Pietro Pagliardini commented on GRANDE CECILIO … GRANDE FICTION … FAJE ‘NA FOTO …
“Sì, Salvatore, ma questo paesaggio è stato costruito, inventato di sana pianta negli anni 40 del secolo scorso, 1900, non 1800, cioè l’altro ieri. Il professor Muratore era già nato o giù di lì, io nascevo 10 anni dopo, tanto per dare il senso del tempo.
Quel paesaggio, prima di Cecil Pinsent, era alquanto malmesso. Era tutt’altro. Un “falso storico” (il termine non è certo il mio) è diventato, a ragione, un’icona d’Italia. Perchè? Perchè è bello e in armonia con la dolcezza dei colli delle crete senesi. Perchè sembra lì da sempre.
Perchè incantarsi, giustamente, per questo paesaggio e scandalizzarsi per la ricostruzione esatta della cattedrale di Dresda, oppure per la ricostruzione del ponte di Mostar, o, più modestamente, perchè molto del buono che c’è nel centro storico di Arezzo, la mia città, è letteralmente inventato, come quel paesaggio, negli anni ’30, grazie all’intelligenza di un Podestà? O perchè scandalizzarsi, senza neppure discutere serenamente e senza ideologie, di completare la facciata di San Petronio a Bologna, o di utilizzare il progetto di Michelangelo per San Lorenzo a Firenze? Perchè voler inventare architetture strampalate nei nostri paesaggi, quando invece dobbiamo conservarlo e migliorarlo “seguendo la vena”, come dice in altro posto il collega Danilo Grifoni? Perchè voler lasciare gesti individuali? Perchè l’ha insegnato qualche bischero di docente senza cervello all’università, ripetendo a pappagallo cose non digerite dette da altri?
Ma il primo compito dell’architetto, la prima regola è quella di guardarsi intorno, non di guardarsi allo specchio. Poi ci sono i più bravi e i meno bravi, d’accordo, ma se uno parte con lo specchio, come Narciso, non c’è storia.
C’è ancora chi vorrebbe inventare a l’Aquila. Che ricostruiscano alla svelta e com’era, e tutti, tranne qualche architetto, saranno loro grati.
Ciao”
Pietro





Tanti tanti anni fa un gruppo di giovani amici di Università e freschi professionisti furono ingaggiati per adattare alcuni casali ad uffici della Società di un miliardario venuto dagli antipodi che voleva investire in una operazione immobiliare alle porte di Roma. Sembrò loro di cominciare nel migliore dei modi la professione! Ma forze potenti della Capitale si opponevano all’ingresso in città di questo strano, nel senso di straniero, investitore il quale alla fine, esasperato dalle basse manovre politico-burocratiche che gli venivano quotidianamente apparecchiate, se ne scappò a gambe levate, lui e i suoi dollari. Nelle more di questo evento ai miei amici venne proposto dall’architetto-capo dell’incarico suddetto, anche lui proveniente da quelle esotiche contrade, di partecipare ad un’altra più piccola operazione immobiliare in una regione del Sud. Si voleva costruire un villaggio-vacanza su di una collina che degradava dolcemente verso il mare. L’architetto esotico, con una velocità progettuale sorprendente, buttò giù le sue idee che ebbi modo di vedere appese al muro dello studio dei miei amici compagni di corso. Bene! La collina, incisa (non nel senso di Valdarno!) da un viale di cipressi zigzagante, era la copia precisa sputata di quella che fa bella mostra di sè poco sopra. Che dire? Il falso del falso! Panorama toscano trasposto pari pari in fondo allo Stivale! Poi i miei amici, che avevano già visto svanire il primo incarico su cui contavano tanto, dovettero rinunciare, insieme all’architetto esotico, pure al progetto di ripiego perchè, mi confidarono, una “Famiglia” del luogo aveva fatto loro una “offerta che non si poteva rifiutare”: “Facessero il favore di levarsi di torno e di tornarsene a Roma, Quella era Terra Nostra!” Chissà se la “Famiglia” si era semplicemente sentita offesa perchè la terra natale, coltivata ad argentei e secolari ulivi, era stata stravolta da “duplici filari di cipresi alti e schietti come giganti giovinetti”! Comunque, quant’è difficile lavorare in questo Paese dove la Storia e le storiacce la fanno da padroni!
Va bene
siamo d’accordo sull’età dei cipressi, sul narcisismo, e in qualche modo, anche su alcuni esempi di restauro, ma innanzitutto mi chiedo in cosa è consistito l’intervento progettuale di Cecil Pinsent a parte i cipressi e magari le stradine, cosa si intende, all’inizi del ‘900, un paesaggio malmesso?
Cmq siamo al solito dilemma…quali forme deve assumere l’architettura del nostro tempo? Certamente deve guardarsi intorno, ma con quale sguardo? Ne abbiamo scritti di post su questo argomento.
Ricordo che diversi rappresentanti del movimento moderno guardavano all’architettura “spontanea” mediterranea per le sue forme semplici e pulite, oltre che ben inserite nel contesto.
Se vuoi qualche foto di com’era prima e come è ora (non c’è solo il viale di cipressi) puoi mandarmi la tua mail e il collega arch. Gazzabin sarà ben lieto di inviartele.
La mia è pietro.pagliardini@gmail.com
No perditempo, scrivere solo se interessati
Pietro
Si, d’accordo, ma non la chiamerei invenzione, se non forse nel vecchio significato di invenire e cioè ritrovare. Quel paesaggio “italiano”, c’era già, vedi il Buon governo a Siena. L’ottimo Pinsent ha fatto il resto, ma solo come nuovo corista in un gruppo consolidato.
Beato lui, e beati noi!
“… guardarsi intorno, non guardarsi allo specchio. …”, leggo.
Giusto, cari muratorini, ma nel dubbio del dopopranzo (sic), pigliammuce rapidamente ‘na tazzulella ‘e cafè!
Eh, si: quello qui allo studio, è fatto con il meccanico “bullone con dado” ‘900. Colla simil-espresso Bialetti “made in China”. Nun è ‘a tazzulella ‘e cafè napulitana di Eduardo-artigiano dai tempi lenti.
Ve lo ricordate Eduardo che dal malmesso balcone descrive al dirimpettaio (cioè a noi) comme se fa’ il vero caffè napulitano? Che arte, che mestiere, che invenzione, la sua!!
Embè, voi non ci credete? Ma a me questo simpatico Cecil anglotoscano (inglese italianizzato, diavolo incarnato, dice il proverbio, nda) mi ha fatto ricurdare l’Eduardo che s’inventa e codifica il paesaggio domestico napolitano dolce e profumato. Quello sintetizzato dalla favolosa tazzulella è cafè. Accomodante, antindustriale, filosofica: un pre professor Bellavista, un pre Pazzaglia. un pre Dalisi …
E’ la Napoli Totocchia e furbotta che non c’è; … quella letteraria e fatta a tavolino della “lingua dolce” ‘800, … non certo con le asprezze lessicali e fonetiche della lingua del cafone ‘e fore Raffaele Viviani, .. quella di tutte le Bambulelle disgraziate ‘e copp”e quartieri tosti nuosti: scetateve, architetti ‘e malavita!!!
Risultato: Eduardo è (stato) famoso e rappresentato in tutto il “mondo dolce”, … un prodotto dell’arte italiana doc esportabile, Viviani il tosto no. E’ troppovero e veracista, … non funzionava sul mercato estero di massa. La formula internazionale Eduardo-Cecil è quella che ha avuto successo, … che ha colto il segno e il sogno dell’immaginario collettivo perbenista e perbelpaesista, sin dall’800. Era quello il format vendibile dell’Italia! Icona perfetta, clichè, folclore. Un logo e un luogo (inventato) insieme! Luogo comune d’Italia Nostra & d’Italia L’oro ben congegnato. E consegnato, tramandato.
A riprova dell’intercambiabilità e amabilità della formula, assolutamente nazionale condivisa, Pagliardini incorre in un illuminante lapsus comico. Confonde utilmente Benigni con Totò. “Mi scompiscio dalle risate” … era infatti una tipica battuta di Totò. Ma va bene anche per il grande Benigni. … Perché si sa: è la somma che fa il totale. Siamo parte nopei e parte toscani, …. ammesso e non concesso dal Muratore. Cecil, lei non sa chi siamo noi: siamo tutti ‘e piezze ‘e core d’Italia 150° messi insieme!!
Bene, intermezzo scaduto. … la tazzulella ‘e cafè è finita, … stateve buoni e buon lavoro, … Eldorado
Grazie per aver scoperto il lapsus. Da esperto partenopeo hai certamente ragione a dire che quella battuta è di Totò, ma il mio più che di lapsus si tratta di mancanza di memoria, perchè volevo proprio riferirmi ad una battuta di Benigni nel film La vita è bella, quando, fra le continue bugie dette al figlio, in un momento di difficoltà, conclude il discorso tagliando di corto con qualcosa di analogo alla battuta del principe ma che, onestamente non ricordavo, e non ricordo, bene.
Si vede che Totò è entrato nel nostro patrimonio genetico. Come il paesaggio di Cecil Pinsent
Ciao
Pietro
Grazie Eldorado.
Una replica a dir poco esemplare. Da riscattare a post e senza che finsca nel dimenticatoio dei commenti.
Il confronto Viviani – De Filippo è geniale.
Resta rovinata tutta l’apologia del ‘furor di popolo’ dei vecchiettisti del com’era.
Sono in debito di un caffè: uno considero che me l’hai offerto svegliandomi i neuroni che erano lì che cercavano l’argomento giusto senza arrivarci.
Mi sembra infatti che i cipressi furono importati dai Romani dalla Persia