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Schinkel in Crimea.
Crimea…la più amata dagli imperatori.
Forse la grandezza di Schinkel sta nel fatto che la sua visione dell’architettura come fatto naturalistico non inficia ma anzi rafforza il concetto di architettura come applicazione di leggi immutabili, che poi sono quelle della tipologia (in fondo, il suo progetto di villa in Crimea non è altro che una riduzione del palazzo). In tal senso, l’architettura acquista un valore in sè, ma certi virtuosismi grafici ci ricordano che l’ambiente e gli oggetti circostanti (unici fattori intrinsecamente mutevoli), possono acquistare lo stesso valore dell’architettura, nel senso che fu espresso, a suo tempo, da Diderot:
“Mi sono chiesto qualche volta come mai i templi degli antichi, aperti ed isolati, sono così belli e suggestivi. La ragione è che si potevano decorare su quattro lati senza nuocere alla semplicità; ed essendo accessibili da tutte le parti erano l’immagine stessa della sicurezza. E poi erano posti in luoghi appartati e il fremito di una foresta circostante si aggiungeva alle cupe idee dettate da un senso di superstizione e infondeva nell’animo umano una singolare sensazione di turbamento. (…) Se fosse toccato a me di progettare la piazza Luigi XV nel punto in cui si trova, mi sarei guardato bene dall’abbattere la foresta. Avrei voluto che si intravedesse l’oscura profondità, tra le colonne di un grande peristilio. I nostri architetti non hanno fantasia, non sanno che cosa sono le idee accessorie risvegliate dall’ambiente e dagli oggetti circostanti”.
Ecco, io credo che il peristilio ideale di cui parla Diderot si possa identificare con quel confine tra città e natura che dev’essere sempre chiaramente percepibile, pena il disvalore di entrambe. Del resto, anche la villa può essere un concreto strumento di costruzione della città (piuttosto che un oggetto isolato nella natura). In ambito urbano, basterebbe citare lo sperimentalismo di Muthesius, che al pari del naturalismo schinkeliano, non rinnega mai i suoi fondamenti tipologici.
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