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Non sono un esperto di favelas, ma in rete si trova molto e si capisce bene che l’idea di intervenirvi pesantemente nasconde o interessi immobiliari o un atteggiamento di tipo illuminista.
E si capisce anche che la forma “urbana” delle favelas risponde a criteri analoghi a quelli studiati da Caniggia, con rapporti gerarchici fra le strade, nodalità e antinodalità.
Per questo c’è da augurarsi che l’architetto non abbia alcun ruolo nelle favelas, perché potrebbe solo peggiorare la situazione. Al massimo potrebbe tentare di assecondare, con le sue conoscenze, quanto spontaneamente è stato realizzato in termini di uso dello spazio e soprattutto di relazioni e rapporti sociali ed economici. Poi esistono favelas e favelas. Mumbai Dahravi è un esempio virtuoso di città nella città, sostanzialmente autosufficiente con un tessuto produttivo e commerciale calibrato per quei livelli di consumo e qualunque operazione di “risanamento” potrebbe distruggere quel tessuto. A Mumbai c’è una cultura viva e vegeta e volerla trasformare profondamente equivarrebbe ad una operazione di tipo coloniale.
Insomma, al massimo operazioni di miglioramento delle prestazioni delle singole abitazioni e della rete dei sottoservizi, senza presumere, tuttavia, di imporre modelli estranei a quella cultura e a quel tessuto.
E’ chiaro che dovessi scegliere, sarebbe per me più naturale andare a vivere in quella buffa, ma confortevole, spirale che guarda la favelas di San Paolo, ma mandarci forzatamente gli inquilini del piano di sotto sarebbe solo deportazione.
Come possa avere da dire qualcosa la Hadid con quel complesso balneare plastificato, la cui foto è nel post successivo resta un mistero. Più pertinente mi sembra il richiamo a Léon Krier, ma solo nel senso di spinta ad approfondire i modi spontanei di aggregazione, utili eccome per comprendere meglio la città come organismo vivo.
Pietro