EPICA E NOSTALGIA …

Pietro Pagliardini commented on UN ARBASINO DA COLLEZIONE …

“professore, da non perdere dice, ma chi l’ha perso come fa che in rete non c’è?”
Pietro

E C C O L O … ( grazie a G.G.):  Arbasino, “Epica e nostalgia della modernità … ” …

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

2 Responses to EPICA E NOSTALGIA …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Grazie prof e grazie G.G.
    Pietro

  2. Ho trovato sul web anche l’articolo di Forte che vi incollo di seguito.
    Per quanto probabilmente fuori tema ve lo passo lo stesso.

    Bruno Forte – Arcivescovo di Chieti Vasto
    Costruire il dialogo tra adulti e «figli del web»
    [Sole24ore 15/072012]

    “Un’America senza errori”: così, fra il serio e l’arguto, non pochi Australiani amano definire la loro terra, “thè lucky country”, “il Paese fortunato”, l’unico in questo momento a non risentire della crisi che colpisce l’intero “villaggio globale”. Eppure, la settimana intensa d’incontri e di “lectures” che vi ho appena trascorso, fra ambienti accademici, centri pastorali e eventi di festa e di fede preparati dai nostri emigrati, mi ha fatto cogliere un punto critico che mi sembra meriti particolare attenzione.
    Anche perché è tutt’altro che lontano dal riguardare anche noi: la distanza fra le generazioni, in modo speciale fra gli adulti e quelli che già potremmo chiamare i “nativi digitali”, i figli del “web”. Questa distanza si colora spesso di sofferenza, specialmente quando agli adulti sembra essere diventato impossibile trasmettere ai figli e ai nipoti il patrimonio di valori, che ha sorretto la loro vita e motivato i loro sacrifici (che, specie per i nostri emigranti, sono stati veramente tanti). Nella terra della prosperità non è infrequente incontrare questa sorta di “amore ferito”: l’amore di voler dare alle generazioni più giovani il meglio di sé; la ferita di un’incomunicabilità, che si risolve spesso in estraniamento reciproco e impossibilità di dialogo.

    La società del benessere avanzato crea insomma nuovi problemi, avvertiti soprattutto nel campo educativo come una sfida, non lontana da quanto è avvenuto e sta avvenendo da noi.
    Riflettendo su di essa, mi sono chiesto quali condizioni siano necessarie per creare fra adulti e giovani un rapporto comunicativo efficace. È la domanda al centro dell’impegno educativo, di cui giustamente molto si parla fra chi ha a cuore la formazione dei ragazzi e dei giovani. Ho voluto verificare quanto maturato nella mia riflessione, presentandone le linee di fondo in una delle “lectures” centrali del mio breve soggiorno, quella che ho proposto e discusso alla Australian Catholic University a Melbourne, parlando appunto dell’educazione come inserimento progressivo della persona nel senso della realtà totale.

    Eccone alcuni tratti essenziali. Una prima condizione perché la trasmissione del patrimonio di valori, di speranze e di fede si attui fra le generazioni è il dono del tempo.
    La cultura moderna del progresso ha modificato profondamente la nostra concezione della temporalità. La ragione, protesa a dominare ogni cosa, ha impresso ai percorsi di trasformazione della realtà un’incalzante accelerazione. Questa “fretta della ragione” si è espressa tanto nella rapidità dello sviluppo tecnico e scientifico, quanto nell’urgenza e nella passione rivoluzionarie, connesse all’ideologia.
    Per creare una relazione educativa efficace occorre invece tornare a dare e ad avere tempo: bisogna aver tempo per l’altro e dargli tempo, accompagnandolo con fedeltà. Chi ha fretta, non sarà mai un educatore. Come in ogni rapporto basato sull’amore, anche nel rapporto intergenerazionale il dono del tempo è il segno più credibile del proprio coinvolgimento al servizio del bene dell’altro. Una seconda condizione per realizzare un’efficace trasmissione dei valori è la cura della relazione interpersonale: come affermava Romano Guardini, “solo la vita accende la vita”. Solo nell’arco di fiamma del rapporto fra le persone l’educazione può realizzarsi.

    Anche qui una resistenza di non poco conto proviene dalla parabola della modernità: oltre la crisi delle ideologie e delle appartenenze forti che esse propugnavano, si sono diffuse nella condizione post-moderna l’incomunicabilità e la predominanza delle cosiddette “passioni tristi”, che ripiegano ciascuno nell’orizzonte corto del suo “particulare”. La relazione interpersonale è divenuta debole: la “cultura forte” dell’ideologia si è frantumata nella “folla delle solitudini”, che piega ciascuno nel mondo chiuso del suo privato. Scommettere sulla possibilità di creare ponti fra le solitudini diventa allora questione vitale.
    Comprendiamo così la rilevanza per ogni processo educativo del camminare insieme. L’educazione avviene attraverso l’ascolto, la condivisione e il dialogo, che, tuttavia, non significano annullamento delle differenze: non si amano gli altri se non si è se stessi, accettando anche l’inevitabile diversità da loro. “Se mi ami, dimmi di no” è un valido progetto educativo, se inserito in una rete di attenzione e di amore, che non escluda le differenze, ma le porti all’incontro reciprocamente arricchente.

    Una terza condizione dell’ impegno educativo è la capacità di fare memoria. Dopo le pretese forti delle avventure ideologiche, il postmoderno si presenta spesso come un tempo di “crisi delle identità”, radicata in una sorta di perdita della memoria collettiva e personale, frutto di una malintesa emancipazione dal passato. Siamo in un’epoca di “identità deboli”: da quella della persona, a quella del genere, all’identità comune della nazione, della cultura, della spiritualità, della lingua. Lo sradicamento dal passato compromette però la stessa possibilità di affrontare le sfide del presente. Senza memoria non c’è profezia!

    Tuttavia, il linguaggio della memoria ravviva l’identità se coniuga oggettività e passione, dati ed emozioni: non basta ricordare il passato; occorre coglierne il senso per noi, compiendo una sorta d’interpretazione esistenziale, che si faccia carico delle domande più profonde del presente. E questo risulta particolarmente vero nella trasmissione di ciò che è ragione di vita e di speranza per noi, del nostro mondo valoriale, della fede e dell’amore che riempiono il nostro cuore.

    Infine, una quarta condizione necessaria all’educare è il rispetto della libertà dell’altro, non senza però averlo provocato a un cammino di autentica liberazione. La cultura post-moderna sembra caratterizzata dalla penuria di speranze in grande, che offrano orizzonti di libertà adulta e responsabile: uscire dal buio degli orizzonti verso cui andare, è sfida decisiva, tanto per l’esistenza personale, quanto per l’impresa collettiva. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di vita, in cui ciascuno giochi la propria avventura di persona libera al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore.

    Afferma l’apostolo Paolo, con parole che costituiscono un autentico progetto educativo: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2 Corinzi 1,24). E una frase attribuita ad Antoine de SaintExupéry dice: «Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno, distribuire i compiti e dare ordini, ma insegna loro il desiderio del mare ampio e infinito».
    Tutto questo vale per la “affluent society” australiana, ma non di meno per noi, segnati dalla crisi in atto e da una nuova esigenza di sobrietà e di partecipazione solidale fra tutti.

Scrivi una risposta a giancarlo galassi :G Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.