I furbetti del cantierino …2


ieri …
Una precisazione:
da alcuni commenti ho avuto la senzazione che non tutti avessero “letto” bene le immagini …
il Morpurgo cui facevo riferimento non era “ovviamente” quello del compianto “contenitore” dell’Ara Pacis …
… ma quello degli edifici “ancora esistenti” sul perimetro della piazza …
che, secondo l’ipotesi Benevolo, andrebbero eliminati così come “furbescamente” suggerisce l’immagine riprodotta sul perimetro del cantiere …

oggi …

domani …?

… speriamo di no …

GM 14.12.05

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1 Response to I furbetti del cantierino …2

  1. Cristiano Cossu ha detto:

    Rafael Moneo, Carlos Ferrater, Alberto Campo Baeza, Alvaro Siza, e una miriade di ottimi professionisti iberici (e europei), si sono formati in questi ultimi decenni anche studiando attentamente l’architettura del fascismo in Italia. Con mente fredda, e spirito libero da quelle incrostazioni ideologiche che da noi (fra le altre cause) hanno impedito ai loro colleghi di fare altrettanto, soprattutto gli spagnoli hanno dato vita ad una pratica progettuale che dalle composizioni di Libera, Moretti, Ridolfi, Terragni, Vaccaro e tanti altri maestri, ha tratto pragmaticamente e spesso con grande eleganza idee spaziali, elementi formali, temi figurativi poi realizzati nei cantieri di mezzo mondo.
    L’architettura del fascismo fa parte della “tradizione del moderno” in Italia e in Europa, e ne dobbiamo la più disincantata, severa e puntigliosa lettura ad uno storico fiorentino come Carlo Cresti (si legga il suo “Architettura e Fascismo”, Vallecchi, Firenze 1986), che a mio parere ha fatto un pò di pulizia sull’argomento: sgombrando la discussione dalle suddette incrostazioni prodotte negli anni dalle due storiche Badanti (termine di Guido Canella) della critica architettonica italiana, Manfredo Tafuri e Bruno Zevi.
    Le architetture di Morpurgo in discussione non sono certo “capolavori assoluti”, ammesso che ne esistano; non sono il Danteum (una fra le architetture non costruite italiane di maggiore “fecondità”, un’architettura “seminale”, direbbe qualche recensore di musica rock), o i romani palazzi delle Poste, o il Palazzo dei Congressi di Libera; non arrivano certo alla bellezza classica di alcune chiese nelle nuove città pontine, o a quella futurista e macchinista della Centrale termica di Angiolo Mazzoni a Santa Maria Novella. Ma nemmeno le possiamo allineare con quanto di peggio il ventennio ha prodotto in architettura (e non poco ha prodotto).
    E’ un vero peccato che ancor oggi storici preparati e professionisti operanti come Leonardo Benevolo ripetano stancamente la loro litania “antifascista”. E che politici pur non disprezzabili diano loro spago e ascolto.
    Saluti

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