Questa non è una nuvola …

nuvola.“Egregio Professore, questa non è una nuvola….
Grazie
Mauro Risi

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Vanno vengono ogni tanto si fermano (De Andrè) …

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COLPO DI SOLE …

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SALVIAMO LA PALAZZA ROMANA …

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Palazzine borghesi l’invenzione nata a Roma

Le progettano grandi architetti, le amano gli speculatori le copiano all’estero … Il libro … Un volume di Alfredo Passeri ne ripercorre la fortuna, gli stili, le copie finte che hanno invaso la città.

Un appello per tutelarle

“Un secolo fa, secondo i piani urbanistici del Comune, Roma doveva espandersi con ampi fabbricati d’abitazione e villini. Nuovi quartieri come Nomentano, Salario, Pinciano, Monteverde e Parioli sarebbero diventati eleganti zone alto-borghesi a corona della città storica. Ma dopo la Grande Guerra la società cambia e si divarica: si rafforzano gli strati popolari e al tempo stesso emerge un ceto medio che cerca spazio. E casa. Cadono le previsioni sui villini e, con un regio decreto, nel 1920 si passa ad una nuova tipologia edilizia: la palazzina. Ha numerosi pregi. Richiede un investimento limitato, si fa in poco tempo, è venduta subito e bene. Un affare per chi la costruisce. Le regole ci sono: quattro prospetti, un fronte di 25 metri, quattro piani più attico, distacchi dai vicini di 5,70 metri. È destinata alla borghesia emergente: c’è il salotto, lo studio, più tardi i doppi servizi, l’ascensore. Quando non c’è il marmo, c’è il «marmoridea», sua abile replica. Spesso la progettano validi architetti, che si cimentano a gara con nuove tecniche, nuovi materiali, nuove idee. Aschieri, Capponi, Piacentini e poi Ridolfi, De Renzi, Busiri Vici, Libera a Ostia, Piccinato, Plinio Marconi, Gio’ Ponti. In pieno conflitto, nel 1942, sul lungotevere Flaminio appare una facciata fatta di volumi e non di strutture: la «Furmanik» di De Renzi e Calza Bini. Nel secondo dopoguerra la palazzina romana fa boom: dilaga in tutta la città. Quella di Luigi Moretti, «Il Girasole» (1950) a viale Bruno Buozzi è un must. Tante belle, qualcuna super, tantissime semplici copie furbescamente trattate da costruttori praticoni che sguinciano tra norme tecniche e regolamento edilizio per fare più soldi, insaziabili: ecco i veri «palazzinari», quelli del nostro senso comune, piccoli e poi grandi speculatori che hanno disseminato «finte» palazzine seriali ovunque, comprese le periferie, provocando, come dice Paolo Portoghesi, «la destrutturazione della forma urbana». Un poderoso volume («Palazzine romane» di Alfredo Passeri, ed. Aracne, 1200 pagine) col tracciare la storia di questa invenzione dell’edilizia cittadina – ripresa in tutt’Italia con echi all’estero – ci accompagna nell’evolversi della cultura urbana di Roma accennando anche alla sua storia sociale. Con il diffondersi della palazzina si assiste all’affermarsi di quella borghesia che finisce per impadronirsi della città suggerendo un modello di abitazione cui aspira via via quel ceto medio che riesce a sottrarsi ai fabbricati intensivi. Lo strumento della cooperativa edilizia favorisce il diffondersi di una modalità abitativa che diventa un vero e proprio status symbol. Docente a Roma Tre, Passeri si è avvalso di un lavoro pluriennale di raccolta dati dei suoi studenti (elencati per nome) arricchendo il libro di saggi, contributi e testimonianze. Le decine di palazzine presentate con schede tecniche e autori costituiscono l’argomento con cui viene lanciato un appello: queste opere architettoniche di qualità vanno tutelate e conservate quali autentici beni culturali della città, in qualche caso vere «opere d’arte» ridotte ad uno stato di degrado per la cattiva manutenzione. Un richiamo destinato probabilmente a incontrare qualche diffidenza poiché alla palazzina, soprattutto nel secondo Novecento, sono legate le immagini della facile speculazione immobiliare, di una società rampante, di ambizioni private, insomma di una serie di vanità sviluppate in contemporanea con dure lotte sociali che comprendevano anche la rivendicazione del diritto alla casa (popolare).Il repertorio delle palazzine d’autore non vuole essere esaustivo ma indicativo, alludendo all’opportunità di riconoscere e difendere dall’incuria un enorme bacino di architettura di qualità sparso in tanti quartieri. All’ultimo esempio citato, l’edificio di Portoghesi e Gigliotti al Nomentano detto «Casa Papanice» (1970), avvolto in un cromatismo organico, potremmo aggiungere l’«inconsueta e sorprendente» (Purini) opera di Paola Rossi e Massimo Fagioli (Palazzetto Bianco, 2005) non lontano dal Cupolone, a testimonianza che la tipologia «a palazzina» ancora spinge alla sperimentazione architettonica. Ma si tratta di uno dei rari acuti che si alzano da un coro ottuso: i «palazzinari» sono stati superati dai loro successori, che per fare soldi non costruiscono più verso il cielo ma sottoterra prestigiosissimi box per auto.”

Pullara Giuseppe

Corriere della Sera – (28 maggio 2013)

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Hans-Scharoun-1024x441Hans Scharoun
Siedlung Sternestadt ad Amburgo
1931-34
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LA GRANDE SOLA …

mendelshonArchitetture sconosciute

LOST ARCHITECTURES

Buildings missing, unknown or never existed.

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Estetizzazione dell’ irrazionale? …

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Quest’anno, dopo molte riflessioni e dubbi, l’Ufficio Erasmus/Relazioni Internazionali di Brera ha partecipato a Biennale Sessions, un programma di biglietteria educational riservato alle istituzioni universitarie, per presentare un focus su quei progetti di artisti provenienti da Brera che si sono fatti apprezzare nelle diverse edizioni delle Biennali veneziane e non solo.

Abbiamo parlato dunque, di artisti giovani, molti dei quali erano ancora studenti al momento dei primi importanti riconoscimenti, giovani che, immersi nelle logiche della ricerca e della poetica, hanno testimoniato nel corso degli anni con il loro lavoro di un humus braidense, fertile, di un ambito culturale polimorfo, di una pluralità di linguaggi sempre all’insegna di uno smodato amore per l’arte e per la libertà.

Queste generazioni di artisti hanno anche testimoniato di una relazione esistente fra arte e didattica dell’arte, (tema caro alla migliore tradizione italiana) da Arturo Martini a Gastone Novelli, da Nicola Carrino a Sergio Lombardo, da Luciano Fabro ad Alberto Garutti,  a Diego Esposito a Vito Bucciarelli, che le cronache spesso dimenticano, trascurano o minimizzano, dimenticando che la trasmissione di sapere e non i numeri o il profitto, rappresentano la vera missione di ogni istituzione didattica di QUALITÀ.

Dalle aule di Brera, a prescindere che le aule fossero di Pit-l tura, Scultura, Terapeutica Artistica etc, negli ultimi anni sono usciti artisti interessanti come Vanessa Beecroft, Su Koung Bang, G.L.A.C. Gruppo latinoamericano di arte contemporanea, Fedra, Elisabetta Ingino, i fratelli Xhi Xha, Laura Cazzaniga, Elisa Franzoi,  Davide De Merra, Y Liver, Xhi Xha, Nina Voets, Alain Urrutia… Artisti che si sono distinti ciascuno a suo modo, nella riceca artistica.

Sappiamo che nell’Aula Uno prima di Luciano Fabro e poi di Alberto Garutti si sono formate generazioni intere di artisti straordinari, da Liliana Moro a Mario Airò, da Gianni Caravaggio a Bernhard Rüdigher a Marcello Maloberti. E naturalmente Lara Favaretto, Giuseppe Gabellone, Paola Pivi, Patrick Tuttofuoco, Roberto Cuoghi, Petrit Halilaj…

La serie infinita di artisti formati a Brera rappresenta il segno evidente di una certa vitalità che la Scuola Pubblica ha ancora nel produrre e riprodurre processi e interventi capaci di cogliere l’attualità della ricerca in arte, ben oltre i limiti del mercato, le miserie della politica o le mode. Questa Biennale, che vede tanti di questi artisti esporre, presenta al Padiglione della Santa Sede anche lavori di Paolo Rosa, protagonista di Studio Azzurro ma anche motore della Scuola di Nuove Tecnologie di Brera, e ancora al Padiglione Italia opere (dell’indimenticabile) Fabio Mauri e di Gianfranco Baruchello, che sono stati tra i docenti (insieme al sottoscritto, a Nicoletta Braga, a Vito Acconci, Mauro Folci,  Beppe Dematteis, Juan Jose Lahuerta, Giorgio Muratore, Franco Farinelli ecc.) dell’unico post lauream gratuito interfacoltà mai realizzato nella storia europea, promosso dall’Accademia di Brera, da Architettura Roma Tre, da Valle Giulia e Beni Culturali Viterbo dal titolo Arte Architettura Territorio, prodotto tra il 2006 e il 2008 e presentato nei Padiglioni Francia, Venezuela e Italia delle Biennali Architettura di quegli anni dirette rispettivamente da Burdett e Betsky(con Emiliano Gandolfi).

La presentazione in Biennale Sessions ha illustrato questo  articolato percorso, presentando lavori storici come quelli del Maestro brasiliano Antonio Manuel o la nuvola del Centro Congressi Italia all’Eur di Fuksas, ma anche le cupole per le piazze indignate di Atene e i lavori nella rete spagnola di arquitecturas colectivas, proseguendo con Cantieri d’arte, con i carteles negros di Sierra, con i lavori che il collettivo sos workshop ha presentato nella Metaville di exyzt! nella Biennale Architettura 2006 al Padiglione Francia, diretto allora da Patrick Buchain, poi la performance cuestion de pasta di Fausto Grossi,  la rassegna video Libertà Politica Territorio di com.plot s.y.s.tem al Padiglione Bolivariano del Venezuela diretto da Juan Pedro Posani, sempre nel 2006, e la performance arquetipos imaginarios y mitos del 2008. Lo stesso collettivo sos workshop ha presentato nella scorsa edizione arte, al Padiglione Accademie, un lavoro molto interessante, spazi sensibili, che all’installazione affiancava azioni, letture, discussioni che hanno visto intervenire tra gli altri Emanuela Fornari di Roma Tre, Antonio Gomez Villar della Università Pompeu Fabra di Barcelona, Claudio Giorno della rete No Tav, a discutere di come la linea di confine, la barriera, disegna lo spazio in modo ambiguo, ambivalente, e alla fine nessuno sa più veramente, chi sia veramente dentro o fuori la gabbia.


Il tema di una pluralità di linguaggi e poetiche oltre ogni forma data, che poi sarebbe stato quello della Biennale, Il Palazzo Enciclopedico, era stato intuito, inconsciamente anticipato, presentato in scala ridotta alla fine del 2012 nella Notte dei Musei a Delft, con un palazzo storico allestito in forma di Wunderkammer con opere di Santiago Sierra, Democracia, Karmelo Bermejo, Juan Pablo Macias, Escuela Moderna/Ateneo Libertario, Alain Urrutia, sos workshop, BreRaum e altri, con interventi di Lorenzo Benedetti e Paolo Martore del Neccar ma in una scala e con intenzioni molto molto diverse…


La scala proposta in quella sede olandese, guardava anch’essa all’intimo e al privato, coniugato all’ARTIVISMO, alla politica, alla società, ai collettivi, all’anarchia, al comunismo libertario, all’anticapitalismo.. quindi sempre in chiave rivendicativa e politica. Ci domandiamo invece visitando questa Biennale, se l’apertura del curatore all’estetica e all’estetizzazione delle <straneze> del irrazionale e dell’irrazionalismo, non preluda e in qualche modo strizzi l’occhio, a quell’ irrazionalismo politico che ogni giorno, prepotentemente ci si fa incontro.marino-auriti-55-biennale-arte-venezia-wow-webmagazine

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LE PROVINCIE … 2nda serie …

Schermata 2013-07-14 a 16.42.17Da Sergio De Santis …

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