“Cacciar via … tutta la sciamante marmaglia dei “dotti” …” …

Schermata 2014-02-23 a 20.21.09Andrea Di Martino su: …

INASPETTATAMENTE … GIANCARLO …

Il cielo come tetto del mondo. Forse è solo in quest’ottica che ci si rende conto che non esiste nulla di più ordinario, ma solo nel senso che è perfino impossibile pensare a qualcosa di diverso che possa assolvere la stessa funzione. Una sola finestra dunque, ma più scorci diversi tra loro, in quanto allusivi di un cielo infinitamente mobile e mutevole, come tutto ciò che esso, da sempre, sovrasta: il mondo e i suoi contrasti, in perenne attesa di pacificazione. “L’arte scomparirà dalla vita nella misura in cui la vita guadagnerà in equilibrio”, scriveva Mondrian, cui una pallida eco si può intravedere nella partitura neoplastica degli scorci galassiani. Com’è noto, l’equilibrio cui alludono le composizioni di Mondrian non è altro che una sorta di equilibrio tra gli opposti (orizzontale-verticale-colori primari), vera e propria metafora di quella utopistica forma di pacificazione cui alludeva Fritz Lang nel film “Metropolis” (non a caso lo stesso Mondrian ha nominato la città come oggetto specifico della sua ricerca verso l’astrazione). Una necessaria ricerca di sicurezza, dunque. Ma il cielo, nel suo essere sovrastante e soverchiante allo stesso tempo, parrebbe alludere ad una ancor più necessaria ricerca di sicurezza: quella di cui parla Nietzsche in una prosa dove la filosofia si fonde con la poesia. Una prosa che mi piace considerare come una descrizione idealizzata della composizione galassiana (ma senza nessuna velleità, da parte mia, di rititolarla):
“O cielo sopra di me, cielo puro, cielo profondo, abisso di luce! Contemplandoti rabbrividisco di divine brame.
Lanciarmi nella tua altezza __ è questa la mia profondità! Rifugiarmi nella tua purezza __ è questa la mia innocenza! (…)
Oggi ti sei levato per me muto sul mare spumeggiante, il tuo amore e il tuo pudore parlano rivelazione alla mia anima spumeggiante.
Da ciò, che tu sia venuto a me bello, velato nella tua bellezza; da ciò, che tu parli a me mutamente, svelato nella tua saggezza:
Oh, come non indovinerei tutto quanto è pudico nella tua anima! Prima del sole sei venuto a me, il più solo.
Noi siamo amici fin dagli inizi: abbiamo in comune la pena e l’orrore e il motivo: abbiamo in comune anche il sole.
Noi non ci parliamo, perchè sappiamo troppe cose; noi tacciamo l’uno all’altro, ci sorridiamo il nostro sapere. (…)
Abbiamo imparato tutto insieme; abbiamo imparato insieme a salire sopra di noi verso noi stessi e a sorridere senza nubi:
__ a sorridere senza nubi verso il basso, con occhi chiari e da remota lontananza, mentre sotto di noi vaporano come piogge costrizione e scopo e colpa.
E quando vagavo solo: di chi aveva fame la mia anima nelle notti e sugli intricati sentieri? E quando salivo sui monti, chi mai cercavo se non te?
E tutto il mio vagare e ascendere monti: è stato solo una fatica e l’espediente di un uomo maldestro; volare soltanto vuole tutta la mia volontà, volare dentro di te! (…)
Io sono diventato uno che benedice e che dice sì: e per questo lottai a lungo e fui un lottatore, onde avere un giorno le mani libere per benedire.
Ma questo è il mio benedire: stare sopra ogni cosa come il suo proprio cielo, come il suo tetto rotondo, la sua campana azzurra e la sua eterna sicurezza: ed è beato chi così benedice! (…)
In verità, è un benedire e non un bestemmiare, quando insegno: “Sopra tutte le cose sta il cielo caso, il cielo innocenza, il cielo accidente, il cielo tracotanza”. (…)
Ma tu arrossisci? Ho detto cose non da dirsi? Ho bestemmiato volendo benedire?
O è il pudore dell’essere in due che ti ha fatto arrossire? Mi ordini di andare e tacere, perchè ormai viene il giorno?
Il mondo è profondo: e più profondo di quanto abbia mai pensato il giorno. Non tutto può avere parole davanti al giorno. Ma il giorno viene: lasciamoci dunque! (…)
Oh, pace beata intorno a me! Oh, puri odori intorno a me! Oh, come questa pace trae puro respiro dal suo petto profondo! Oh, come questa pace beata sa ascoltare!
Laggiù invece __ là parlano tutti, ma non si ascolta nessuno. (…)
Tutti da loro parlano, tutto vien propalato. E quel che una volta si chiamava segreto e intimità di anime profonde, appartiene oggi agli strombazzatori dei vicoli e ad altri farfalloni.
O natura umana, natura bizzarra! O chiasso per vicoli bui! (…)
Nel risparmiare e nel commiserare fu sempre il mio più grande pericolo; e ogni essere umano vuol essere risparmiato e sopportato.
Anche nel migliore degli uomini c’è qualcosa che fa schifo; e anche il migliore degli uomini è qualcosa che dev’essere superato! (…)
Guardate qui quest’uomo che langue! (…)
Ora il sole dardeggia su di lui, e i cani (il termine è qui usato come sinonimo di inetti, n.d.r.) gli leccano il sudore: ma egli giace lì nella sua ostinazione e preferisce languire __
__ languire a una spanna dalla sua meta! In verità, dovrete trascinarcelo per i capelli, questo eroe, nel suo cielo!
Ma è ancora meglio se lo lasciate giacere là dove si è adagiato, affinchè venga a lui il sonno consolatore, col suo scroscio di pioggia rinfrescante:
Lasciatelo giacere finchè non si risvegli da sè (…).
Badate soltanto, fratelli, a cacciar via da lui i cani (nel senso già specificato, n.d.r.), questi striscianti poltroni, e tutta la marmaglia sciamante __ tutta la sciamante marmaglia dei “dotti”, che sempre gode del sudore degli eroi!” (F. Nietzsche: “Così parlò Zarathustra”)

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