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“Tra il 1965 e il 1970, quando Aldo Rossi ha avuto il suo primo incarico d’insegnamento a Milano, mi ha proposto di riprendere insieme la scuola; è così che ho deciso di provarci una seconda volta (…).
Naturale sbocco di quell’esperienza condivisa è stata la decisione di aprire uno studio insieme, vicenda durata forse, ma inevitabilmente, troppo poco (in quel breve periodo abbiamo fatto insieme due concorsi, uno per l’ISES di Napoli e l’altro per il quartiere San Rocco di Monza). A parte la bella e importante esperienza di lavorare fianco a fianco su cose quasi sempre differenti (…), il piacere di discutere, confrontarsi e condividere, che non mi è più capitato di sperimentare con la stessa intensità e piacere, hanno fatto sì che questa con Aldo sia stata l’esperienza intellettualmente più importante di quel periodo che io considero ancora il periodo del mio apprendistato. Un’esperienza che del resto non poteva durare più di quanto è durata, per una incompatibilità di carattere, chiamiamola così, che fin dall’inizio si era manifestata come estremamente feconda e insieme incredibilmente distruttiva” (G. Grassi: “Una vita da architetto”, pag. 20)
Circa la fecondità cui allude Grassi nel rievocare quel fugace sodalizio tra rifondaroli, è inutile star qui a fare delle congetture, giacchè, com’è noto, la Storia non si fa con i “se”. Piuttosto (e lo dico seriamente), mi sto chiedendo se un’architettura di Tendenza sia riconoscibile anche quando non fa tendenza https://www.facebook.com/media/set/?set=a.277094375775690.1073741828.277076915777436&type=3
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