«Ma la reazione al formalismo accademico dell’ottocento e l’indagine
obbiettiva e realistica che anima il mondo moderno come una imperativa
opposizione della ragione contro la retorica dei tabù decorativi; la
stessa abitudine morale dell’architetto contemporaneo di sottoporre la
propria fantasia artistica alle leggi della utilità, della tecnica,
dell’economia senza tuttavia rinnegare il fine estetico della sua
fatica; lo stesso desiderio di voler conoscere e dimostrare come i
rapporti tra utilità, tecnica, forma ed estetica non siano invenzioni
recenti, ma soltanto recenti rivelazioni originate da un bisogno etico
di chiarezza e di onestà, ci fanno superare ogni ritegno nel ricercare
una dimostrazione storicamente documentata dei rapporti intercorsi tra
l’architettura dei libri di storia e il soddisfacimento delle più
semplici e meno vanitose necessità costruttive realizzate dall’uomo,
con uno spirito di meraviglioso «primitivismo». La difficoltà potrebbe
tuttavia essere insormontabile se noi accettassimo l’idea di un’
architettura integralmente contemporanea e disperassimo di trovare le
testimonianze più ingenue e primitive di questi rapporti. Questo
progredire totalitario non avviene in pratica».
Giuseppe Pagano Pogatschnig
Caro Giuseppe, prendi fiato ogni tanto, mica sei Proust! Altri
sicuramente faranno meglio (vi prego!), ma questa tirata io la
interpreto così: la Retorica è immorale se utilizzata come “arte del
persuadere” i deficienti prescindendo dall’ “onestà” delle
argomentazioni.
C’è Retorica in due casi: 1) nella decorazione dell’architettura
accademica dell’ottocento; 2) nella fiducia cieca nel progresso
rappresentato dall’architettura contemporanea.
In ambedue sono escluse “chiarezza e onestà”. Nel primo caso perché
la decorazione è superflua, nel secondo perché il progresso non c’è
sempre, molte cose non progrediscono affatto. Sulla decorazione e
soprattutto sulla discrezione nell’uso della decorazione vale ancora l’
apologo dei papaveri nel campo di grano, sorrisi nell’utilità, ma è l’
altro punto, quello negativo, che mi sembra bello e attuale. E qui uso
Alex Langer che al motto latino “citius, altius, fortius”, più veloce,
più alto, più forte, opponeva giustamente “lentius, profundius,
suavius”, più lento, più profondo, più dolce.
Giancarlo Galassi :G





Caro Giancarlo,
ancora con questa storia della retorica??
Non pensi di essere tu il retorico a parlare di retorica della decorazione?
Un qualsiasi Dizionario della Lingua Italiana dice che Retorica vuol dire: «Atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni: questa è tutta r.! [Dal lat. (ars) rhetorïca, gr. rhétorikè (tékhné) “arte dell’eloquenza”]».
Ma cosa c’è di più retorico dell’adesione al luogo comune che vorrebbe l’Architettura del passato non ripetibile? Oppure del ritenere retorico l’uso della decorazione, degli archi e delle colonne negli edifici? O ancora della vana e artificiosa ricerca dell’effetto sulla gente, fatta dagli architetti e dai critici che si affannano a intraprendere discorsi nebulosi, fatti di parole spesso insensate, miranti a far credere alla “gente ignorante” che un edificio modernista sia splendido? Infine della vana e artificiosa ricerca dell’effetto sulla gente operata da quegli amministratori locali che si pregiano di essere stati in grado di modernizzare la propria città, senza avere prima verificato se questa modernizzazione avrebbe determinato una involuzione?
Posso capire che l’abuso decorativo tardobarocco possa risultare eccessivo e, talvolta, gratuito, sono certo che le ipertrofiche architetture pseudo classiche del sistema Beaux-Arts, dettate dalla “mania di fare i monumenti” – come condannava Viollet-Le-Duc, siano all’origine della reazione modernista, ma non si può continuare ad affermare che la “decorazione sia superflua”, questo è un “retorico” adagio modernista dettato dalla malafede.
La decorazione, usata con parsimonia, è necessaria per ragioni di decoro. Ma la decorazione, ho già raccontato in precedenza, può avere anche risultati inaspettati, mi riferisco al testo “Il nuovo gruppo di Case al Testaccio” scritto dal presidente dell’Istituto Romano Case Popolari Malgadi nel 1918, testo dove si affermava: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita».
Quelle case di Testaccio erano quelle di Magni e Pirani, ovvero semplici volumi nobilitati (grazie allo studio dell’Architettura Minore) da qualche cornice, cornicione o cantonale.
Negli edifici di Pirani, la decorazione affidata all’apparecchiatura dei mattoni ha conferito un carattere ed una nobilità notevoli, nonché un risparmio notevole nei costi di manutenzione.
Prova ad immaginare che cosa sarebbero le casette popolari della piazza di San Saba senza le splendide decorazioni in mattoni: delle orribili scatolette! … Tuttavia, grazie alla decorazione semplicissima, realizzata con i mattoni e qualche blocchetto di peperino, oggi vengono considerate case di grande pregio! Quella decorazione nella composizione di facciata è stata anche riconosciuta come “funzionalista”, poiché aiuta la lettura all’esterno dell’organizzazione degli spazi interni, e crea una “standardizzare” del tipo edilizio.
A conferma dell’importanza della decorazione, cito uno degli sfoghi di Giulio Magni a proposito di “decorazione e funzionalismo”:
«Ci dovremo dunque contentare di una colonnina di ghisa nuda, senza il più piccolo segno artistico, solo perché la scienza n’ha dimostrato con i calcoli che può sopportare il peso affidatole? Il secolo guarda all’utile, ma l’utile non avrebbe dovuto escludere l’arte. Igiene, economia, uso dei nuovi materiali, adeguamento a tutto ciò che si definisse come moderno, sono senz’altro dei traguardi da guadagnare, tuttavia su come risolvere questi problemi si deve sensibilizzare il grosso pubblico! Compito per il più delle volte evaso proprio da coloro che avrebbero dovuto assumersi il ruolo di interpreti e di divulgatori. È un nostro dovere quello di conoscere la storia e di non liquidare la tradizione ed il patrimonio ereditato»
Infine ritengo utile citare questo chiarimento sul ruolo dell’architetto laciatoci da Joze Plecnik
«L’architetto, al suo più alto grado, ha il compito di attestare il ben-fondato. Questo vuol dire che, al proprio livello, l’architetto deve imporre a sé stesso il compito di presentarsi come lo spirito che dà fondamento al bene, perché il bene e il bello si co-destinano: in vista di questo progetto, di cui l’architetto è l’elemento ordinatore, deve saper fare cooperare l’insieme più ampio possibile delle attività artigianali. La missione architettonica – ma anche armonica – dell’architetto consiste nel mantenere la dignità operativa di tutti gli stati socio-corporativi che partecipano all’atto di costruire e che sono minacciati dall’industria. Arti e Tecniche si fondono una nell’altra solo quando l’architetto ne assicura la vicinanza e l’articolazione; la tradizione dell’artigianato e delle corporazioni – fabbri, intagliatori in pietra, incisori, ceramisti, stuccatori, carpentieri, parquettisti – può mantenersi quindi solo all’interno dell’armonia complessa e diversificata dell’opera architettonica, nel rifiuto della modernità rappresentata dal “principio dell’economia”, distruttore dell’arte nella sua stessa essenza.
L’opera architettonica deve essere espressione di questa completezza risolta. Interamente disegnata, formata, costruita operata, perfino nelle parti non visibili dell’edificio, un microcosmo in cui sono accolti e dotati di forma tutti i materiali che l’universo può offrire».
70 e passa anni di noia e piattume architettonico, cui si è reagito con le assurde (e costosissime) stravaganze che dalle opere informali di Eisenmann e Ghery sono arrivate alle follie “parametriciste” di Hadid, Koolhaas, ecc. ci suggeriscono di rivedere il nostro modo di distinguere il giusto dall’errato, il retorico e il vero, il vero dal falso, il bello dal brutto, il logico dall’illogico. La crisi attuale (l’Istat ha dichiarato che la disoccupazione giovanile ha superato il 36% … e i dati riguardano solo gli iscritti alle liste di collocamento!!) ci impone di ritornare ad investire su noi stessi, e non c’è nulla di più appropriato che tornare ad investire sull’artigianato locale, che nessuna globalizzazione potrà distruggere. La notizia di oggi è che Marchionne vuole chiudere un’altro stabilimento FIAT in Italia perché non gli conviene (però i contributi statali e gli sgravi se li prende eccome!)
Mettiamo dunque da parte la retorica e torniamo a lavorare a braccetto con quell’artigianato che abbiamo distrutto in nome di una presunta modernità.
Ciao
Ettore
Ma santoddio Ettorino,
una volta tanto che difendevo un tantinello la decorazione seppur nella concezione discreta di Tessenow e che interpretavo Pogatschnig soprattutto per la critica al moderno (che forse qui non fa, ma ci avevo sugo a interpretare il testicolo così, mentre lo stesso altrove stronca Terragni con argomenti simili ai tuoi), che fai Ettorino? mi straripi con l’arcidifesa della decorazione con citazioni di cento anni fa.
Ma ce l’hai con me? Ma che ti ho fatto? Ho pure scritto che dovresti avere l’occasione di costruire i tuoi quartieri ma senza buttare giù Corviale… Ma perchè cerchi il NEMICO anche dove non c’è e non distingui Pogatschnig il grande, da Galassi la merdaccia?
Anche a Primavalle, su cui tengo un superfluo diario, di decorazione non c’è ombra, come pure al Casilino di Quaroni come ricordava in altri tempi 43, eppure la gente vive bene. E toh mo’!: senza orpelli architettonici!. Impensabile.
Forse la differenza in cent’anni la fa l’educazione?
E allora nei quartieri di proprietà pubblica occorrono scuole e insegnanti bravi e generosi e pagati bene, non processi di garbatellizzazione. Servono maestri e non architetti.
Come dicono Gunnar & Sigurd occorre fermare lo zombi sociologo che alberga in ogni architetto delirante potenza.
Purtroppo sono convinto che Primavalle dopo 75 anni di delinquenza funziona non perché ora la scuola funziona ma per il processo di appropriazione delle residenze da parte degli abitanti.
Quel che non potè l’educazione l’ha fatto la proprietà privata.
Così al Casilino che nasce come quartiere di cooperative e quindi di proprietà degli inquilini.
Se sei in casa tua la tieni meglio.
In cento anni abbiamo perso il senso civico.
Che si impara a scuola studiando bene matematica – tra le altre materie (non amor patrio come vorrebbe Napolitano!)
Con affetto,
:G
caro Giancarlo,
non ce l’ho affatto con te, anche perché, nonostante de divergenze, almeno sei corretto e mantieni alto il dibattito culturale.
Il mio post è dovuto a questo passaggio del tuo post:
“C’è Retorica in due casi: 1) nella decorazione dell’architettura accademica dell’ottocento; 2) nella fiducia cieca nel progresso rappresentato dall’architettura contemporanea.
In ambedue sono escluse “chiarezza e onestà”. Nel primo caso perché la decorazione è superflua, nel secondo perché il progresso non c’è sempre, molte cose non progrediscono affatto”
Non ritengo infatti possibile fare di tutta l’erba un fascio e ritenere tutta la decorazione “superflua” e “retorica”.
Visto che ci siamo ti chiedo: cosa ci sarebbe di male nelle citazioni di 100 anni fa?
Penso che, visto che i contemporanei di quegli architetti illuminati, e soprattutto le generazioni successive non seppero raccogliere i giusti consigli conducendoci al baratro, piuttosto che andare a trovare le soluzioni in un passato remotissimo, dovremmo limitarci a ripartire a dove ci siamo fermati, ergo quell’insegnamento è, oggi più che mai, attualissimo.
Con affetto
Ettore