Da Giancarlo Galassi: …
“Il primo sentimento è invidia.
Ci vuole coraggio a intraprendere una ricerca del genere.
Esporsi proprio sul dilemma tragico di ogni progettista.
Quella terribile «seconda» domanda.
Come affrontare e risolvere i nodi problematici dell’architettura al
punto che componenti tecniche, dall’isorientamento alle finiture, e
tematiche più latamente culturali, dalla storia edile locale alla
cultura globale contemporanea, arrivino a un equilibrio che garantisca
a ciascuno il «massimo rendimento» nell’integrazione con gli altri?
La soluzione distributiva più funzionale integrata al sistema statico
strutturale più appropriato, integrati a un investimento economico
conveniente, integrati all’inserimento più congruente al contesto,
integrati…integrati…
Non siamo più ai tempi in cui si poteva tenere per guida solo la
triade vitruviana.
Per intraprendere un lavoro del genere o si è muniti di saggezza
dovuta all’esperienza sulla complessità della questione e di chiarezza
divulgativa da saper sfoltire la foresta dell’architettura spiegando
«prima» tutti gli alberi di cui è costituita per «poi» giustificare il
perché certe essenze devono essere disboscate, oppure si è ben caricati
da giovanile incoscienza.
Visto l’uso nel testo della parola «estetica», più da estetisti che
da estetologi, propenderei per la seconda ipotesi e la mia invidia
aumenta.
La vera domanda che il libro si pone non è espressa esplicitamente,
forse è accennata, sicuramente si vede impressa nella filigrana della
carta.
Cioè quella famosa «prima» domanda.
Come può un architetto garantirsi che la sentenza senza appello
emessa da chi nelle sue case deve vivere (e anche studiarle
all’università è un modo di viverle) sia: «Mi piacciono»?
A questo interrogativo sappiamo la non-risposta da ciclotimico di
quell’architetto depresso che era di Wittgenstein: «Su ciò di cui non
si può parlare si deve tacere».
Non ci può essere alcun recupero della bellezza in architettura
perché non possiamo più avere un criterio comune per intenderci sulla
«Bellezza».
Aiuto! Si parla di Bellezza?! C’è un’uscita di sicurezza?
Una via di fuga possibile è in nuce nella storia dell’architettura da
«ingegneri» scritta da Vincenzo Fasolo, che ogni tanto mi trovo a
riesumare, e vedi mai che la Scuola Romana sia servita a qualcosa!
Una storia il cui carattere «datato» può essere addirittura
interpretato come pregio.
Se il criterio di valore non può essere certo la «commozione» che si
prova davanti a un’opera d’architettura, quell’effimero sublime,
quell’esperienza epifanica perché vale esistenzialmente per il singolo
e certo non può essere messa in comune…
Se nemmeno una media statistica da sondaggio di opinione può essere
risolutiva perché lì a dirimere la questione si pretende un certo «buon
gusto» innato e diffuso e non c’è niente di meno innato e di più
artefatto, che il «buon gusto»…
Un criterio di valore comune può essere forse un criterio da
«ingegneri».
La cosiddetta «leggibilità».
Cioè come guardando un’architettura si riesce a capire come sta in
piedi, come funziona distributivamente, come si riferisce alla storia
edile che l’ha preceduta…come…come…
Il libro non spiega «come» si progetta un’architettura interessante
perché «Bella» ma solo in quanto «leggibile» e rimanda la questione ad
altri autori.
Però ha il pregio di compilare per noi la lista di «cosa» si può
rendere leggibile.
Segna gli alberi nella foresta che devono essere salvati.
Dopo, chi si sente in grado, può iniziare disboscare.




