ai serrvizi, ai margini della città e lontane dalle maggiori linee di trasporto pubblico.
    Vengono così a cadere vari elementi con i quali il Comune giustificava la bontà: l’equità sociale del Piano, la certezza delle regole e della destinazione dei terreni, la realizzazione di insediamenti periferici completi di servizi.
    Si parla di riduzioni per non parlare di cosa verrà spalmato sul territorio.
    Si continua a parlare di Roma come metropoli più verde d’Europa, senza però precisare che nel calcolo delle aree verdi vengono incluse aree verdi fuori del raccordo: la nostra esperienza empirica e diretta del territorio non ci ispira a dire che viviamo in un’oasi di verde serenità.
    Le dichiarazioni di Roberto Morassut su Repubblica di mercoledì 22 non sono di buon auspicio per il benessere della città: l’Assessore all’Urbanistica, infatti, dice:” Spero diventerà più facile spostarsi e accedere dall’esterno”.
    Il fatto che l’Assessore si affidi alla speranza, dice molto dell’insufficienza tecnica e scientifica di questo Piano, approvato senza aver discusso il Piano Generale del Traffico: si continua a collocare cubature senza pensare al traffico e ai servizi di trasporto. Sperare o fare gli scongiuri non è esattamente la risposta migliore ai mali cronici della città.
    Secondo il Sindaco Walter Veltroni, nel suo discorso in aula, ha parlato di un piano regolatore di “una città moderna e giusta, con il 68% di verde, con le periferie che si stanno integrando”.
    Che quel 68% di verde non sia percepibile con la stessa immediatezza del sindaco è un mistero. Riguardo alla periferie che si stanno integrando, il degrado sociale, urbanistico e architettonico non verrà certo mitigato da qualche opera pubblica pagata a suon di cubature concesse ai privati con gli “Accordi di Programma”, che hanno ottenuto l’appoggio sia del centrodestra che del centrosinistra.
    Per quest’ultimo motivo, il tentativo dei partiti dell’opposizione di centrodestra (vedi l’intervento di Marsilio di AN, che parla di “maggioranza fin troppo allargata”) di distinguersi dalla maggioranza di centrosinistra è pura fantasia: nel corso di questi anni ogni forza politica ha privilegiato i privati e ha concesso loro una forte influenza sul governo del territorio.
    Adriana Spera, sottolineando i danni causati dai Programmi di Recupero Urbano e dall’Edilizia della 167 lontana dalle linee di trasporto su ferro, ha parlato di “compromesso” fra le varie volontà dei partiti di maggioranza (“Se dipendesse solo da Rifondazione, questo piano sarebbe molto diverso”): ci chiediamo se questo compromesso sia sostenibile per l’ambiente e la società.
    Che il Nuovo Piano Regolatore non sia un evento storico (l’aggettivo è ricorso molte volte nei discorsi della maggioranza), ma uno dei tanti compromessi della storia urbanistica romana, lo si evince anche dall’intervento del consigliere Di Stefano, il quale parla delle “compensazioni e della proprietà privata come di un diritto sacrosanto e che, ringraziando il Cielo, è passata questa tesi”.
    Forse il Cielo è l’entità meno indicata da associare alla Proprietà Privata., se non altro perché il Cielo a cui si riferisce De Stefano è praticamente il più grande proprietario terriero dell’Universo e non si occupa certo di proprietà private e di speculazioni.
    Per rimanere ad un livello laico, sarebbe il caso di ricordare al consigliere de Stefano che la salute pubblica e il diritto ad una città equa e solidale sono ben più sacrosante del commercio di terreni e di varianti.
    Sulla partecipazione sono state citate più volte le osservazioni presentate dai cittadini, senza però rimarcare quanto bassa sia la percentuale di quelle realmente accolte e di come siano state favorite le osservazioni che chiedevano nuove cubature.
    Per Silvio Di Francia, il consiglio comunale è stato “il luogo della democrazia, poi il futuro dirà chi ha avuto ragione”: ritorna ancora il tema della speranza come ultima dea urbanistica.
    Fabrizio Panecaldo ha parlato di Piano regolatore partecipato e condiviso con la città, un piano contro il quale “nessuno viene a contestare”. Dal pubblico è partito qualche fischio e una voce si è levata per far notare al consigliere che erano le due e mezza di notte e che il voto era stato precipitato in tarda notte con l’intento di avere un ristretto pubblico fatto di addetti ai lavori.
    Naturalmente per il consigliere Panecaldo le numerose vertenze in corso, le manifestazioni di associazioni per la difesa dell’ambiente e del diritto alla casa, organizzate anche davanti al Campidoglio in questi giorni, non sono da considerare in quanto poco pubblicizzate dai giornali, che hanno preferito intervistare solo gli amministratori e le associazioni più vicine al Campidoglio.
    Le consigliere Ivana Della Portella, come pure l’Assessore all’Ambiente Dario Esposito si sono dichiarati contenti della rete ecologica, senza però ricordare quante tutele paesistiche siano state cancellate, anche con deroghe retroattive, per favorire il Piano Regolatore e i Programmi d Recupero.

    Al di là della limatura di alcune cubature, il Nuovo Piano Regolatore non appare né giusto né moderno.
    E’ ingiusto che il Comune, appena qualche secondo dopo l’approvazione di oltre 70 milioni di metri cubi, discuta della necessità di reperire altre aree per una edilizia popolare che chissà quando verrà costruita, che crea quartieri lontani e senza trasporti efficienti, che ha come scopo solo quello di trasformare aree agricole in terreni edificabili.
    Non è moderno che, dopo tanti discorsi sulla crisi ambientale e sociale delle aree urbane, non si tenga conto della mancanza di case a basso costo, delle centinaia di morti per le polveri sottili, del 15% di adolescenti romani con malattie da inquinamento atmosferico, dell’inquinamento acustico in periferia maggiore di quello al centro, del surriscaldamento dell’area, della devastazione di quello che una volta era la campagna dell’Agro Romano.
    Mentre i consiglieri Panecaldo e Fayer si slanciano nel proporre “concorsi per la qualità architettonica dell’edilizia residenziale privata e [gentilmente concesso, dopo qualche secondo di esitazione, dal consigliere Fayer] pubblica”.
    Mentre si parla dell’incerto, un futuro sicuro si avvicina: milioni di metri cubi, sotto forma di terrazze dei presidenti, di quartieri rinascimenti, di centri commerciali con vendite di prodotti poco rispettosi del destino dei lavoratori nei paesi poveri, di parcheggi sotterranei di dubbia utilità sono stati approvati alle 2,30 di notte, in una sala piena solo di architetti e da addetti stampa.
    I romani, ignari e dormienti, sognavano , nel frattempo, una città giusta con tutti e bella come poche.

  6. Isabella Guarini ha detto:

    L’intervento a grande scala, sogno dell’architettura moderna, si è infranto sulla mancanza di crescita urbana, determinata dalla deindustrializzazione e dall’affermarsi delle nuove tecnologie della comunicazione. Da un quarto di secolo l’espansione urbana in Italia si è arrestata e si è sviluppata la conservazione dell’esistente, in vari modi. Le aree industriali dismesse sono state le occasioni per riproporre il tema della forma urbana in Europa e nel mondo, con forti ritardi nel sud. A Napoli ancora si fanno e si disfano concorsi per il piano di Bagnoli, dopo la chiusura dell’Italsider e anche la zona industriale orientale è programmata in maniera frammentaria. Inoltre,nelle vaste urbanizzazioni , tra antico e contemporaneo, nascono le grandi cattedrali dell’architettura globale, con la pretesa salvifica rispetto al degrado che le circonda: musei, teatri, auditorium, biblioteche, grandi infrastrutture e quant’altro possa essere costruito a simbolo dell’alto livello tecnologico raggiunto dalle imprese globali. Nella didattica esiste questa dualità, conservazione e ripensamento dell’esistente da un lato , edifici ad alta tecnologia dall’altra. Dualità che esiste anche in politica, da una parte i sindaci globali con i finanziamenti dell’Unione Europea, dall’altra i “desaparesidos” che non riescono a far quadrare il bilancio nemmeno per i servizi essenziali, oppure sono oggetto di attenzione solo per le discariche dei rifiuti, come in Campania. Il “napolicentrismo” è una tradizione che nemmeno le forze progressiste al governo della regione hanno abbandonato.

  7. Alessandro Ranellucci jr ha detto:

    Ohibò, e che c’entra il sessantotto? La Fondazione B.Z. può insistere quanto vuole su cosa abbia causato e significato la fine del “tunnel” dell’asse attrezzato (un tunnel attrezzato…), ma qualcuno forse saggiamente ricondurrà tutto al grande equivoco: quello di voler rincorrere con un ritardo di sessant’anni il mito dell’Est con la leggerezza della migliore utopia da tesi di laurea, così come oggi scontiamo in differita quegli stessi sogni che cercavano di abbattersi su piazza del Parlamento…

  8. Isabella Guarini ha detto:

    Il sessantotto c’entra, c’ entra!
    A cominciare dalla grande illusione di controllare l’assetto del territorio in tutti i suoi aspetti con i piani urbanistici. Non a caso, i più infervorati contestatori insegnano discipline urbanistiche, spesso in contrasto con il progetto architettonico, che era considerato reazionario e contro le classi lavoratrici.
    Non siamo ancora tanto vecchi da dimenticare un passato recente, tutto da scrivere.

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