“SERVIRE LA BUONA ARCHITETTURA” …

Roberto Pagani commented on La bellezza di Via Giulia é la sua “stratificazione” …

“MI consenta Roberto…in un luogo con strade dal nome antico,la Sua architettura non si accorda bene.Stona mortalmente.Io sono un medico che studia Roma da quasi quaranta anni.Vorrei darLe un consiglio:un architetto deve assolutamente provare a SERVIRE la buona architettura.Provi a rifuggire dal protagonismo,dall’affermazione dell’Ego,dal desiderio demiurgico di voler lasciare la propria impronta,costi quel che costi…E’ sbagliato,e’ fuorviante…significa avere pessimi maestri!Nel Centro di Roma,ci si deve muovere IN GINOCCHIO…si deve solo restaurare,reintegrare,ripristinare…Riconsideri il progetto del Prof.Marconi.La Sua architettura ha dei pregi,da valorizzare altrove,magari nelle nostre orrende periferie.Ma non a Via Giulia…basta,non se ne puo’ piu’…Auguri vivissimi per la Sua carriera.”

Roberto Pagani

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18 risposte a “SERVIRE LA BUONA ARCHITETTURA” …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    il testo di Roberto Pagani, “medico e studioso di Roma”, è la prova indiscutibile che, per ritrovare saggezza smarrita per strada, gli architetti dovrebbero imparare ad ascoltare coloro i quali, non essendo passati per le facoltà di architettura, hanno ancora quella onestà, purezza, sensibilità e saggezza che manca all’architetto medio maniaco di protagonismo, cui necessita un lungo bagno di umiltà!
    Caro Pagani, dal profondo del cuore le dico: grazie di esistere!! Grazie anche a nome di Roma!

  2. stefano nicita ha detto:

    La forma di questa nostra città è ineguagliabile. Non so se avrei il coraggio di intervenire in un contesto di questo tipo, anche se sarebbe un’occasione meravigliosa. Feci un progetto di composizione II ricordo, con Livio Quaroni, il nipote credo…A parte l’affermazione dell’ego, ci vuole un progetto architettonico coraggioso e molto attento al contesto che parli una sua lingua, perchè quel vuoto è difficile da mandar giù. Se Roma si fosse fermata su se stessa oggi non assisteremo allo spettacolo della sua varietà.

  3. pasquale cerullo ha detto:

    Ci pensavo nei giorni scorsi, il modo in cui si veste Zaha Hadid, così originale, con il quale vuole apparire, ma anche la Odile,
    è un comportamento e atteggiamento tipico degli stilisti. Quelli di alto bordo, quelli che vestono l’esclusiva classe sociale.
    In effetti è proprio così, la Hadid non è un architetto in senso pieno e completo, è (solo?) una stilista di architettura, per una società d’élite. Non fa architettura, lei veste la committenza.

    Quando un architetto, viene riconosciuto “anche” “artista”, come avviene per le archistar, allora accade un fatto; lo si lascia “creare” liberamente, proprio come se stesse producendo un’opera d’arte. Il che sarebbe giusto se l’artista non fosse “anche” un architetto. Senza freni, senza critica da parte del committente pubblico (perché vogliono “un’opera di” non un’architettura), il cosiddetto “artista” incomincia a sbarellare, e gli si consentono pure le “cazzate”, i sogni e gli incubi… Libero da freni inibitori,
    quali il “contesto”, l’opinione dei residenti e l’importo dei lavori con un tetto bloccato, le difficolta tecniche non preventivate (ponte Venezia) o che si pensa di risolvere in fase d’opera (città della cultura della Galizia)… e alla fine viene un’opera d’arte firmata, che ha bisogno di una
    costosa manutenzione che peserà quasi per sempre sui contribuenti. Salvo poi buttarla giù quando è fuori modo, proprio come gli abiti…

  4. Roberto Pagani ha detto:

    Grazie a Lei ed al Prof.Muratore che mi ha,bonta’ sua,citato.Il non provenire dal mondo dell’architettura mi ha limitato,sicuramente,non possedendo io la preparazione complessiva di un professionista.Ma mi rende libero interiormente e non condizionabile da nulla.Mi faccio forza dell’immenso Amore per Roma e del bagaglio di una vita di studio intensissimo che mi rende contiguo al vostro mondo,non facendone parte.
    Il problema e’ anche nelle Universita’…il futuro proviene da li’…Un aneddoto:anni fa seguivo un dibattito a Fontanella Borghese a proposito del progetto di Meier sull’Ara Pacis.C’era Sgarbi che,veementemente,inveiva contro quel progetto,ma,anche(ahime’) un gruppo di studenti che rivendicava il diritto dell’Architetto ad intervenire quando,dove e come voleva in ogni tipo di contesto urbano,storico o moderno.Li’ capii che si stavano preparando tempi duri…Uscii demoralizzatissimo…
    Grazie a Lei,Prof.Mazzola…

  5. aldofree ha detto:

    “Il ruolo del progetto non è soddisfare i bisogni esistenti, ma raccontare una storia inedita. Deve cioè educare le persone a richiedere cose nuove che migliorino le condizioni di vita e le relazioni.” Carlotta De Bevilacqua sull’ultimo Venerdì di Repubblica

    A me questa tiritera di dover piacere alla gente comune, mi pare tanto una “paraculata”, poi….potrei anche sbagliarmi.

    • ettore maria mazzola ha detto:

      non si tratta di una “paraculata”, nè di volersi accattivare la gente, si tratta semplicemente di scndere dal piedistallo su cui si è saliti e imparare ad ascoltare e rispettare la gente … il resto viene da solo

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      “il ruolo del progetto…deve educare le persone”. Tipico atteggiamento di elitè in perfetto stile Repubblica. D’altronde i “migliori”, gli ottimati, anzi i “filosofi” cosa devono fare se non …la Repubblica?
      Saluti platonici
      Pietro

      • aldofree ha detto:

        La mia esperienza di modesto progettista in una città del meridione, mi fa affermare che se avessi dato credito non alle esigenze, perchè quelle sarebbe da sadici non assecondarle, ma ai loro orribili gusti – peraltro derivati dalla tanta monnezza realizzata da geometri che poi costituisce la maggior parte del paesaggio entro cui la gente comune si muove – avrei cambiato da subito mestiere. E’ forse questo che intendevo per “educare”, ossia disabituare la gente a quello che vede e vive giornalmente e a cui è assuefatta.

      • Massimo ha detto:

        aldofree wrote:
        “peraltro derivati dalla tanta monnezza realizzata da geometri che poi costituisce la maggior parte del paesaggio entro cui la gente comune si muove”

        prova a cambiare prospettiva, generalizza un po’ meno:

        lungi da me difendere la figura del geometra, ma:

        sappiamo tutti che nelle attività specialistiche prima si inizia e meglio è:

        se vuoi giocare a tennis, prendi la racchetta in mano a 6 anni

        se vuoi diventare un violinista, pure (il violino, non la racchetta).
        (tra parentesi: come facciamo a fidarci di chirurghi che cominciano a cucire e tagliare quando va bene a 23 anni, e non per niente i migliori, vedi Barnard, erano dei pazzi che cucivano rane da piccoli).

        Chi studia da geometra comincia a masticare la materia edilizia a 15 anni,
        a 19 sa usare il cad, conosce la composizione del cls e un po’ anche quella architettonica e, grazie al programma di tecnologia, anche un po’ di storia.

        L’altro bellimbusto del liceo (classico o scientifico, perché naturalmente disdegna il “tamarro” liceo artistico che invece era proprio stato pensato e inventato come propedeutico al corso di laurea in architettura)
        cosa fa? Quando va bene comincia a pensare sub specie architettonica alla fine del primo anno.
        Senza contare che subito dopo il diploma sceglie la facoltà di architettura dopo aver scartato medicina (troppo difficile), ingegneria (pure), lettere (troppo casino), ecc.. alla faccia della vocazione.

        Abbiamo esempi di grandi architetti formati sin da adolescenti (certo non studiavano da geometra, ma proviamo a pensare il geometra come un adolescente che fa pratica edilizia), senza scomodare Corbu, e Mies, pensiamo a Botta o al più recente Zumthor (formazione da ebanista).

        Bisognerebbe cominciare prima, avremmo architetti sicuramente migliori.
        (sempre che il problema siano gli architetti, gli ingegneri o i geometri, e non piuttosto il mercato edilizio (impresari, industria, materiali, ecc..), che è quello che è).

        Massimo

    • Massimo ha detto:

      O avete troppa fiducia nella gente, diciamo nei “non addetti ai lavori”, o forse non l’avete mai frequentata e non la conoscete.
      Personalmente vedo solo grande confusione estetica, per non dire etica, in costoro. Uno spirito trash mai soddisfatto, appunto perché trash.
      Cioè, mi spiego, da una parte la villetta con, nell’ordine:
      le ante alle finestre (gelosie in pianura);
      i coppi sul tetto (meglio se portoghesi antichizzate male: costano meno e c’è meno manutenzione);
      mattoni paramano ovunque possibile, meglio se estrusi sabbiati (finti) con commenti belli evidenti bianchi;
      serramenti monoblocco (colore legno scuro, sempre per la manutenzione);
      rivestimenti in pietra ovunque possibile (meglio se fiammata, con coste rigorosamente lucide a sega, però);
      forme dettate dalla volumetria ammissibile, con simmetria dove si può, oppure come viene viene;
      recinzione più che si può, muro in c.a. h 50 cm, minimo, ma di più è meglio (possibilmente con pannelli lisci non allineati e leggermente e casualmente inclinati) e sopra metallo zincato (sempre per la manutenzione);
      per non parlare di archi dappertutto (possibilmente ribassati sbagliati, con cornice in mattoni, stavolta “a mano” ma quelli rdb, e del colore che non si usa in loco: toscano in piemonte e viceversa),
      poi camini alla cdc ma sempre in stile, off course..:
      E via di questo passo (in realtà solo ora mi avvedo di aver riportato paro paro il regolamento edilizio regionale tipo).
      Tutto questo da una parte (la casa, il mattone, l’edilizia),
      dall’altra cosa c’è in garage?

      Possibilmente BMW x6, o analoga macchina fighissima,
      bella, accessoriatissima, (full metal jacket), al passo coi tempi, che dico, di più.

      Come spiegare questa schizofrenia del gusto?
      Non sarà forse perché l’auto si può comperare solo già fatta (da progettisti professionisti)
      mentre la casa “me la faccio come piace a me e l’arch. o chi per lui non mi deve rompere il ..” ?

      Siamo così sicuri che la gente sappia quello che vuole?
      O non dovrebbe essere invece il progettista a intercettare e trasformare
      in realtà questi loro desideri confusi e contraddittori?

      Massimo

      • Pietro Pagliardini ha detto:

        L’impatto con la modernità è stato devastante per la gente per quanto riguarda l’edilizia, su questo non c’è dubbio. Troppi materiali, molta complicazione, troppe procedure: un mondo spesso difficile da comprendere per i professionisti, figuriamoci per la gente comune. Ma riporre fiducia nella gente non significa immaginare che quattro famiglie messe insieme possano da sole fare un progetto e costruirselo e alla fine ottenere un risultato decente. Riporre fiducia nella gente vuol dire almeno due cose:
        – interpretare con umiltà i loro desideri, le loro aspettative rispetto a quel bene, prezioso per tutti ma ancora più prezioso per gli italiani, che è la casa. Significa capire che se chiedono le gelosie in pianura, i coppi anticati, la porta in alluminio con l’arco e tutto il repertorio noto, esprimono un bisogno di tradizione cui non sanno dare una risposta compiuta, perchè ormai è persa quella così detta coscienza spontanea che consentiva loro di sapere benissimo come doveva essere fatta una casa, senza nemmeno rifletterci tanto. La responsabilità però non sta nelle persone, sta nella modernità che ha fatto saltare tutti gli schemi. A queste esigenze non si può opporre il giudizio di trash o liquidare tutto come kitsch, o peggio dar loro degli ignoranti, perchè significa già avere disprezzo per gli altri, per i committenti, e non capire. E’ difficile governare la situazione, è pure faticoso, ma è una sfida necessaria.
        – nel caso invece di progetti più complessi, vedi quello di questo post, il giudizio della gente, dei cittadini comuni è decisivo, perchè si trovano a scegliere tra varie soluzioni. Certo, il linguaggio del progetto di architettura – le piante, le sezioni, i prospetti – è difficile da comprendere per le persone comuni, richiede esperienza, come qualsiasi altro linguaggio, però almeno l’immagine offerta da prospettive o rendering, stiamone certi che sono in grado di capirle, e nel caso specifico il dottore, ad esempio, ha capito benissimo quanto sia diverso, dissonante, oppositivo, estraneo rispetto a ciò che esiste. E’ pura immagine, specchietto per le allodole? No, non lo è, perchè permette di comprendere l’orientamento, il bisogno che la gente esprime. D’altronde, perchè un rendering sarebbe uno specchietto per le allodole nei confronti della gente quando questa deve scegliere e non lo sarebbe quando gli stessi rendering fantasmagorici appaiono nelle riviste e i progettisti ci sbrodolano sopra inutili discorsi a non finire?
        Poi gli altri aspetti possono essere cambiati, verificati, studiati, approfonditi, gli architetti esistono per questo, mica solo per fare rendering!

  6. waferboards ha detto:

    Mi permetto di dissentire..se si desse ascolto alla gente..avremmo forse città ancor più invase da centri commerciali ad esempio..
    Non credo che l’architetto sia depositario di alcuna verità imperscrutabile al uomo comune e credo che,come commentiamo spesso su questo blog,di sedicenti professionisti che propongono immense porcate le nostre città sono sempre più vittime.
    Tuttavia la questione,almeno a me,sembra più complessa,terribilmente più complessa.. non sono così certo di sapere quale sia il segreto per fare un buon progetto.
    Personalmente,ad esempio,ritengo che la prima domanda che precede un qualsiasi lavoro dovrebbe essere “perchè farlo?è necessario?”..spesso,come vediamo,la risposta è il denaro,e solo il denaro.Pessimo presupposto per qualsiasi speculazione intellettuale.
    Ma temo che non ci sia un verità assoluta,immutabile,sempre e ovunque applicabile..che non la possieda la critica,tantomeno l’architetto,o una scuola di pensiero ma neppure la gente comune..e sì..può apparire il mio un modo di non rispondere alla domanda ma appunto solo scendendo dal piedistallo si può ascoltare tutti i punti di vista e dubitarne.
    i miei saluti

  7. Roberto Pagani ha detto:

    Gente che,davanti le “opere di genio”delle “Archistars dice:”ammazza che schifezza”…
    Sono dolori quando uno,con intenti didascalici, si ritiene demiurgo- maieuta…I risultati sono tanto infelici,quanto sono trionfalistici ed ampollosi i toni usati per “spiegare”al “popolo” quello che si e’ realizzato.Nessuno capisce,forse nemmeno lui…

  8. vivalux ha detto:

    GENTE (COMUNE)

    la gente comune VUOLE
    i culi le tette la fica
    le scoregge e i rutti che fanno tanto ridere
    i porco iddio e porca madonna
    i vaffanculo che sono veri

    la gente comune VUOLE
    i bugnati le serliane le torrette
    che non sono veri
    e pure loro
    sono veri

    la gente comune VUOLE
    Il loft la casa in campagna
    una casa
    l’orto le galline il coniglio
    morbido
    che ti piscia addosso
    il terrore

    VUOLE l’armani
    perché è minimal

    la gente comune NON VUOLE l’armani
    perché è minimal

    VUOLE sharm el sheikh (wiki)
    londra parigi new york tokio
    il tibet
    che non è in tibet

    la gente comune
    VUOLE
    fastfood
    slowfood
    fastfood
    slowfood
    fastfood
    slowfood

    (attenzione! probabile bug nel software: in caso di loop del processo riavviare il sistema)

    la gente comune
    VUOLE cavalcare l’onda sonora che ti sfonda i timpani e ti spacca il cervello
    che polverizza pensieri e cristallizza paure
    per imparare l’algoritmo che restituisce Il silenzio

    la gente comune
    VUOLE eliminare la gente comune
    che
    OFFENDE la gente comune
    che
    AMA la gente comune
    che
    VUOLE ELIMINARE la gente comune

    la gente comune
    VUOLE
    la
    Nίκη!

  9. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro AldoFree,
    ma sei proprio sicuro che la responsabilità della “bruttezza” delle nostre città sia attribuibile ai geometri?
    Ferma restando la mia contrarietà al fatto che i geometri possano progettare e costruire degli edifici al pari degli architetti e ingegneri (anche su questi avrei delle riserve), sinceramente non credo proprio che possano essere loro ad essere ritenuti i responsabili delle porcherie che infestano le nostre città e campagne, e che hanno portato alla degenerazione delle periferie.
    Infatti, come ebbi modo di scrivere in “Non solo Corviale: Rivediamo Tutte le Periferie!”, (Radici Cristiane N°59 del Novembre 2010), nel nostro Paese le cose peggiori che hanno portato all’utilizzo di termini come “cementificazione”, “falansteri”, “ecomostro”, ecc., sono tutte, indistintamente, attribuibili a notissimi cattedratici italiani. Eccoti un breve elenco:
    ZEN di Palermo (dal 1969 in poi): Vittorio Gregotti (capogruppo), Francesco Amoroso, Salvatore Bisogni, Franco Purini, Hiromichi Matsui;
    Laurentino 38 – (1969-81) prof. arch. Pietro Barucci, Alessandro De Rossi, Luciano Giovannini, Camillo Nucci, Americo Sostegni.;
    Corviale – (1975-82), prof. arch. Mario Fiorentino (capogruppo), Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini e Michele Valori;
    Vigne Nuove – (1971-79) prof. arch. Alfredo Lambertucci (capogruppo), con Lucio e Vincenzo Passarelli;
    Spinaceto – (1965 – anni ’80) proff. arch. Piero Moroni, Nicola Di Cagno, Lucio Barbera, Fausto Bettinelli e Dino Di Virgilio Francione;
    Tor Bella Monaca – (1983-92) – proff. arch. P. Barucci (Capogruppo), ing. E. Piroddi, arch. M. Casanova, arch. G. Ruspoli, arch. M. Ianni, arch. A. Bentivegna, arch. M. Cascarano, ing. F. Romanelli, ing. F. Santolini, arch. S. Delle Fratte, arch. E. Dotto, arch. M. Cippitelli, ing. A. Santolini;
    Vigna Murata (1972- 78), prof. arch. Gianfranco Moneta (capogruppo) con Giuseppe Santulli Sanzo e Castellini, Cavatorta, Darò, Puccioni, Ray, Moretti, Chiucini.
    Le Vele di Scampia, Napoli (1962-75) Franz Di Salvo
    Gallaratese, Milano (1967-74) proff. arch. Aldo Rossi e Carlo Aymonino, con Alessandro De Rossi.

    Se andiamo a indagare su chi ha progettato altri falansteri milanesi, torinesi, fiorentini, romani, napoletani, genovesi, bolognesi, baresi, ecc. la situazione non cambia!
    Nel fiume di pagine che è stato scritto, soprattutto per mano degli stessi progettisti, tutti questi obbrobri che ho elencato risultano essere stati “orgogliosamente” progettati seguendo i modelli e le teorie dei “grandi maestri” del modernismo, a partire da LeCorbusier!
    In pratica, queste mostruosità urbane, fonte di disastro socio-ambientale, risultano essere state realizzate in emulazione dei grandi maestri.
    Quando il lavoro folle di un presunto “grande maestro” viene preso ed insegnato (a bastonate direbbe Woody Allen), il risultato è quello che abbiamo davanti, risultato che, in Italia più che altrove, non si ha il coraggio di criticare all’interno del mondo accademico … sarebbe come sputare per aria e farsi ricadere la saliva in faccia! … Condannare alla demolizione uno solo di questi edifici causerebbe un effetto domino e, considerata l’immedesimazione che gli architetti instaurano con i propri progetti (anche se non ci vivono mai, Gregotti docet!), il rischio di privarsi di uno di loro equivarrebbe ad accettare di farsi mutilare!
    Lo snobismo e l’atteggiamento intellettualoide tipico di tanti italiani fa dunque sì che nessuno abbia il coraggio di andare contro la “cultura egemone”, e si finisce per procedere per emulazione, col risultato che, se già il lavoro del “maestro” risultava già essere una ciofeca, quello dei suoi emuli lo sarà ancora peggiore.
    Qui, probabilmente, si inserisce il lavoro di alcuni geometri (ma anche di tanti “ingegneri e architetti di quarta categoria”) che tu tanto biasimi, i quali, per sembrare “architetti moderni” e colti, procederanno per emulazione, imitando quei folli modelli che l’università promuove.
    In pratica, caro Aldofree, l’unica responsabilità della bruttezza ed invivibilità delle nostre città va ricercata nelle nostre facoltà di architettura, e nei nostri presunti “grandi maestri”.
    Rifletti sul fatto che, nelle nostre facoltà, molti docenti si comportano esattamente come una la congregazione la quale, al pari delle peggiori sette religiose, sotto l’ispirazione di una presunta intelligenza superiore, emette una dottrina ritenuta immutabile e procede, per raccogliere aderenti, per iniziazione: L’insegnamento distorto che è stato esercitato negli ultimi settant’anni, è stato mirato alla sottomissione delle intelligenze ad una dottrina, in vista di un risultato concepito in anticipo che non si chiama MODERNITÀ ma MODERNISMO!
    Ciao
    Ettore

  10. aldofree ha detto:

    Pienamente d’accordo con Massimo e wafer, e come dimenticare le estenuanti lotte per convincerli che i tetti a falde nei ns centri (dove il tetto piano ha per anni avuto anche la funzione di raccogliere l’acqua piovana nelle cisterne) è come mangiare il cavolo a merenda. Ho sempre detto ai colleghi che il progetto deve essere così saldo e forte da poter subire senza esserne totalmente snaturato le “secchiate di merda” che (basta allontanarsi dal cantiere e già cominciano le richieste più assurde) la “gente comune” metodicamente getterà sul tuo misero progetto. Mi si risponderà che non si sono capite le loro richieste…ma se io quelle richieste scientemente non ho voluto fare mie, pena il degradarsi a “monnezza da geometra” dei miei lavori? E quanti committenti (con al seguito foto dell’oggetto da emulare, o rivista la più improbabile), vistisi non accontentati, si davano alla macchia, per poi scoprire che il progetto era finito in altre mani (e lascio intuire le mani di chi) e qui opportunamente geneticamente modificato, ricompariva come d’incanto.
    Se voi ci riuscite a lavorare e fare da mediatori con costoro, meritate veramente una medaglia al merito.
    PS Con questo non voglio dire che tutti ragionino allo stesso modo, ma diciamo un buon 80%?

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