sergio 43 commented on METROSUB …
“Oggi mi sono dato appuntamento con un carissimo amico, amico sin dalla prima elementare, davanti la stazione del Colosseo. Non avendo lui mai visto la Casa di Augusto e la recente scoperta della Coenatio Jovis neroniana sul Palatino, mi ero prestato a fargli da guida. Prendo una linea Atac, poi Metro A e Metro B. La stazione è quella che è. A differenza di quelle moscovite, presenta un unico murale, se non sbaglio di D’Orazio. Ulteriore segno di italica serietà, affisso su un tornello, c’era l’avviso che la Metro era in sciopero dalle 8,30 alle 10,30 mentre, essendo già le 10,00, torme di turisti e scolaresche sciamavano, ignare di tanta minaccia, sul piazzale. Il mio amico aveva sentito la notizia dello sciopero ed era venuto inutilmente in macchina all’appuntamento. Oltre gli architetti neanche i sindacati sono più costituiti da uomini d’onore! Comunque la giornata non va sprecata e il mio amico è soddisfatto della visita sul colle. Scendendo dall’Arco di Tito sono coinvolto in una scenetta che, dapprima di romana ironia, mi lascia poi mortificato. Un robusto ragazzo vestito da legionario se ne sta piantato a gambe larghe davanti la Meta Sudante. Passandogli accanto si rivolge a noi con un sonoro: “Bella la vita!” Gli rispondo con un sorridente: “Perchè? Te pesa l’armatura?” Ci risponde serio: “No! Bella la pensione!” come per dire “Beati voi che ve la godete! Guardate che me tocca fà senza che, con questa recitata, possa sperare di raggiungere la vostra serenità”. Chissà come aveva sgamato la nostra qualifica eppure siamo noi due ancora gajardi giovanotti di sessantanove anni. Mi son chiesto se veramente fossimo già, noi fortunati figli del baby-boom, del boom economico, delle certezze e delle sicurezze, fisionomicamente diversi da tanti di questa generazione che debbono far quadrare il pranzo con la cena giorno dopo giorno senza una speranza di futuro. Con questi amari pensieri sono tornato a casa. Sull’ultimo autobus, seduto davanti a me, c’è un altro giovanotto, vestito con una tuta fluorescente da operaio stradale. Mentre guardo distrattamente la strada il giovanotto, con un gesto rapido, sfila il martelletto che, appeso accanto al finestrino, dovrebbe servire a rompere il vetro in caso di necessità e se lo mette in tasca. “Ma che sta facendo?”, esclamo. “Me serve!” mi risponde tranquillo. Scivolo nel mio romanesco per farmi capire meglio: “E allora vattelo a compra’ dar feramenta! Se fosse necessario, che dovemo rompe er vetro a capocciate?” Non mi risponde neanche e poi non posso educare l’universo mondo mentre la mia fermata si avvicina. Evitando gli stracci depositati a terra, frutto di una precedente e meticolosa cernita nei cassonetti dell’AMA, mi chiedo: “Ma di che cosa stiamo parlando? Quale futuro per la nostra civiltà? Quale senso il nostro civismo? Povera Italia e poveri noi, nessuno escluso!”





