
memmo54 su: TRA LE ANGUSTE MAGLIE DELLA “BLOGCRITIC” …
“Che il disastro dello Zen come del Corviale o delle Vele vada addebitato al fatto che sia “male abitato” sembra, sinceramente, troppo ! E’ più probabile e veritiero forse, pensare che questi quartieri, questi edifici, siano “mal pensati”.
Oltrechè per la mesta architettura che riunisce, ostensibilmente, la tristezza ed il grigiore del viadotto autostradale la numerata divisibilità del magazzino e l’aspetto generale di casa circondariale, anche, e soprattutto, per l’improbabile vita da pollaio immaginata in essi; appena mitigata dai cosiddetti servizi ed attrezzature (..l’ora d’aria…)e sotto la regia di uno scolastico mantra “culturale” diffuso tramite mostre ed iniziative: gli abitanti avrebbero dibattuto della “recherche” fumando la pipa nei centri sociali per poi recarsi in fabbrica riflettendo sullo gnosticismo delle origini . Mah !
Non so dove l’abbiano letto o quale perfido intellettuale o politico ( …il compagno etiope…forse…) abbia suggerito ciò, pur tuttavia non era difficile intuire che si trattava di sciocchezze … inadatte ed inopportune perfino a falansteri di 50 piani costruiti per borghesi istruiti e ben catechizzati.
Ma è abitudine inveterata degli architetti moderni pensare poco e facile, possibilmente in grande (.. troppo grande…) e poi coprire alla buona le inevitabili magagne giustificando le perplessità con argomenti vani ed ovviamente inattendibili.
Vanno considerare tutte le possibilità che si prospettano: che altri modifichino o semplifichino; che una parte non sia eseguita, che si usino materiali differenti… che si possa utilizzare in altro modo, in altre epoche. Alla fine di tutte le sottrazioni il progetto deve avere comunque un significato evidente.
Probabilmente i lager mostrati sarebbero accolti diversamente (… anche senza i servizi…) da operai e pensionati ternani già piegati all’obbedienza da 100 anni di lavoro in fonderia ma la sana anarchia dei sottoproletari romani, napoletani o siculi ha reagito e reagisce ancora con disprezzo alla vis concentrazionaria latente nelle classi dominanti .
Il dramma è che non si aveva ( …ed a quanto leggo non si ha ancora…) la minima ragionevole idea di quale sia il significato dell’architettura; quale mistero di vita debba comunicare, cosa sia in grado di rappresentare e perché .
Dopo aver rinunciato, programmaticamente, ad ogni strumento condiviso potranno le stecche razionalmente ordinate ed il torroni ben accostati ai panettoni, i cubi o le superfici “stupefacenti” sostituire il paesaggio urbano condensato da secoli ?
Si rimpiangono, in queste circostanze, la fragranti estemporaneità dei cori assembleari anni settanta che, a ritmo dell’organino, rampognavano le sciocchezze degli oratori:
…raccontacene n’altra che questa n’ce piace !
gira la manovella delle ……”
Saluto