“Alcuni temi sui quali abbiamo dovuto cambiare idea” …

Franco Purini

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3 Responses to “Alcuni temi sui quali abbiamo dovuto cambiare idea” …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    interessante, nel testo si legge:
    Obbiettivi del Laboratorio
    Il Laboratorio si propone i seguenti obbiettivi:
    a) fornire agli studenti una serie di paradigmi concettuali e un certo numero di informazioni aggiornate sulla situazione del dibattito architettonico e, in generale sociale e culturale, contemporaneo, al fine di metterli in condizione di affrontare, con maggiori possibilità di comprensione e di intervento la complessa situazione dell’architettura nell’età globale. Un’età che vede aumentare giorno dopo giorno i livelli di competizione;
    b) dotare gli studenti di strumenti compositivi avanzati, inseriti in un ampio contesto di relazioni con altre aree disciplinari;
    c) favorire la ricerca, da parte degli studenti, di una loro scrittura architettonica, uno stile riconoscibile fondato su scelte autonome e originali, capaci di esprimere una loro personale visione dell’architettura.

    In poche parole
    al punto a) gli si pratica la lobotomia in nome di un’architettura globale
    al punto b) li si dota di tutto tranne che della capacità di disegnare come dovrebbero
    al punto c) gli si insegna la legge del “famolo strano” e “famolo in base alla propria visione dell’architettura” piuttosto che insegnar loro a progettare in nome del bene e del bello comune.

    Non mi sembra molto democratica come impostazione: se uno studente dovesse divergere da questo sistema dogmatico cosa gli succede? Ci si limita a bocciarlo o lo si arde davanti a Valle Giulia?

    Quali sarebbero dunque i temi sui quali Purini & co avrebbero cambiato idea?

    Siamo davvero messi male!

  2. Sergio Cardone ha detto:

    Mi aspettavo che Ettore Mazzola commentasse anche questa volta con l’ormai consueto “abominio” al quale spesso ricorre per definire qualunque architettura ricada fuori dal proprio ambito prediletto.
    Personalmente ho avuto il piacere di seguire un workshop con Purini presso l’Iuav di Venezia. Sono rimasto piacevolmente stupito dal pragmatismo progettuale, in barba a quanti pensavano fosse un corso basato esclusivamente su elucubrazioni teoriche fini a sé stesse.
    Né mi hanno mai infastidito i “vincoli” posti dai docenti nei laboratori progettuali. Per usare un’espressione alla moda, “un vincolo è la più grande occasione di libertà”..e dal punto di vista prettamente didattico penso sia non solo importante ma assolutamente indispensabile. Questo non significa lobotomizzare gli studenti, e del resto la democrazia c’è, eccome: ci sono tanti laboratori da poter scegliere, non mi pare arrivino imposizioni dall’alto.
    Nello specifico, la si può pensare come si preferisce su Purini architetto/teorico ma, comunque la si pensi, oggettivamente ha dato un apporto – condivisibile o meno – al dibattito, soprattutto in un periodo come quello attuale in cui lo stesso dibattito è avvilente.
    Mi chiedo però se ci sia la ricetta “del bene e del bello comune”: il prendere a modello un determinato modo di progettare riferito puntualmente a un preciso periodo storico e a una precisa condizione sociale, pretendendo di spacciarlo come unica soluzione ai guai dell’architettura, non è forse una forma – questa si, crudele – di lobotomia? Personalmente diffido dai detentori della verità assoluta.
    E Purini, per quel che mi riguarda, non mi pare volesse propinare in modo assoluto un punto di vista, il suo, anzi! E’ stato uno dei docenti più aperto agli stimoli spesso ingenui di noi studenti.
    Saluti,

    Sergio Cardone

  3. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Sergio,
    non so a cosa tu ti riferisca quando dici
    “il prendere a modello un determinato modo di progettare riferito puntualmente a un preciso periodo storico e a una precisa condizione sociale, pretendendo di spacciarlo come unica soluzione ai guai dell’architettura, non è forse una forma – questa si, crudele – di lobotomia?”
    Questo sarebbe infatti un modo postmodernista e gratuito di confrontarsi con la progettazione “in stile”, mentre invece a me, per esempio, interessa confrontarmi con il contesto, alla stessa stregua degli architetti che un secolo fa cercavano nuovi stimoli guardando all’architettura minore ed a quella vernacolare. La cosa è infatti molto più stimolante che non lo scopiazzamento di pseudoarchitetture di pseudo archistar che, tra l’altro, essendosi convinte di aver creato uno “stile” personale, cosa che Purini ha messo tra i suoi obiettivi per gli studenti, tendono sempre ad imitare se stessi … un po’ triste e facilone come metodo. Diversamente cercare di fare sempre quancosa che risulti ben integrata nel contesto significa potersi rinnovare constantemente, parlando tanti linguaggi differenti. E’ ovvio che una cosa el genere non trova il favore degli architetti “mordi e fuggi”, perché richiede lo studio di un abaco linguistico a livello urbanistico, architettonico e strutturale.
    Quanto alla democraticità di Purini, anch’io l’ho avuto come professore a La Sapienza, dove ci impose ciò che dovevamo fare. Nel mio caso dovevo romanticamente immaginare la Casa del Fascio di Terragni in rovina (cosa quantomeno improbabile perché quando la cosa accadrà non avrà nulla di piacevole e romantico essendo i materiali adoperati ben diversi dalla pietra e dal mattone), alla fine apprezzò molto il mio lavoro di ricerca, ritenendolo addirittura eccezinale, tanto che mi fece incontrare a Bologna Peter Eisenmann per dargli una copia della mia ricerca. Tuttavia, quando al termine dell’esame mi chiese di parlare della mia visione dell’architettura e dei miei modelli mi disse: “le dò 30 e lode … ma lei non ha capito un cazzo!” Molto aperto agli stimoli degli studenti, vero? Peccato che i miei modelli sono quelli di personaggi come Giovannoni, fondatore della Facoltà di Architettura in cui Purini lavorava. Giovannoni, nella sua ultima lezione nel 1943 aveva lasciato un testamento morale ai futuri docenti, purtroppo totalmente disatteso. Quel testamento diceva: «Ed io, che non mi riconosco altro vanto che quello di non aver mai vacillato nella difesa della tradizione e della bellezza d’Italia, riterrò, la mia opera appassionata di studioso e d’insegnante non sarà stata spesa invano, se avrà contribuito al riconoscimento della gloria dell’Architettura nostra nel passato, all’avviamento di affermazioni degne nell’Architettura nostra del presente e dell’avvenire»

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