UN NUOVO QUARTIERE ALL’ANTICA (2) …


Nel tentativo di recuperare e aggiornare la tradizione in modo che
non vada perduta nel moderno e questo si ponga in continuità con quella
senza scimmiottamenti, Caniggia definisce un metodo di progettazione
che ripercorre per fasi e per scelte razionali, le stesse della città
storica, il processo di trasformazione dell’ambiente da una prima fase
in cui vengono tracciati i percorsi fino alla definizione gerarchica
delle polarità urbane, dalle case unifamiliari alle abitazioni
multifamiliari.

Mancano del tutto nel suo archivio i tipici schizzi da rivista con l’
insistita ricerca intorno a un tema figurativo, quelli in cui l’
architetto ritrae pure la sua mano che disegna.
Piuttosto vengono stesi 3 – 4 progetti che riprogettano per fasi la
formazione storica dell’aggregato dall’inizio fino alla una fase
odierna che comprende come un palinsesto i segni delle precedenti. Per
Caniggia la peculiarietà professionale dell’architetto è nella sua
capacità di raccogliere dati e codificare i fenomeni di trasformazione
per aggiornarli e specializzarli per un loro uso in un contesto
moderno.

La casa a schiera e la casa in linea che da questa deriva per
rifusione offrono il miglior rendimento in una zona orografica come la
Liguria e meglio si adattano, per dimensioni contenute di facciata,
profondità variabile del lotto e salti di quota del terreno a un’
integrazione con l’ambiente naturale. Accade così che lo stesso
edificio sia costituito da case a schiera con accesso indipendente su
una strada a quota inferiore, mentre sulla strada parallela ma a quota
più alta sono posti gli ingressi ad appartamenti in linea ai piani
superiori delle schiere. Nel complesso rapporto tra lotti e pendenza,
il progetto utilizza ogni occasione per inserire aree aperte verdi e
giardini – anche questi a diverse altezze – a disposizione delle
residenze.

Giancarlo Galassi :G

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6 Responses to UN NUOVO QUARTIERE ALL’ANTICA (2) …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Giancarlo,

    ti ringrazio per aver trovato il tempo di aggiungere un pezzo al pezzo di ieri … speravo, ma non ci credevo, di trovare qualcosa di diverso nelle immagini e nelle parole, e invece eccolo qui il limite ideologico, presentato per evitare fraintendimenti addirittura al primo rigo del testo:

    “Nel tentativo di recuperare e aggiornare la tradizione in modo che non vada perduta nel moderno e questo si ponga in continuità con quella senza scimmiottamenti …”

    Partire dal presupposto che disegnare qualcosa che parli di artigianato (piuttosto che di becero processo industriale dell’edilizia) equivalga a “scimmiottare” è il limite assoluto del lavoro di Caniggia e, come suo seguace più fondamentalista, quello del tuo modo di guardare all’architettura.

    Non avevo dubbi che, come in altre opere del “maestro”, una bella promessa planimetrica si riducesse a questa visuale di triste edilizia, che ben poco ha a che fare con l’architettura.

    Questo è il limite che non ho mai accettato quando lavoravo a Valle Giulia col compianto prof. Moneta … si producevano planimetrie interessantissime che in alzato si trasformavano in schifezze immonde.

    La coerenza, a mio avviso, prevede che tra pianta, prospetto e sezione, la grammatica non muti.
    La coerenza per me significa fregarsene della “gogna” cui ci si può vedere condannati da colleghi che, vuoi per incapacità, vuoi per ignavia, vuoi per invidia, ti derideranno e criticheranno per aver fatto un progetto che inizia e finisce seguendo una logica immutabile.

    Una volta, e fu l’ultima in cui mi confrontai col professore di cui sopra, ci fu un’accesa discussione relativa ad un progetto, splendido e coerente, che alcune mie studentesse avevano fatto per Paternoster Square a Londra, progetto che, a suo dire, era splendido (“da pubblicazione”) ma che doveva restare un nostro discorso interno al suo corso, un lavoro impossibile da portare in commissione di laurea perché certe cose, a Valle Giulia, non si potevano mostrare! … Il mio commento fu che ci si comportava da ignavi, si guardava al “peccato” con eccitazione, ma non si aveva il coraggio di compierlo fino in fondo.

    Ecco, l’immagine che ci hai allegato è per me l’emblema dell’architettura ignava … pardon, edilizia.

    Se dunque, come dici tu, quello di Caniggia fu un “tentativo di recuperare e aggiornare la tradizione in modo che non venisse perduta nel moderno e si ponesse in continuità con quella senza scimmiottamenti”, … ebbene quel tentativo è fallito miseramente.

    Caniggia fu un grandissimo teorico, ma a causa dell’ideologia, o della paura di commettere un “reato” che Zevi e compagni non gli avrebbero mai perdonato, fu un architetto molto mediocre, un vero peccato!

    Detto ciò, a proposito del modo per “non far perdere la tradizione nel moderno”, piutosto che il risultato del progetto in oggetto, preferisco le parole di Joze Plecnik:
    «L’architetto, al suo più alto grado, ha il compito di attestare il ben-fondato. Questo vuol dire che, al proprio livello, l’architetto deve imporre a sé stesso il compito di presentarsi come lo spirito che dà fondamento al bene, perché il bene e il bello si co-destinano: in vista di questo progetto, di cui l’architetto è l’elemento ordinatore, deve saper fare cooperare l’insieme più ampio possibile delle attività artigianali. La missione architettonica – ma anche armonica – dell’architetto consiste nel mantenere la dignità operativa di tutti gli stati socio-corporativi che partecipano all’atto di costruire e che sono minacciati dall’industria.
    Arti e Tecniche si fondono una nell’altra solo quando l’architetto ne assicura la vicinanza e l’articolazione; la tradizione dell’artigianato e delle corporazioni – fabbri, intagliatori in pietra, incisori, ceramisti, stuccatori, carpentieri, parquettisti – può mantenersi quindi solo all’interno dell’armonia complessa e diversificata dell’opera architettonica, nel rifiuto della modernità rappresentata dal “principio dell’economia”, distruttore dell’arte nella sua stessa essenza. L’opera architettonica deve essere espressione di questa completezza risolta. Interamente disegnata, formata, costruita operata, perfino nelle parti non visibili dell’edificio, un microcosmo in cui sono accolti e dotati di forma tutti i materiali che l’universo può offrire».

    Ciao e ancora grazie
    Ettore

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    Non c’è dubbio che quelle prima parole di Galassi siano una superflua e un po’ acida presa di distacco da un pensiero diverso, con ciò, a mio avviso, riducendo l’opera stessa di Caniggia ad una valenza in negativo, quasi che Caniggia avesse detto: “Questo progetto non è…..” piuttosto che “Questo progetto è…”.
    Invece questo progetto è.
    Io non sarei drastico come Ettore nel giudizio complessivo del progetto, però non c’è dubbio che la ricerca della coerenza tra pianta, prospetto e sezione, che poi significa la coerenza interna all’organismo stesso, il quale viene suddiviso in queste diverse rappresentazioni geometriche per l’impossibilità di poterlo rappresentare tutto insieme nel piano, e quindi poterlo descrivere per costruirlo, è un principio non assoluto (esistono incoerenze spettacolose e bellissime, vedi la Pieve di Arezzo, che Ettore conosce bene, con la sua facciata completamente svincolata dalla pianta) ma che ha grande dignità e merita attenzione.
    Al solito, l’architettura di Caniggia non è mai entusiasmante, come spesso non lo è quella di molti suoi discepoli, tormentati dalla ricerca della assoluta coerenza tipologica. Accade così che certi progetti, per essere coerenti, si trovano ad essere, nel migliore dei casi, spaesati dall’intorno e difficilmente comprensibili.
    Ho l’impressione che questo progetto sconti un po’ le regole dimensionali del PEEP, che costringe ad aggregazioni strane per adeguarsi alle norme ragionieristiche della legge, dato che diversamente non si spiegano quelle logge vicino allo spigolo che spuntano all’improvviso o quelle diversità strane tra un piano e l’altro che non sono invenzioni ma non sono nemmeno regola.
    Insomma, la prima volta che l’ho visto, pur di sfuggita come si può guardare guidando in curva, ho immediatamente pensato ad un PEEP.
    Ma ho anche pensato che fosse un bel PEEP.
    Saluti
    Pietro

    • Le diversità strane da un piano all’altro distinguono tra schiere e linee. Più in generale i colori, come l’edilizia di base ligure, distinguono le proprietà e dovevano esserne affidata la scelta ai singoli proprietari in totale libertà.
      Poi, non so bene com’è andata, è stato chiamato un pittore che, pur nel rispetto di un piano del colore generale legato alle proprietà, ha scelto per questi toni troppo intonati. Un risultato, a mio parere, da suorina.

      Le logge sono una mediazione moderna tra linguaggio murario e ossatura in cemento armato.
      Certamente si è scelto di non fare sbalzi e balconi.

      Però mi scuso per questo tono didascalico di botta e risposta che infastidisce prima di voi, me.

      Per finire, e giustificare la premessa (del resto non inutile su questo blog infestato di pesti post), Caniggia trovava proprio insopportabili i lavori di Krier con i quali ci teneva a non essere confuso.

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Se è per questo, alla fine dei conti, così come Krier è troppo Krier, Caniggia è troppo Caniggia.
        La ricerca, o la ripetizione di uno “stile” o “maniera” personale è il limite.
        Io penso che l’architettura, che è altra cosa dall’edilizia cui questo progetto appartiene, dovrebbe essere il banco di prova per rimettersi sempre in gioco, fare qualcosa che, pur essendo il proprio lavoro, possa risultare rispettosa del contesto e del senso del decoro.
        Mi viene da pensare al lavoro di Giulio Romano che, nella stessa Mantova, dalla “follia” di Palazzo Te arriva al rigore assoluto dell’interno del Duomo, passando per la pacatezza delle peschiere.
        Ripetersi significa non avere idee, né capacità di confrontarsi con i luoghi, o non avere voglia di farlo, il che rimanda alla presunzione e all’arroganza, presunzione di essere un genio (sono gli altri a doverlo dire), arroganza perché riporta l’architettura alla famosa massima del Marchiese del Grillo: “io sono io … e voi nun siete un …!”.

        La capacità camaleontica di confrontarsi con mille luoghi e problemi dovrebbe essere il carburante inesauribile per fare questa professione con gioia, e non la triste routine delle stesse forme o, peggio, di scatole e scatolette spacciate per “conquiste di modernità perché libere dai fronzoli della tradizione”.

        Ora però, tornando a Plecnick, cito nuovamente un suo aforisma in cui mi riconosco:

        «Mi cerco là dove mi ritrovo. Come un ragno, la mia aspirazione è di attaccare il mio filo alla tradizione e a partire da questa tessere la mia propria tela»

        … questo fa sì che, a mio modo di vedere, né Krier, né Caniggia possono sicuramente ritenersi dei “ragni”!

  3. Hai ragione, a differenza di Plečnik penso che quel “principio di economia”, giustamente la conquista maggiore del movimento moderno, ne parlava Cerullo qualche post indietro criticando le archistar, non sia affatto “distruttore” dell’opera d’arte ma l’abbia rinnovata nel profondo. Anzi ci abbia rinnovati tutti (quasi tutti) nel profondo aprendoci a possibilità spirituali nuove. Che possiamo o non possiamo sprecare.

    Personalmente ringrazio Dio che di un certo tipo di arte (e non è in questione se figurativa o astratta, il concettuale o il realismo ma della sua capacità di dare risposte assolutamente significative) qualcuno a un certo punto ne abbia definito la fine. Ci abbia descritto attraverso l’arte la sua fine. Ineluttabile. Una fine piena di nuove speranze per l’uomo. Nuovi ruoli per l’arte? Sì, forse più modesti rispetto ai precedenti,.
    La vita, ormai lo sappiamo, a meno di abbassare la soglia della propria credulità, è altrove.

    Un mistico,

    :G

  4. Rosario Di Petta ha detto:

    L’operante storia urbana di Muratori trova qui un’applicazione emblematica del suo allievo Caniggia, nel tentativo di una riscrittura dell’esistente che tuttavia non lascia emergere in modo sostanziale i segnali della modernità novecentesca. Il nuovo deve essere un obiettivo imprescindibile per qualsiasi generazione di architetti e, nel riscrivere l’esistente, occorre realizzare qualcosa che rispetti l’esistente, ma che porti anche i segni inequivocabili del cambiamento. Emblematico in tal senso l’intervento di Siza per il quartiere Chiado di Lisbona.

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