Morandi – “Magna” Grecia …

“Gent.mo prof. Muratore

Allego una notizia che dimostra quanto incerto sia

il futuro delle opere del “moderno” a Roma,

con la preghiera, qualora lo ritenga opportuno,

di renderla visibile ai lettori del suo blog

un sentito ringraziamento

Marco Giunta

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Vivere l’Architettura: “I parcheggi e la mobilità”

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6 Responses to Morandi – “Magna” Grecia …

  1. M.G. ha detto:

    Ed aggiungo che si tratta della stessa impresa del parcheggio di Via Giulia: “perequazione?”

  2. ettore maria mazzola ha detto:

    Definir, come fa il professor Passeri, “opera d’arte” questo edificio è davvero improbabile!
    Ricordo, quando da studente vivevo in via Lidia, che con i miei amici ci chiedevamo come fosse possibile che una simile bruttura fosse stata realizzata così vicino ai meravigliosi complessi “popolari” costruiti da Camillo Palmerini a Piazza Tuscolo e da Martini e Vicario in via Magna Grecia … a quei tempi ovviamente non sapevo chi fossero gli architetti di quei complessi che, solo per ragioni estetiche, ci affascinavano.
    Capisco la funzionalità, capisco – ma non condivido – il discorso sulla sperimentazione, ma che l’aspetto estetico e il suo impatto sull’intorno debba esser ignorato, addirittura parlando di “opera d’arte” mi sembra davvero troppo! Il professore farebbe bene a chiedere alla gente comune se quell’edificio possa esser ritenuto un’opera d’arte o uno sgorbio edilizio!
    Siamo alle solite: l’università ideologizzata prende le difese di edifici costruiti dai suoi “mostri sacri” indipendentemente da ciò che un ipotetico restauro possa comportare.
    E’ successo per il Corviale, per Tor Bella Monaca, per le Vele di Napoli, per lo ZEN di Palermo … addirittura ci sono stati degli strani personaggi che hanno provato a chiedere di mettere un vincolo sul Corviale e le Vele … e mi sa che Passeri ambisca a fare altrettanto.
    Restaurare il cemento armato non ha alcun senso.
    Chi ignora, o finge di ignorare, i costi di restauro (costanti) sia a livello economico che ambientale, farebbe bene a mettersi da parte. Le barre di armatura ossidate possono convertirsi nuovamente in ferro, ma ciò che è andato non torna più: ferri del 14 che si sono ridotti a 7 millimetri di ossido possono tornare ad essere 7 millimetri di ferro e nulla più. Il cemento che ha subito la spontanea carbonatazione continuerà, in profondità, ad attaccare i ferri che non possono essere raggiunti a meno di demolizioni e ricostruzioni. Una volta ho adoperato un prodotto della SIKA che migra 7 millimetri al giorno all’interno del calcestruzzo per andare a convertire l’ossido dei ferri posti in profondità evitando demolizioni pesanti, ma si tratta di un prodotto costosissimo e tossico.
    Un certo genere di edifici è nato seguendo i dettami del Manifesto di Sant’Elia che al punto 8 diceva: “i caratteri fondamentali dell’Architettura Futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”
    Detto ciò mi chiedo, perché vietare l’accanimento terapeutico sugli esseri umani e poi promuoverlo per gli edifici che, tra l’altro, sono geneticamente nati per durare meno degli uomini?
    Tanto di cappello a Morandi per ciò che fece in nome delle illusioni della sua generazione, ma ora basta! Non è possibile immaginare di spendere denaro pubblico per restaurare e mantenere in vita un mostro edilizio figlio dell’ideologia modernista che ha esaurito il suo tempo.
    Se si vuole combattere la CAM per tutte le varie malefatte di via Giulia sono ben contento, ma che si usino queste argomentazioni lo ritengo totalmente fuori luogo
    Cordialmente
    Ettore

  3. pepito mio ha detto:

    Se è per questo si deve aggiungere che è la stessa Ditta che ha opzionato altri mercati in cambio di palazzine secondo il noto rito della “compensazione” con una delibera che nasce con Veltroni e che Alemanno sta cercando di resuscitare …..

  4. maurizio gabrielli ha detto:

    Gentile prof. grazie per l’informazione. Stamane non credevo ai miei occhi leggendo la notizia ! Faremo fuoco e fiamme per stroncare questa bestemmia. L’ennesima.

  5. memmo54 ha detto:

    Come possa un “cavatappi” adagiato ad uno scatolone fungere da “collante” è da ascriversi alle fantasie da fumatori d’oppio quali appaiono intenzioni e desiderata degli architetti (…professori e non…).
    L’idea di ricilarlo in un museo di non si sa che cosa, lusso proibito per qualsiasi amministrazione nei prossimi decenni, appartiene pienamente alle medesime fantasie.
    Costruire ex novo implica, d’altra parte, la possibilità, inconcepibile ma non remota , che la toppa sia peggiore del buco; un rischio che l’architetto d’oggi, con la sicumera che lo affatica da sempre, si accollerebbe volentieri; i cittadini comuni, visti costi e benefici, attori e comparse, forse un po’ meno.
    Questo fardello del moderno, intangibile giacchè “d’autore” ma al contempo irrecuperabile ed immanutenibile, muto ed insignificante, finirà per affondarci.

    Saluto

  6. Pietro Pagliardini ha detto:

    Non posso dare un giudizio pienamente consapevole perché, al solito, non conosco il luogo. Però credo che, aldilà dell’enfasi con cui gli architetti appiccicano alle opere l’epiteto di “opera d’arte”, è tuttavia da tenere in conto che non si tratta di abitazioni, ma di autorimessa per le auto, credo con un mercato o qualcosa del genere al piano terra (ho visto il filmato tempo fa e adesso non ho il tempo di rivederlo).
    Differenza non da poco per una discussione serena. Non si tratta cioè di giocare sulla pelle di chi ci vive, come al Corviale, non si tratta di piegare le condizioni di vita di migliaia di persone alla soddisfazione, tanto dispendiosa quanto intellettualistica, di mantenere in vita una “testimonianza” di un periodo storico, ancorchè ideologicamente negativo. Si tratta di un edificio in cui l’elemento di valutazione sul da farsi non può prescindere da come l’opera si rapporta al contesto e dalla qualità dell’opera stessa, che sotto il profilo strutturale non è affatto banale ed ha una sua storia.
    Memmo54 ha ragione: abbatterlo potrebbe ottenere un risultato peggiore e, visti i tempi che corrono, non è pessimismo nero o disfattismo ma semplice osservazione della realtà; ristrutturarlo ha costi improponibili, come dice Ettore M.Mazzola, e per il suo uso pubblico effettivamente non sembra proprio la stagione adatta, anche per decenza rispetto alle lacrime e sangue che ci imporranno i nostri ottimati al governo.
    Andrà probabilmente a finire nel peggiore dei modi possibili: demolizione con ricostruzione di un centro commerciale e abitazioni con un progetto che durerà assai meno dell’originale e sarà assai peggiore e più spaesato.
    L’ordine degli architetti chiederà a gran voce un concorso d’idee e così avremo la certezza del peggior risultato possibile.
    Pietro

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