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Gia! Proprio così! Ho visto anch’io questo quadretto di Capogrossi nella deliziosa mostra dei 100 quadri su Roma (50 su progetto di Zavattini e 50 su iniziativa della BNL per il Giubileo) nella Galleria Comunale di via Francesco Crispi e tutto è diventato più chiaro su questo pittore. Quei pettini che pensavo primitivi come le sequenze di impronte delle mani sulle pareti delle grotte di Altamira possono essere adesso più plausubilmente generati dalla sequenza dei ponti romani per cui le più alte figure religiose di questa città, l’antica e la moderna, sono detti Pontefici.
Il quadretto è delizioso, quei pettini no, per niente. Anche io, che ho ben due anni di più del professore, in quei tempi ho dovuto subire l’obbligo di saltimortali lingustici dove il il dipinto doveva per forza diventare segno, calligrafia. E se possibile, puro gesto. Dopo il quadratto bianco Malevich si era pentito e ha ripreso a fare figure, Capogrossi- non credo.
Il mio professore (maestro) di modellato, Ugo Sartoris, allievo di MIrko Basaldella e giovane frequentatore, ai tempi, del cenacolo pittorico romano, durante una delle amabili conversazioni con i suoi allievi, alla nostra richiesta di spiegazioni sull’ossessività del ricorso al noto segno calligrafico, ci parlò di un Capogrossi giunto ad un bivio ed in piena crisi creativa (forse nella ricerca di una nuova via all’astrattismo).
Ci raccontò (e garantisco della assoluta affidabilità della fonte orale) di una cena in trattoria tra amici e del suggerimento di reiterare un segno della quotidianità, del vissuto, per elevarlo a simbolo; e lì a portata di mano, una forchetta con i suoi rebbi…