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ottimo raffronto, solo che il secondo caso, sebbene discutibile, è meno grave del primo. Tuttavia la prossimità alle Mura Aureliane e tanti bei villini mette il 2° caso allo stesso livello di arroganza e mancanza di rispetto del primo.
Come giustamente fa notare si tratta di segni nel segno di Zevi
Il caso a destra è stato discusso a lungo su questo blog qualche anno fa e, ho ricontrollato, è di Passarelli.
Inutile ripetere le stesse cose.
Su quello a sinistra, che immagino sia la sopraelevazione di Ridolfi di cui parlava Mazzola nel post sulla “palazza”, il giudizio non può che essere sbrigativo: un’indecenza, un abuso edilizio condonato.
A guardarlo trasmette un senso di compressione e di oppressione, con quella palazzina schiacciata come a volerla sprofondare e nasconderla sotto terra.
Se poi per assurdo lo volessimo vivisezionare e valutarne solo la parte in alto, operazione in sè ovviamente priva di senso, se venite ad Arezzo, zona Giotto, progetti anni 60-70, tempi d’oro del boom edilizio, licenze edilizie con piano terra, piano tipo, un prospetto e una sezione, quattro o cinque architetti sulla piazza, onorario professionale: un piano intero per ogni edificio (sono nato troppo tardi, mannaggia), ce ne sono qualche decina di simili, solo costruiti peggio, come si conviene, purtroppo, dalle mie parti.
Saluti
Pietro
Certo, caro Professore, tante volte mi stupisce come riusciamo a traguardare le cose allo stesso modo. Sarà perchè siamo entrambi il frutto di quei fantastici Sixties della nostra giovinezza quando eravamo sicuri della scelta fatta, fiduciosi che l’Architettura ci avrebbe raccontato una storia meravigliosa in cui saremmo stati, guidati dall’insegnamento di docenti da venerare, partecipi operosi. Stamattina volevo di nuovo intervenire nella querelle sul valore di Mario Ridolfi e avevo cominciato a scrivere esternando la mia sorpresa per come la discussione si stesse avvitando su aspetti puramente ideologici come quando si discusse, con la stessa virulenza, sull’edificio dei Passarelli a via Campania, cosa che, mi sembra di ricordare, allora aveva meravigliato anche lei. Poi ho cancellato tutto perchè per me si stava andando fuori dal seminato e la discussione cominciava a diventare oziosa. Questa sera ho avuto la soddisfazione di vedere che anche lei ha evidentemente pensato a quell’episodio e ci ha riproposto in immagine l’edificio in cui si specchiano le Mura Aureliane. Ho sempre pensato, per quel che vale e può interessare il mio pensiero, che l’ancella più pericolosa per l’Architettura, e non solo, sia l’Ideologia mentre la Sperimentazione, per dirla alla Popper, ne è, come in tutte le Scienze Umane, l’ancella più fedele e preziosa altrimenti che cacchio ci stanno a fare Stonehenge, la piramide di Saqqara, il Partenone, la Cloaca Massima, il Duomo Gotico, la cupola di Santa Maria del Fiore, la Rotonda Palladiana, la Casa sulla Cascata, il grattacielo…(elenco aperto!)
0-2 a tavolino
sergio43, spesso mi trovo d’accordo con lei, ma questa volta proprio no. Il criterio della falsificazione, o verifica che dir si voglia, di Popper non mi sembra applicabile all’architettura che non è scienza ma “arte meccanica”, cioè arte utile ad uno scopo ben preciso.
Mi piace più, in verità, chiamarla scienza sociale la quale non è soggetta ad “esperimenti” in corso d’opera ma ad un processo evolutivo della società e, questo sì, a verifica dei risultati.
Da quando si è deciso di interrompere quel processo evolutivo, dichiarando che tutto quanto fatto fino a quel momento era sbagliato, da quando cioè si è fatta tabula rasa, rinnegando con questo la storia e la cultura dell’uomo, l’architettura è trattata, in maniera artificiosa, analoga alla scienza.
Questo non significa non utilizzare rispetto alla città e all’architettura criteri scientifici, ovviamente, quali ad esempio la scienza delle costruzioni, la fisica tecnica, e quant’altro, ma soprattutto si dovrebbe ricorrere alla verifica dei risultati rispetto alle premesse e alle aspettative in riferimento alla costruzione di un ambiente artificiale che dia benessere agli abitanti e che funzioni. Ma è proprio ciò che non viene fatto, e di questo dovremmo dolerci, altrimenti avremmo dovuto invertire la rotta da tempo, ripartendo da dove il discorso è stato interrotto. LA vera ideologia sta proprio qui, nel non prendere atto degli errori.
Nel caso in oggetto, lei crede davvero che sia applicabile il metodo di Popper? Cosa si voleva dimostrare con quel progetto e quale risultato è stato ottenuto? Con quali parametri si può giudicare se non con quelli che riguardano scienze umane e sociali?
Io rispetto naturalmente la sua amarezza di architetto entusiasta che vede oggi sempre più spesso negate le idee in cui credeva e forse crede ancora, ma proprio nella logica che lei sostiene dovrebbe riguardare quel progetto di Ridolfi, ed anche quello di Passarelli, alla luce del risultato, non solo relativo ai due singoli oggetti e all’ambiente loro circostante, ma a alle ricadute complessive che quella cultura ha avuto nelle migliaia di progetti analoghi e nelle città.
Se poi qualche giudizio, compreso il mio, è tranchant e appare sostanzialmente “rozzo”, è solo un modo come un altro di affermare una verità diversa, dopo decenni di un’unica falsa verità.
La (affermazione della) verità è rivoluzionaria.
Cordiali saluti
Pietro
L’intervento di Ridolfi è indifendibile, la sperimentazione, a mio parere positiva, è stata portata all’eccesso.
Sarebbe stato meglio non sopraelevare in modo da non rischiare eventuali false ricostruzioni “in stile”, negando la riconoscibilità dell’intervento.
L’edificio di Passarelli invece ritengo sia interessante, forse pecca nel rapporto con il contesto ma cmq apprezzabile.