Giovanni Michelucci ricordava come nella sua permanenza romana intorno
al 1930 quando costruiva per l’università, l’avessero particolarmente
colpito le recinzioni intorno alle fontane di piazza Navona realizzate
per essere al contempo panchine su cui sedersi per guardare la città ma
non le sculture e l’acqua.
Tra venticinque anni, quando questa generazione, come ogni
generazione in corso, sarà passata e forse abiterà un tempo in cui un
centro urbano non sarà più un centro commerciale o un polo affaristico
in una versione turistco-storicistica dell’inferno alla Blade Runner di
Ridley Scott, allora forse gli scomodi e monumentali panchinoni
michelangioleschi di Paolo Portoghesi verranno considerati una profezia
di speranza per il loro minimalismo zen virato barocco, nel loro
deserto senza ripari, nel nulla di noia che creano intorno
semplicemente ammonendo i romani in preda a shopping compulsivo che la
città si vede solo quando ci si ferma.
Sull’arte, sulla vita, sull’inutilità e sulla noia come unica vie di
scampo vale l’ultimo libro Foster Wallace (che gli è costato la vita)
e, su queste web pagine per brevità vi trascrivo il commento che ne fa
Tommaso Pincio:
«L’idea è semplice tutto sommato: se questo nostro tempo stupido
fonda la propria stupidità su uno scherzo infinito, su un’infinita e
artefatta sollecitazione a base di sollazzi e divertimenti tesi a
strapparci da un tempo più intelligente, dalla vita vera, quale cura
migliore se non quella di immergersi nell’esatto opposto, un abisso di
noia assoluta? Disintossicarsi dalle scorie della civiltà dell’
intrattenimento col tedio. Ritrovare sé stessi e la libertà grazie alla
monotonia.»
In questo dobbiamo solo essere riconoscenti alla saggezza di un
anziano architetto e alla sconsideratezza di un’amministrazione, che a
mio parere per altro ha fatto solo danni e figuracce, che una volta
tanto – per caso – l’ha azzeccata spendendo bene! quasi tre milioni di
euro per fare solo delle «panchine» nel nulla ovvero
nell’architettura.
:G
Giancarlo Galassi





Un conto è sedersi sulle recinzioni delle fontane di Piazza Navona per guardare il teatro della città sentendo alle spalle nello stesso tempo il confortante rumore delle acque, sollazzo per il quale un bel pò di persone si sono industriate per lasciarcelo in eredità, e un conto è sedersi sulle “panchine” avendo alle spalle soltanto il monotono brusio delle chiacchiere di sfaccendati come me. Qua ci vuole assolutamente una fontana ed io spezzo una lancia per lo spostamento in questo luogo della fontana del Rutelli di Piazza Vittorio!
Per quanto riguarda il breve commento che illustra l’idea del libro citato m’è venuto spontaneo, dopo averlo letto, esprimermi con una vecchia frase romanesca che ha annichilito, con la sua cruda ironia, tanti pensieri totalizzantii: ” Ma parla pe’ tte!”. Io mi auguro di ritrovare me stesso e la piena libertà, come dicono le Sacre Scritture, nella monotonia del nulla. Nel frattempo vorrei cercare di vivere nel tempo che mi è stato dato e che, come tutti i tempi, non è nè particolarmente stupido nè particolarmente intelligente ma soltanto, come è logico che sia, di una complicanza che abbiamo noi, chi ci ha preceduto e chi verrà, il dovere e la fatica di discernere. In questo non c’è spazio per la noia se non un pò, ogni tanto e detto alla latina, di otium dopo il negotium.
mah…. qualche moulure in meno avrebbe giovato, sarà meglio metterci una targa con la data di inaugurazione, altrimenti gli storici del futuro la penseranno costruita nel 1984: decennio favoloso…. ma solo per alcuni
Non mi sembra che questa teoria della noia sia così originale o immanente. Oscar Wilde già parlava di “Santa noia”, per non parlare della paralisi intellettuale del novecento. Oggi non occorre la monotonia per ritrovare se stessi, ma all’opposto, riscoprire la Bellezza. Del tutto dimenticata. Proprio come in questo caso.