A NORMA CEE …

Ettore Maria Mazzola commented on CONSUMO E EMISSIONI …

“Caro Varriale,
fermo restando che nessuno vuole mettere in dubbio il fatto che le lampadine a basso consumo consumino meno di quelle ad incandescenza, e che nessuno ha mai ipotizzato che in corso d’uso esse emettano sostanze nocive per l’ambiente, ciò che non può essere ignorato, indipendentemente dagli articoli di parte sul ciclo di vita dei materiali, è che le lampadine a basso consumo non durano affatto ciò che si racconta sulle confezioni.
Inoltre, se venisse fatta un’analisi comparata – seria e imparziale – tra la produzione di una lampada a incandescenza ed una a basso consumo, se ne vedrebbero delle belle, un po’ come è avvenuto nel corso della trasmissione “Le Iene” dove è stato ampiamente dimostrato che le vere auto inquinanti sono quelle imposteci dalla Comunità Europea per fare gli interessi delle aziende automobilistiche.
… Il sistema lobbistico dell’industria edilizia spesso e volentieri ci fa credere cose ben diverse dalla realtà, sicché c’è chi ci racconta, “life cycle assessment” alla mano, che i grattacieli siano “sostenibili”, che si possano realizzare “boschi e prati verticali”, e che la sostituzione dell’agricoltura con immani distese di pannelli fotovoltaici e pale eoliche sia cosa buona e giusta!
Sicuramente è vero che un edificio degli anni ’60 non può restaurarsi con tecniche e materiali tradizionali, ciò non toglie che, prima di pensare ad isolarne le pareti, dovremmo interrogarci sulla logicità di interventi di restauro su immobili realizzati con l’intento di farli morire prima delle persone.
L’accanimento terapeutico sugli edifici realizzati in c.a. non ha gran che senso, ha dei costi esorbitanti e serve a prolungare la vita di strutture che muoiono dall’interno. Per fare un esempio, anni fa mi è capitato di dover restaurare il piano di copertura di un grosso condominio dalle parti di Piazza Bologna a Roma (non dico l’indirizzo per ragioni di privacy). L’immobile risultava progettato da P. L.Nervi (il progetto non si conosce, ma ne sono certo perché mi venne mostrato dall’amministratore/condomino, erede del committente, per il quale Nervi realizzò anche la tettoia del motel agip all’inizio della Pontina). Nonostante la maestria del più grande progettista di c.a. che l’Italia possa vantare, quando andammo a restaurare le strutture portanti degli ambienti posti sul tetto, trovammo che i ferri di armatura, che originariamente erano 14 mm (a sezione quadrata!), si erano ridotti a circa 7 mm di ruggine! … Ovviamente i condomini non vollero sentire ragioni, e preferirono fare un restauro costosissimo e molto tossico per mantenere lo stato dei luoghi in attesa di non si sa cosa.
Personalmente ritengo immorale l’idea che si possa vivere in edifici che non danno alcuna garanzia di poter essere tramandati di generazione in generazione, né tantomeno che si debba promuovere la costruzione di murature leggere che richiedono un isolamento artificiale con prodotti che (naturali o chimici che siano), purtroppo soffrono maledettamente l’invecchiamento precoce.
Ci si lamenta tanto del fatto che il settore edilizio sia in crisi, ma non si fa nulla per capire come trarre beneficio dagli errori del passato.
Oggi, infatti, ci troviamo in un’epoca di passaggio importantissima.
Grazie all’idiozia delle teorie urbanistico-architettoniche moderniste, nel nostro Paese come altrove, è stata realizzata una quantità di edifici impressionante, edifici la cui vita è appesa ad un filo, edifici che, se ci fosse più onestà, non dovrebbero nemmeno potersi più vendere (visto che non hanno davanti molti anni), o perlomento che dovrebbero vendersi a dei prezzi decisamente diversi da quelli del mercato attuale.
Inoltre, a causa delle norme urbanistiche emanate (in ottemperanza delle follie imposte da “La Ville Radieuse” e dalla Carta di Atene del ’33) per fare gli interessi dell’industria automobilistica, abbiamo prodotto città che hanno delle dimensioni mostruosamente più grandi del necessario, città che presentano degli enormi “vuoti urbani” (parcheggi inutilizzati o sottoutilizzati, stradoni sovradimensionati, marciapiedi periferici dove non “marcia” nessuno, distacchi “di rispetto”, aree verdi prive di vegetazione trasformate in discariche per elettrodomestici, materassi e divani, eccetera) di proprietà demaniale.
Queste aree pubbliche dovrebbero potersi utilizzare per porre freno alla speculazione fondiaria e, per consentire una contrazione delle città … altro che piani territoriali atti a promuovere l’espansione urbana a macchia d’olio su suoli (agricoli magicamente trasformati in edificabili) privati.
E allora, se il settore edilizio è in crisi, se le nostre città sono al collasso, se il costo dei carburanti è arrivato alle stelle, se la disoccupazione ha toccato cifre inaudite, e se il Pianeta è in ginocchio e ci implora di essere più attenti alle problematiche ambientali, perché non pensare ad investire sulla “sostituzione” degli edifici realizzati dal dopoguerra ad oggi, mediante la realizzazione di edifici realizzati con maestranze locali adoperando tecniche e materiali tradizionali (“a chilometri zero”)? Ovviamente questa “sostituzione edilizia” dovrebbe realizzarsi nell’ottica di un piano di contrazione urbana che ci renda meno dipendenti dall’autotrazione.
… Piuttosto che di “grandi opere” mi piacerebbe parlare di “opere grandi”.
C’è solo un problema … quelle che chiamo “opere grandi” richiedono tempi di realizzazione che non vanno d’accordo con quelli dettati dalla “fame di fama” dei nostri politicanti; questi ultimi, infatti, ambiscono solo a lasciare il proprio segno (spesso puntiforme e affidato all’archistar di turno) piuttosto che guardare al futuro della comunità che amministrano.
L’amara rifilessione che mi viene da fare è che certe cose, che oggi possono sembrare troppo radicali se non addirttura folli, un tempo erano non solo possibili, ma addirittura normali se necessarie al bene della comunità. Ma in passato c’erano imperatori, papi, principi, Comuni, re e regine lungimiranti e “a tempo indeterminato”, che potevano permettersi di fare programmi a lunga scadenza, mentre gli attuali politicanti sono una massa di cialtroni che pensano solo a blindarsi il fondoschiena sulla poltrona, e ad incrementare i propri privilegi, accettando passivamente le imposizioni provenienti dal sistema lobbistico internazionale.”

 

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9 Responses to A NORMA CEE …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Grazie prof.
    mai immagini furono più appropriate al testo. Pensi che, pensando anche all’altro post su Ostia, mi era venuto in mente di citare i due fantastici saggi di Guido Calza intitolati “Le origini Latine dell’abitazione moderna” (pubblicati su Architettura e Arti decorative – Fascicolo I settembre 1923 e Fascicolo II ottobre 1923)
    Un caro saluto
    Ettore

  2. pasquale cerullo ha detto:

    Per le lampadine a basso consumo, il progresso non attende le normative. Le lampade fluorescenti, della durata simile, se non inferiore, a quelle ad incandescenza, oltre che fragili, dovranno ben presto lasciare il posto a quelle a led, quasi indistruttibili, e con un consumo inferiore. Ma il mercato ci ha già invaso dei torciglioni e lampadone a gas, generosamente donate dalla CE.
    Il led è il presente e futuro, e si presta alla scienza informatica, come punto discreto al servizio del sistema numerico binario.

    Nelle interviste e scritti lasciati da Nervi, c’è la testimonianza della sua totale fede nel “cemento armato” (così da lui definito). Anche un genio come Nervi non era consapevole della limitata durata del calcestruzzo armato.
    Non sarebbe scandaloso fare come in Giappone, gli edifici in cemento dovranno essere trattati come i templi in legno. Dopo un cento anni al max, giù e ricostruire. Sarà così, per necessità…

  3. andrea ha detto:

    Penso, professor Mazzola, che i bandi di cui si parla si riferiscano alla realizzazione. Del resto le Sovrintendenze hanno sempre fatto, come per il nuovo ingresso ai Fori, i progetti in casa e anche ad Ostia vedremo le zampate dei dinosauri altro che giovani….

  4. Fabrizia Morandi ha detto:

    Veramente interessante,come sempre molto chiaro e se eleggessimo Monti a vita? Dico Monti per dire una persona in qualche modo affidabile. Così non ci si penserebbe più e si potrebbero fare programmi a lunga scadenza come giustamente dice l’articolo.Certo,è la morte della democrazia ma a questo punto di che democrazia si tratta? Se ogni tristanzuolo assessore ai lavori pubblici in Italia lavora solo e soltanto per rimanere al suo posto…………si va avanti come vediamo:il paese mangiato da ogni tipo di ruggine.

    • mariella ha detto:

      Sì sono d’accordo mi piacerebbe “Monti a vita”, nel senso che dopo aver sofferto per più di 15 anni a vedere un pagliaccio /venditore di tappeti (e questo per essere gentile e spiritosa, perchè mi vengono le vertigini a pensare che abbiamo avuto al governo un uomo che era ed è tenuto sotto ricatto dalla malavita organizzata!!) occupare abusicamente il potere, la serietà e la competenza di Monti mi lasciano estasiata. Io sarei una elettrice del PD (sono anche iscritta), ma tifo per Monti perchè lui e la sua squadra rappresentano un centro destra normale. Bisogna a mio parere mettere all’angolo l’estrema destra eversiva e cioè Berlusconi, Alfano, Cicchitto, Gasparri, Quagliarello, ecc. ecc e non sarebbe male un rafforzamento “dell’area montiana”. Questo apparentemente non c’entra nulla con l’architettura e soprattutto con l’urbanistica, ma appunto solo apparentemente! perchè lo sviluppo delle nostre città è lo specchio del nostro tipo di sviluppo terzomondista basato sull’edilizia ( e che edilizia!!),cioè sulla speculazione edilizia e quindi sulla rendita e la rendita si situa all’opposto di uno sviluppo capitalistico serio . Adriano Olivetti dove sei ???
      Maria Di falco

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Gent.ma Maria,
        citando le tue parole (che condivido in toto): “mi vengono le vertigini a pensare che abbiamo avuto al governo un uomo che era ed è tenuto sotto ricatto dalla malavita organizzata” devo però farti notare che a me sembra che siamo passati “da un governo sotto ricatto della malavita organizzata ad uno sotto ricatto del sistema lobbistico delle banche e delle assicurazioni che, al confronto, trasforma quella malavita organizzata in boy scouts”.
        Quanto all’invocazione di Adriano Olivetti invece, è chiaro che il tuo sia un riferimento agli intenti sbandierati da Luca Zevi per il suo Padiglione Italia alla Biennale, e allora non posso non far notare che, nonostante le intenzioni di Chipperfield – e quelle ipocrite e demagogiche di Zevi – a me non sembra affatto che il Padiglione Italia abbia cambiato qualcosa rispetto alle edizioni precedenti, a dimostrazione del fatto che fra il dire e il mare ci sia di mezzo il mare … o forse la laguna!
        Se davvero si vuole che le cose cambino nel nostro mondo, bisogna innanzitutto cambiare le persone. Essersi affidati a Zevi equivale a credere che i managers della Monsanto possano organizzare una fiera del cibo biologico!
        Se l’idea Chipperfield era quella di un’architettura senza architetti avrebbe dovuto innanzitutto fare in modo che fosse una mostra senza i soliti curatori

  5. Concordo molto con le riflessioni urbanistiche e concordo parzialmente con le affermazioni iniziali. Certamente non ci sono regole fatte da competenti le quali rendono il lavoro di tecnici specializzati un costo inutile.
    Pur essendo vero che nel LCA di molte lampadine a basso consumo ci siano delle incongruenze di effettivo risparmio, ciò non deve dare alibi a scelte sbagliate. Come per le macchine così anche per le lampadine è il mercato (noi) ad imporre la direzione. Ovviamente conta la pubblicità la quale devia la massa, incapace di decidere! Quante volte mi è capitato di sentire dire “… ma lo ha detto la televisione… !”
    La gente normale da retta solo alle voci “comode”. Sul fotovoltaico danno più retta a chi dice “non funziona” piuttosto di verificare l’effettivo funzionamento (e l’impianto sopra casa mia ne è un esempio, partendo dal presupposto che ho valutato anche l’EROEI del tutto).

  6. Complimenti per lo splendido articolo del quale condivido tutto, ma proprio tutto! Confesso, come allieva di Paolo Maretto, di aver avuto più a cuore capire e studiare l’architettura che crearla. Forse non ero all’altezza o forse sentivo la grande responsabilità che implica progettare per gli altri, così mi sono limitata a pochi restauri, ristrutturazioni e a progettare la mia di casa. Ho sempre odiato il razionalismo e non ho mai apprezzato Le Corbusier e neppure Loos, il mio modello di riferimento é sempre stato Wright, per il paradigma della natura, che oggi torna prepotentemente alla ribalta.

  7. Pietro Pagliardini ha detto:

    Non c’è più alcun dubbio che la vera risposta al consumo di energia della città nel suo complesso sia quello di compattarla, o densificarla che dir si voglia.
    Un caso di meravigliosa coincidenza tra qualità della vita urbana e qualità energetica.
    Un caso? Forse non è proprio un caso. Una volta non c’era l’auto ma c’era comunque il bisogno di mobilità e qualunque attività, anche quella umana e animale (in questo caso le due categorie coincidono), necessita di energia e, come tutti sappiamo, l’energia di cui un essere vivente ha bisogno è infinitamente superiore (percentualmente) a quella di qualsiasi mezzo meccanico, dato che va valutata in ragione della superficie che essa richiede per la loro/nostra sopravvivenza, sia per l’agricoltura che per l’allevamento.
    Questo per il fatto che non ci nutriamo di petrolio o carbone, cioè energia accumulata nei milioni di anni, ma di sole, acqua e superficie terrestre.
    A questo punto si pone un problema: se è vero quanto sopra detto, sembrerebbe più ragionevole che ognuno di noi, per consumare di meno, per “razionalizzare” le risorse, si ritirasse in una casetta in campagna e, con la propria famiglia, diciamo quattro persone, avesse a disposizione una fonte d’acqua, tot superficie di terra per campi da coltivare e per il pascolo, una quota di bosco per la legna, e qui trascorresse bucolicamente la propria vita consumando poco più che l’energia sufficiente per vivere (il cibo andrà pur cucinato ed anche d’inverno non basterà riscaldarsi sotto le coperte).
    Avremmo, quindi, una conurbazione pressoché ininterrotta, uno sprawl senza strade e quasi privo di movimento. Consumo a chilometri zero quasi assoluto.
    Ma l’uomo ha deciso, ohibò, che era più conveniente stare insieme e ha creato la città.

    Questa parabola per dire che:
    Se è vero, come è vero, che la città compatta è una necessità anche per motivi energetici, e questa “scoperta dell’acqua calda” comincia a farsi strada nel dibattito teorico (siamo specialisti del dibattito teorico), altrettanto invece non avviene nella prassi. O almeno non avviene insieme ad un’idea di città che non sia quella di fare grattacieli presunti “sostenibili” per “risparmiare territorio.
    A parte il fatto che con i grattacieli non si risparmia un bel niente, a meno che non si appiccichino questi birilli stile Manhattan, fino a quando rimarrà questa impostazione esclusiva del “risparmio”, cioè una visione negativa della realtà, e non si accetterà, senza tabù e vergogna o complessi di inferiorità rispetto al passato, il fatto che la città storica e tradizionale, con gli aggiustamenti del caso, è migliore, nettamente miglior,e soprattutto per la qualità della vita di relazione, cioè per il motivo per cui gli uomini hanno abbandonato la casetta in campagna e la vita di pura sopravvivenza, non si andrà lontano e si continuerà a perpetrare l’equivoco del “consumo di territorio”. Problema reale, in verità, ma che preso da solo porta solo ad equivoci e alla fine a danni all’ambiente e alla vita urbana.

    Dunque io credo che si debba pervicacemente e ottimisticamente insistere, evidenziando la bellezza della città tradizionale, bellezza in senso estetico ma soprattutto di vita sociale, per le sue qualità intrinseche e non solo, o almeno non in maniera preponderante, per il suoi risvolti ecologico-energetici. La città è un valore che ognuno, se ci riflette un attimo, è capace di apprezzare, e su questo si deve giocare.

    Pensate che leggevo su Wilfing Architettura di Roberto D’Agostino che persino Pierluigi Nicolin scrive: “E cosa vuol dire farla (la città moderna)? Vuol dire fare gli isolati, fare le strade, vuol dire fare gli edifici ‘ibridi’, con un piano terra significativo, con degli usi diversificati, che magari hanno delle attività lavorative nei primi tre piani. Così come sempre stato per le nostre città e come avviene anche in certi Paesi avanzati”.
    Ordunque, abbiamo fiducia, risparmiamo energia, certo, ma abbracciamo più serenamente la inevitabile fine, pena una fine inevitabile.
    Saluti
    Pietro

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