METODO GIBELLINA? … NOOOO …

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Ma Gibellina ha ancora bisogno di opere d’arte contemporanea?
Errare humanum est … perseverare autem diabolicum!

di Ettore Maria Mazzola

“Leggendo su Artribune dell’iniziativa DeviAzioni – Gibellina Urban Art, un dubbio mi sorge spontaneo: ma se l’operazione intellettualoide iniziale si è mostrata un fallimento assoluto, come è possibile che, a 49 anni di distanza, l’assessore alla “cultura” gibellinese possa aver deciso di riprovarci?

E come è possibile che la cosiddetta stampa specializzata possa celebrare – in nome dell’ideologia imperversante – il presunto successo di chi non sia in grado di imparare dagli errori del passato?

Soprattutto mi chiedo – considerato il costante sperpero di denaro pubblico e la costante carenza di servizi, specie in luoghi come Gibellina, dove l’acqua corrente è quasi un’utopia – come sia possibile da parte di Artribune raccontare con orgoglio quelli che furono i sotterfugi messi in pratica dal sindaco promotore della ricostruzione di 49 anni fa:

“I fondi, negati dallo Stato – che non volle destinarli all’arte – Corrao li ottenne con manifestazioni, battaglie parlamentari e mille escamotage (come quando travestì i lavori per il Cretto da “opere di sistemazione idrogeologica”), contando soprattutto sulla generosità di artisti e residenti”.

Considerato lo stato in cui versano tutt’oggi Gibellina e il suo territorio, e considerato lo scempio paesaggistico ed economico (il recente restauro del Cretto è costato un’enormità), bisognerebbe aprire un’indagine in Procura contro quel politico, piuttosto che celebrarne il suo “mecenatismo” operato coi soldi nostri!

Tornando ad oggi, nel pezzo di Artribune si legge che, a ideare l’operazione di questi giorni è stato il giovane assessore alla cultura Giuseppe Zummo, il quale ha sostenuto che:

“L’elemento d’ispirazione sono state le contaminazioni artistiche che Gibellina ha avuto negli anni, e di conseguenza lo sviluppo di un metodo. La ricostruzione della città è un caso unico al mondo. Sono passati trent’anni e i concetti di arte pubblica, sostenibilità, estetica, conservazione, si sono modificati”.

Detto questo, Zummo ha sciorinato una serie di termini e frasi messe lì per operare il consueto lavaggio del cervello, nel vano tentativo di convincere che l’opera sarebbe cosa buona e giusta:

“Oggi il coinvolgimento dei cittadini diventa fondamentale. Il contatto con gli artisti è più diretto. E i linguaggi si fanno più immediati, economicamente sostenibili. Come per la Street Art”.

Orbene, memore della mia prima visita a Gibellina, quando ebbi modo di registrare la disapprovazione – in taluni casi una vera e propria rabbia – dei residenti nei confronti dei “professoroni” ed “artisti” che avevano realizzato quell’ignobile luogo metafisico, dove la vita non è di casa, sarei davvero interessato a conoscere quale sarebbe il fondamentale coinvolgimento dei cittadini!

Il pezzo di Artribune ci viene subito in aiuto chiarendo come i cittadini vengano considerati alla stessa stregua del popolo romano da parte del Marchese del Grillo:

“I passanti che ci vedevano a lavoro erano incuriositi, alcuni (pochi) non approvavano. Quanto a noi, siamo rimasti stupiti della grande risorsa culturale concentrata in un solo luogo”.

Inutile chiedersi come e perché il linguaggio dell’arte in oggetto risulti più “economicamente sostenibile” … è chiaro che ci troviamo davanti all’ennesimo abuso terminologico, per il quale chi lo pronuncia si interessa solo della possibile rivendicazione della frase, piuttosto che della reale messa in pratica del suo contenuto … chi fa abuso dei certi termini, infatti, lo fa nella consapevolezza che il “popolo bue” – quello che crede fedelmente nella parola di chi di certe cose se ne intende – gli crederà senza proferire verbo, né investigare sulla realtà dei fatti!

L’articolo va quindi avanti celebrando “il metodo”:

“È da qui che si riparte, rimettendo in campo un sogno e provando ad accordarlo alle pratiche del tempo.”

Torniamo quindi ai “sogni” di folli visionari che si trasformeranno in incubi per le cavie di turno!

A conferma del metodo, Zummo dichiara:

“I ragionamenti alla base del progetto sono frutto dei confronti che ho spesso con amici artisti, curatori, musicisti. Cerchiamo di stimolare la comunità con nuovi input. E devo dire che in questo caso ci siamo riusciti, ma solo dopo grandi confronti con le istituzioni”.

Non dunque il dichiarato coinvolgimento dei cittadini che diventa fondamentale, bensì il frutto di una serie di incontri tra personaggi, ideologicamente compromessi, il cui unico intento è quello di realizzare, a spese degli altri, opere che possano celebrare il proprio ego.

Questa gente è così miope da non accorgersi che quella che le appare come l’avanguardia più evoluta dell’arte, rappresenta invece una povertà intellettuale mai registrata in precedenza!

… e la chiamano cultura!

Vi riporto il link al post di Archiwatch dove trovate il link al pezzo di Artribune e quello al mio vecchio articolo su Gibellina”

https://archiwatch.it/2017/01/24/97182/

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8 risposte a METODO GIBELLINA? … NOOOO …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Grazie!

  2. emanuele arteniesi ha detto:

    A Valle Giulia si incontrava anche gente come Vincenzo, per quanto mi riguarda veramente solo un altro paio di amici. Ecceita´ in trance che ruminavano lavorio, santi pazienti nei confronti di professori e assistenti e altri cazzari sui generi. Vincenzo ha giocato molto anche con l´accademia, quella moschiniana, ma ora e´ pronto. Lui non si monta la testa, l´ha persa per sempre

  3. ctonia ha detto:

    Non posso che concordare in questo caso con Ettore. E’ lampante il totale arbitrio di questo “metodo” di governo del territorio. Sono operazioni troppo complesse per la mediocrissima levatura amministrativa che ci caratterizza soprattutto nel sud Italia. Limitiamoci a svolgere la minima manutenzione dei marciapiedi e delle fognature. Quando dobbiamo affrontare invece situazioni eccezionali come quella, rivolgiamoci a chi sa farlo: forse esiste.
    saluti
    cristiano

  4. Maurizio Gabrielli ha detto:

    Un’osservazione forse scontata : ma non fu proprio nella ricostruzione del Belice che si registrarono i nuovi metodi di intrusione della malavita nel ciclo del cemento ? E spingere ancora sull’uso scriteriato di quel ciclo non suscita legittimi dubbi non solo in quei luoghi ma su tutto il territorio nazionale ? Il troppo stroppia e puzza.

  5. viviana deruto ha detto:

    Molti anni fa, ancora studentessa, mi recai in quelle zone per fare un giro delle tante decantate, da lui stesso nel corso delle sue lezioni, opere di Francesco Venezia a Gibellina e dintorni. Pur essendo ancora molto inesperta notai immediatamente la non coerenza delle opere con il contesto: oggetti con la pretesa di piazza, museo, teatro all’aperto assolutamente invivibili, pura esercitazione formale, quella che ogni architetto, ammettiamolo, vorrebbe poter fare almeno una volta nella vita. Lì però l’azione non si fermava ad un’unica opera, continuava in una serie di oggetti, sparsi per il territorio o concentrati nell’area della vecchia Gibellina, autocelebrativi dei singoli autori, vedi chiesa di Quaroni crollata e poi ricostruita. Certo tutto molto poetico, ma fine a se stesso. Non voglio entrare in polemiche, per le quali comunque, caro Ettore, penso tu possa avere ragione, ma esprimere un concetto: se questa è architettura e se non lo è allora ne andava fatto, ed ancora forse è possibile, un reale museo a cielo aperto, con tanto di biglietto e guide ed indotto, pubblicizzato e seguito nel giusto modo, così che l’amministrazione locale ne traesse beneficio economico da utilizzare per la salvaguardia del territorio e delle necessità dei suoi abitanti. Questo avrebbero fatto all’estero richiamando frotte di turisti, perchè se ormai il danno è fatto almeno traiamone beneficio e non continuiamo a perseverare nell’errore. Il Cretto di Burri, invasione paesaggistica notevole, è comunque un sito di grande fascino quando lo si percorre entrando e diventando opera nell’opera. Sono comunque d’accordo che sia inutile continuare a perseverare e che i fondi disponibili debbano essere utilizzati per mantenere ciò che c’è e valorizzarlo.

    • ettore maria mazzola ha detto:

      cara Viviana,
      sicuramente questa non è architettura, né soprattutto è ubbanistica, quindi non andava fatto questo abominio.
      Per quamto attiene il presunto “museo a cielo aperto”, gli introiti che ha portato (e che avrebbe portato anche in un altro Paese … perché non è colpa degli italiani e della mafia -come si è giustificato Gregotti per difendere il suo abominevole ZEN di Palermo- se certe schifezze non interessano a nessuno) sono talmente esigui che non si uò affatto giustificare l’operazione né, soprattutto, il ripetersi della stessa.
      Tra l’altro in questi anni gli unici visitatori – come te e me – sono stato stati gli studenti di architettura (tu mandata da Venezia e il da Purini) che ci raccontavano delle meraviglie da vedere … il resto della gente – non essendo passato tramite il tentativo di lobotomia delle facoltà di architettura – non ha provato, né mai proverà interesse per visitare le “meraviglie” della ricostruzione del terremoto del Belice, a differenza dell’incredibile interesse manifestato a livello mondiale per le Meraviglie reali della ricostruzione del Val di Noto.
      Nel 1968, la presunzione, l’ignoranza e l’arroganza dei promotori e, soprattutto, dei progettisti di Gibellina, che decisero di ignorare la grandiosa lezione della ricostruzione successiva al devastante terremoto del 1693 sono le uniche responsabili del colossale fallimento di quell’operazione ignobile!
      Il Cretto di Burri, che a te sembra affascinante, a me e a molti altri fa schifo.Se mai almeno Burri si fosse sforzato di rispettare pedissequamente il tracciato delle strade e piazze originali, forse avrebbe potuto suscitarmi qualcosa…. oggi l’unica cosa che mi sucscita è un mal di pancia colitico!
      Un caro saluto

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