QUATTRO SERCI E DU’ MATTONI …

Toscana

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9 Responses to QUATTRO SERCI E DU’ MATTONI …

  1. Antonio C. ha detto:

    Opere meravigliose, che mettono a nudo la nostra incapacità attuale di farne altrettante.

  2. alzek misheff ha detto:

    Eventualmente copiare. Astinenza potrebbe essere la parola. Non progettare la traduzione. Riuso per chi e per che cosa? Quanti possono oggi credere a un tale comportamento? E’ ancora presto?

  3. Simone ha detto:

    Non possiamo farne altrettante perchè queste sono le vestigia di una civiltà scomparsa. Sulle montagne piemontesi (almeno, la parte non contaminata dagli sciatori) ci sono interi villaggi in pietra semiabbandonati o del tutto inghiottiti dalla foresta di ritorno che non hanno davvero nulla da invidiare a Machu Picchu; chi li ha costruiti e li abitava ha fatto una fine analoga (anche se meno cruenta) a quella degli Inca. I miei ricordi di bambino sono popolati di una lingua scomparsa, un modo diverso di intendere la comunità, un concetto del tempo totalmente alieno a quello cittadino. I miei padri non immaginavano certo di estinguersi, i miei figli non ne sapranno nulla, la mia generazione è l’ultima ad aver vissuto con un piede in due mondi, forse per questo abbiamo così poca voglia di combinare qualcosa.

    • Antonio C. ha detto:

      E quali sarebbero (saranno) le vestigia della nostra attuale civiltà di … “incapaci”?

      • Simone ha detto:

        Parafrasando Oscar Wilde, la rabbia verso l’arte (e l’architettura) dei nostri tempi è la rabbia del mostruoso Calibano che vede la sua immagine riflessa nello specchio e non riesce a riconoscersi. Ciò che siamo diventati oggi è davvero riflesso dalle colate di cemento di fuffas, piano e caltagirone, dai rotoli di carta igienica esposti al museo di Rivoli e dai bimbi impiccati di Cattelan, dalle cacofonie di Romitelli (pace all’anima sua), solo che rifiutiamo di ammetterlo perchè l’idea ci fa orrore, e cerchiamo inutilmente di specchiarci nella bellezza che ci ha lasciato chi ci ha preceduto, che tuttavia resta il guscio vuoto di qualcosa che non c’è più. Purtroppo non è possibile opporsi alle dinamiche sociali (secolari) che hanno prodotto questo orrore; averne consapevolezza è già qualcosa (anche se rende più doloroso viverci in mezzo, oh quanto più doloroso), per questo mi piace tanto questo blog e chi lo frequenta, “come tutte le battaglie perse, quando proprio sono perse (cit)”.

  4. alzek misheff ha detto:

    Ricordare. Anch’ io vivo in Piemonte da appena quindici anni e sto cercando di imparare a ricordare . Ecco il mio mantra:

    Gómez Dàvila

    “Se il progressista si volge al futuro, e il conservatore al passato, il reazionario non misura i propri desideri con la storia di ieri o con la storia di domani. Il reazionario non plaude a quanto porterà l’alba prossima, né si aggrappa alle ultime ombre della notte. La sua abitazione si leva nello spazio luminoso in cui le essenze lo chiamano con le loro presenze immortali. Il reazionario sfugge alla schiavitù della storia perché ricerca nella selva umana l’orma di passi divini. Gli uomini e i fatti sono, per il reazionario, una carne servile e mortale animata da venti di tramontana.
    Essere reazionario significa difendere cause che non girano sulla scacchiera della storia, cause che non importa perdere. Essere reazionario significa che ci limitiamo a scoprire quanto crediamo d’inventare; […] Essere reazionario non significa abbracciare determinate cause, né patrocinare determinati fini, ma assoggettare la nostra volontà alla necessità che ci costringe, arrendere la nostra libertà all’esigenza che ci spinge; significa trovare le evidenze che ci guidano addormentate sulla riva di stagni millenari.
    Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne.”
    ————-
    Moto de “Il covile” http://www.ilcovile.it/:

    “Penetriamo nuovamente in epoche che non aspettano dal filosofo né una spiegazione né una trasformazione del mondo, ma la costruzione di rifugi contro l’inclemenza del tempo”
    Nicolás Gómez Dávila

    • Antonio C. ha detto:

      Sagge parole.

      Tuttavia facendo tesoro dell’antico detto … “a buon intenditore poche parole”, reputo sarebbe interessante che ognuno nell’elaborazione del proprio presente traesse ispirazione del (dal) passato (ovviamente evitando di imitare).
      Sarà forse per questo che quei “QUATTRO SERCI E DU’ MATTONI” per me (ma non solo, credo e spero) sono opere meravigliose.
      Ovvero, mi sono, meravigliosamente, ancora oggi “contemporanee”.
      Saluti

    • stefano salomoni ha detto:

      A proposito di rifugi e delle valli occitane piemontesi, ‘Il vento fa il suo giro’ di Giorgio Diritti, insegna molto.

    • Simone ha detto:

      Grazie di cuore per il doppio invito alla lettura!
      Ho dato un’occhiata al tuo sito. L’idea delle cascine come spazio per reinventare socialità e stili di vita è affascinante, ma anche antica. La casa canavesana dei miei nonni, costruita pietra su pietra nel 1780, era sia luogo di vita comunitaria condivisa da più generazioni insieme, che vi nascevano, vivevano e morivano, sia unità economica autosufficiente, completa di stalla, telaio per la seta o la canapa, fienili, legnaie, in un complesso labirintico ed affascinante, e interconnesso con le altre unità analoghe che costruivano la frazione e poi il paese. Quando insinuo che chi ci viveva, seppure in povertà estrema, era probabilmente più felice di noi con la pancia piena, vengo in genere guardato con compassione. Però era gente che viveva in un contesto culturale integrato, fatto di miti, religione e rapporti sociali codificati che rassicurava ciascuno circa il suo posto nell’universo.

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