“UN FATTO STORICO” …

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Riceviamo da Eleonora Carrano: …

Franco Purini nei commenti
a  “Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso
Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso

Cordiali saluti
EC

Franco Purini scrive:

“Gentile architetto Eleonora Carrano,
qualsiasi regola, anche la più rigorosa, prevede e merita sempre qualche eccezione. Credo come lei e come la quasi totalità degli architetti nella necessità dei concorsi, ma sono convinto che in qualche caso è possibile e doveroso derogare. Che Luca Zevi progetti il Museo della Shoah mi sembra non solo giusto ma necessario, lo considero un fatto storico.

Cordiali saluti”
Franco Purini

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4 Responses to “UN FATTO STORICO” …

  1. qfwfq ha detto:

    Rilancio qui una parte del mio commento sullo stesso sito di Al’A
    http://www.amatelarchitettura.com/2013/01/museo-della-shoah-di-roma-un-altro-progetto-senza-concorso/

    “Gentile Purini,
    Lei alimenta una serie di equivoci.

    (…)

    L’ultimo equivoco è sul merito del perchè Zevi dovrebbe avere maggiore titolo a progettare il Museo rispetto a chiunque altro.
    Quello che lascia trasparire è un limite culturale che le impedisce di comprendere che l’Olocausto non è un fatto esclusivo che riguarda solo gli ebrei; una cosa la cui piena comprensione sia preclusa a chiunque non sia ebreo; una cosa che non riguardi una intera nazione; un affare di famiglia i cui panni sporchi vadano lavati al suo interno.
    Un popolo che per anni ha subito la ghettizzazione fisica, sociale e morale, costretto a bastare a se stesso in ogni cosa, non dovrebbe essere aiutato, in tutte le forme e modi ad uscire dal proprio isolamento?
    Un popolo da sempre guardato con sospetto proprio perché visto come un mondo chiuso, impenetrabile e autoreferenziale, non dovrebbe approfittare, proprio in queste occasioni pubbliche, per promuovere l’apertura e il dialogo?

    L’Olocauso nasce da qui, dalla convinzione che solo un ebreo possa capire un ebreo.
    La fine dell’Olocausto invece dovrebbe partire dalla accettazione e dal riconoscimento che il dolore e la sofferenza subiti dagli ebrei sono universali, riguardano ciascuno di noi.

    Tutti siamo potenzialmente vittime, tutti potenzialmente carnefici.

    Se invece passa il principio che vi sia un diritto acquisito nell’essere vittima, se passa l’idea di una esclusiva del dolore, nulla potrà impedire che qualcuno possa di nuovo assumere il ruolo di carnefice e, derogando dalle regole, agisca nella convinzione di essere nel giusto e nel necessario.”

  2. eupalino ha detto:

    Il problema in questione non è stabilire chi abbia, di più o di meno, il diritto di occuparsi della shoah, ma è un altro! ….. come al solito, è un problema di trasparente qualità della forma architettonica.
    Se il finanziamento dell’opera, 21,7 milioni di euro, fosse stato della Comunità ebraica allora costoro avrebbero anche avuto il sacrosanto diritto, come committenti, di scegliere il proprio l’architetto; ma poiché si tratta, invece, di un’opera pubblica finanziata da Roma Capitale, allora il sacrosanto dovere del committente, Alemanno, era quello di fare un concorso per garantire che il progetto prescelto fosse il migliore possibile; ma la qualità architettonica e le regole della onesta gestione della cosa pubblica sono oramai argomenti di poco interesse per tutti…., e per alcuni, che parlano di eventi “storici” sono proprio del tutto ignoti.
    saluti
    PDC

  3. sergio 43 ha detto:

    Questo blog é uno strano labirinto di idee. Di fili di Arianna per uscirne non ce n’é uno solo e spesso i tanti fili sono aggrovigliati al punto di perdercisi. Però ci sono alcuni punti fermi. Le opere pubbliche, una volta decise dopo un onesto dibattito culturale, vanno sottoposte a pubblico concorso vagliato da una valida commissione con l’impegno che esse poi vengano realizzate. E fin qui sono d’accordo con la richiesta della Carrano e di qfwfq che queste regole vadano sempre rispettate. Però, in questo caso, mi pare che Luca Zevi abbia compreso, da architetto, da storico e, per inciso, da ebreo, il termine preciso della questione e per quello che mi riguarda, io semplice cittadino romano, ritengo che sarebbe potuto e dovuto essere l’onesto vincitore di questo fantomatico concorso ove si fosse giustamente e auspicabilmente svolto. Questo a me personalmente mi basta e mi convince. Mi convince il progetto di Zevi perchè restituisce di nuovo alla cittadinanza l’emozione della sala memoriale in forma di monolite delle Fosse Ardeatine, perchè si lega all’emozione della sala-monolite dello Yad Vashem con la fiamma che illumina i nomi dei campi concentrazionari mentre qui, a eterno memento dell’Urbe, si citano sulle fronti i nomi dei cittadini romani deportati. Non colpisce forse, nell’immagine riprodotta, la stesura di vocali e consonanti che richiamano, nella loro stretta sequenza, le lettere che ornavano nelle città dell’Impero Romano, tra cui Ankara, il testamento di Augusto e che adesso è riprodotto sul muro di Via Ripetta e nella “Risposta” successiva del blog? E non colpisce come a quel testamento politico enumerante province conquistate, pur con tutte le ambiguità imperialistiche di una auspicata pace universale, fatto proprio da un impero fantoccio, sia giusto opporre un altro più terribile testamento di nomi di romani trucidati? E se mi convince l’aspetto morfologico del monolite che, a scala diversa, Norman Foster, richiamando le tombe della Valle degli Ulivi di Gerusalemme e ricordandoci l’infilata di tombe nelle Fosse romane, ripropone a Berlino nel suo Memoriale, trovo altrettanto morfologicamente corretta l’ala spezzata a zig zag che affianca lo scuro monilte che sorgerà accanto al luogo dell’ambizione disumana, quelle forme a zig zag, rese memorabili dal Libeskind berlinese, come schegge di un vetro spezzato, come le schegge sparse sulle strade della mitteleuropa nella Notte dei Cristalli, come le membra scomposte di una stirpe che si voleva spezzare.
    Poi ci sono nello scritto di qfwfq alcuni altri concetti che mi parrebbero dever essere confutati. Ma tant’é!

  4. Giovanni Duranti ha detto:

    La vicenda ha dell’inverosimile, per quanto risponda ad una prassi ormai consolidata che travalica le leggi in vigore.
    Risulta del tutto fuori luogo cercare ragioni ad improvvide deroghe che non hanno alcuna motivazione oggettiva.
    Per costruire una sinagoga non bisogna essere ebrei. Quando la comunità ebraica di Trieste, agli inizi del secolo scorso, volle costruire il proprio tempio, ricercò non già un architetto di fede ebraica, ma il miglior architetto della città e assegnò l’incarico a Berlam.
    Perchè allora l’incarico per la costruzione del museo della Shoah dovrebbe essere assegnato, senza concorso, ad un architetto di famiglia ebraica? E, poniamo per assurdo, una simile e opinabile eventualità: perchè non bandire un concorso tra tutti gli architetti di fede ebraica? Sbagliato e contro le regole è l’affidamento diretto di un incarico pubblico. Inutile cercare cavilli da retori.

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