Riceviamo da Pietro Barucci e molto volentieri vi giriamo queste riflessioni sui recenti eventi dell’Aquila: …
“E’ noto, per esperienze precedenti, che nel clima caotico del dopo-terremoto, inevitabilmente carico di tensioni sconvolgenti, esistono tutte le condizioni necessarie e sufficienti per assumere decisioni che poi risulteranno sbagliate.
Nel caso de L’Aquila, poco o nulla è dato conoscere delle scelte urbanistiche, economiche, psico-sociali, progettuali, costruttive (se mai siano state operate o solo sfiorate) da cui hanno preso le mosse le frenetiche lavorazioni in corso e ci si deve accontentare di qualche servizio apparso sulla stampa periodica, del tutto insoddisfacente a fronte della gravità della situazione, del numero dei senza tetto in sofferenza e dell’ingente quantitativo di risorse impegnate.
Abbiamo appreso che, quale primo programma-tampone, sono in corso di realizzazione 150 unità edilizie da 26 alloggi ciascuna, per un totale di 3900 alloggi che potrebbero ospitare una popolazione prossima ai 15.000 abitanti; programma che è ben lungi dal soddisfare le esigenze conseguenti al terremoto, ma che dovrebbe concludersi entro qualche mese, a prezzo di un immane sforzo produttivo e di una spesa non minore a 135.000 Euro per alloggio.
Sconcertanti i caratteri delle unità tipo in costruzione, ciascuna costruita su una sua propria, ciclopica “piattaforma antisismica”: un volume interrato adibito a parcheggio o depositi, costituito da due solettoni cementizi iper-armati sovrapposti, congiunti da giganteschi pilastri cilindrici in acciaio. Una sorta di suolo artificiale infinitamente rigido su cui è impostato un complesso edilizio in elevazione a tre piani, progettato e costruito con metodi speditivi, “ a secco”, con struttura metallica, sistema secondario di tamponamento in pannelli leggeri in legno-derivati e materiali sintetici di coibentazione e con largo impiego di cartongesso nelle tramezzature e finiture interne.
Un intervento che stupisce per la forte incoerenza fra i due tipi di manufatto: permanente e invasiva la base cementizia, semiprecaria la parte in elevazione. Complesso che, malgrado il carattere transitorio assegnato alle abitazioni, è responsabile di un forte e definitivo impatto ambientale dovuto appunto alla massiccia piattaforma antisismica sottostante, probabilmente sovra- dimensionata rispetto agli sforzi che deve assorbire. E che colpisce per il costo complessivo, più che doppio rispetto a quello di una normale edilizia residenziale pubblica, eseguita nel rispetto della normativa antisismica vigente.
Si deve peraltro considerare la perplessità del Geologo Franco Cavazzana, esposta nella lettera al quotidiano La Stampa del 17.08.2009 dal titolo Case antisismiche su terreni inadatti, il quale opportunamente osserva che la conclamata robustezza di queste piattaforme antisismiche potrebbe comunque non essere sufficiente senza un approfondito studio del terreno sottostante. Date le circostanze, è lecito dubitare che questo studio sia stato eseguito per le 150 piattaforme.
E’ evidente che la scelta di questa soluzione anomala è stata finalizzata al conseguimento di un risultato preciso: la rapidità della costruzione, da usare quale strumento di propaganda politica, per conseguire i quali ogni spesa è sembrata giustificata. Rapidità quasi miracolosa se confrontata con gli estenuanti tempi dell’edilizia convenzionale e tale da ottenere un esito complessivo ad effetto, di grande consenso popolare, specie se confrontato con le esperienze dei precedenti terremoti, le cui baraccopoli talvolta hanno resistito per decenni.
In attesa di verificare quale sarà l’impatto con l’utenza, momento supremo di ogni intervento urbanistico-edilizio realizzato dalla mano pubblica, non si può prescindere da un dato iniziale disarmante, la constatazione che, al momento, dopo le tendopoli, la montagna imponente di problemi generali abbia partorito il topolino delle 150 unità edilizie, basate su una trovata tecnica discutibile, costosissime, disseminate nei comuni limitrofi secondo criteri che sfuggono alla pubblica opinione. Più che un contributo alla ricomposizione del tessuto sociale, forse ne produrranno il definitivo sfaldamento.
Sembra perciò che si tratti di una scelta precipitosa e incolta, un colpo di mano, e che le disprezzate baraccopoli, a suo tempo provvidenziali nel caso del Friuli, sarebbero state disponibili molto prima delle unità adottate, sarebbero costate enormemente meno, non avrebbero ingombrato irreversibilmente il territorio, avrebbero concesso un lasso di tempo necessario alla ponderazione, all’intervento della cultura, del professionismo, che per il momento sono stati lasciati fuori della porta, forse definitivamente.
Restano difatti scoperti tutti gli altri aspetti fondamentali dell’operazione, quelli più propriamente disciplinari, che vanno dalle scelte urbanistiche di localizzazione degli interventi, del loro inquadramento territoriale e del rapporto funzionale con le preesistenze, alle questioni squisitamente architettoniche relative alla ambientazione e alla ricerca dei caratteri più consoni all’inserimento in un’area di notevole pregio storico-culturale quale quella aquilana.
Per non parlare del problema infinito del recupero del Centro Storico, appena abbozzato in termini burocratico-economici e tutto da scoprire sotto il profilo storico, architettonico e socio-culturale.
Si deve osservare che l’impianto generale dell’iniziativa, fino ad oggi, non ha tenuto alcun conto della cultura urbanistica di questo Paese, delle sue storiche, sofferte esperienze nel campo dell’edilizia pubblica, della maturità raggiunta nel campo psico-sociale, dell’interesse tuttora vivissimo nei principali atenei italiani per i problemi del costruire e degli interventi nel territorio, dei meriti acquisiti nel campo del recupero edilizio, dell’esistenza di istituzioni e organismi altamente qualificati sul piano culturale e tecnico, riconosciuti anche a livello internazionale.
La ricostruzione de L’Aquila non dovrebbe restare, così come sembra avviata, un problema di protezione civile, da Vigili del Fuoco (ancorché benemeriti), affrontato su basi rigidamente politico-economiche, organizzative, di tecnica costruttiva, militarizzate e platealmente miranti a conseguire risultati elettorali.
Forse sarebbe il momento di deporre l’elmo protettivo da soccorritore, di guardarsi intorno, prima che sia troppo tardi, e aprire il campo ai contributi della ricerca culturale, delle competenze specialistiche, della professionismo colto e avanzato, e della partecipazione democratica, contributi da concepire come risorse e non come intralci da eliminare.
Ma esistono le cosiddette “condizioni politiche” per un simile gesto? Dato l’imperante “decisionismo”, termine ambiguo pericolosamente sbandierato fin dai tempi del craxismo, sembra del tutto improbabile.”
Pietro Barucci
Orbetello, agosto 2009