Da Isabella Guarini: …
Uno, due, tre, boom!
“Un lungo tuono lacera la notte di Scampia del 12 dicembre 1997. Una delle sette Vele, abitata da 160 famiglie in sedici piani della periferia urbana di Napoli, si piega su se stessa sollevando una nuvola di trenta metri. Appena la polvere si dissolve gli astanti impallidiscono, il mostro ha resistito, si è piegato ma non spezzato e resta pericolosamente inclinato come la Torre di Pisa. Il flop è fragoroso: il sindaco, il prefetto, il questore, gli abitanti, aspettavano che il mostro si sbriciolasse a terra. Invece, rimane monolitico di fronte ai 284 panetti di dinamite e ci vorranno altri giorni di lavoro per abbatterlo con le tradizionali ruspe. È la metafora della rigidità dei modelli architettonici moderni, resistenti non solo ai panetti di dinamite, ma anche alle proposte alternative per la costruzione dell’ambiente abitabile.
Eppure, il sogno dell’architetto delle Vele era il riprodurre il caratteristico vicolo napoletano in versione moderna, emulando l’Unità di Abitazione di Le Corbusier. Così altri insediamenti, come il Corviale lungo un chilometro nella periferia di Roma e l’insediamento Forte-Guezzi, detto il Biscione, su una collina di Genova, ispirato la Piano d’Algeri di Le Corbusier, sono modelli abitativi divenuti obsoleti in pochi decenni, per cui si pone il dilemma della loro sostituzione o conservazione. Ho visitato le Vele circa venti anni fa insieme a una commissione di esperti, quando ribolliva la protesta degli abitanti che reclamavano il diritto di uscire dall’inferno delle Vele, avendo ricevuto anche la benedizione del Papa e la solidarietà del Presidente della Repubblica. Era una giornata cupa di pioggia, che ricadeva sui ballatoi interni schizzando intorno e rimanendo impantanata. Gli ascensori guasti erano utilizzati per deposito di rifiuti. Tuttavia, l’interno degli alloggi era decente perché curato dagli abitanti. Fuori dall’uscio, invece, il degrado era irreversibile a causa della struttura architettonica degli edifici, simili a gironi infernali, con l’avviso dantesco sulla porta, perdete la speranza o voi che entrate, se intendete trasformare un inferno urbano in un altro abitabile conservando la stessa concezione architettonica con l’aggiunta di altre funzioni. È la speranza nell’intelligenza umana a farci ascoltare la lezione delle città storiche, che consiste nell’adattabilità alle varie tradizioni urbane, alternative all’omologazione ortodossa dell’architettura moderna e contemporanea.”
I.G.
Napoli, 06/06/2010
PS: questo scritto inviato a II Mattino di Napoli non è stato mai pubblicato!




Se ne è sempre parlato, ma a parte che non è la qualità dell’architettura che fa durare l’architettura, ma la qualità degli utenti, poi un esperimento culturale di ripresa di non si capisce cosa, perché quella gente, secondo una visione di falsa sociologia, si sarebbe trovata bene in luoghi, secondo loro, familiari, la creazione di immaginari vicoli e bassi sospesi. E invece la storia aveva già insegnato che il basso e la vita del vicolo scuro erano uno stato di necessità, di obbligo dal quale forse fuggire più che ritrovarcisi di nuovi e con gli stessi attori… santamatilde!
Pasquale, lei arriva un po’ tardi con un vecchio argomento. Nessuno pensa che l’architettura sia la panacea dei mali del mondo; ma certamente, come ogni opera umana, ha i suoi effetti e le sue responsabilità su ciò che accade. E sugli effetti e le responsabilità di opere come le Vele ci si può continuare a nascondere sfacciatamente dietro un dito quanto si vuole in nome di Corbu, della Cultura, della Memoria, dell’Estetica Modernista, ma la risposta oggettiva sarà questa: http://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0