Ravasi … divino …

Il Tempio e la Piazza“, la conferenza tenuta ieri mattina dal Cardinal Ravasi nell’aula magna di Valle Giulia, è stata,

finalmente, una vera “lezione” che, per quelle mura, non è poco …

una lezione di “stile”, innazitutto, ove le parole risuonavano “alte”, ma accessibili …

un grande, affascinante, comunicatore che ci ha ricordato il valore ineffabile della parola …

peccato che il tutto sia finito secondo il canonico e poco commendevole modello “a coda de sorcio” (ci

scusi eminenza),

con un pugno di patetici accademici esibizionisti che si sono incarogniti in un desolante carosello capace di

distrurre, in pochi istanti,

la straordinaria “magia” dell’inaspettato, altissimo, evento accademico …

ce ne scusiamo ancora … anche per loro, che non sanno quello che fanno, ma, soprattutto, quello che

dicono …

non se la prenda … alla prossima eminé … torni presto … qui abbiamo bisogno di tutto … anche e

soprattutto di una “buona” parola …

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

9 Responses to Ravasi … divino …

  1. st ha detto:

    ravasi prossimo papa?

  2. ctonia ha detto:

    Questa è gente che ha studiato, mica come i nostri attuali professori di architettura. Conoscono estetica, retorica, filosofia, storia e politica molto meglio della media dei docenti italiani di progettazione. Un gap drammatico e un pò inquietante, che sarebbe meglio colmare al più presto. Mandiamoli tutti in seminario, che dice Professò? (Ma in sala lettura niente Deleuze, solo Sant’Agostino :-)).
    saluti
    c

  3. eduardo alamaro ha detto:

    cari muratorini,
    no, il dibattito no!!! E’ una conferma, la “coda de sorcio finale” che lamentate. Dopo la “straordinaria magia dell’inaspettato e altissimo evento accademico”; dopo le parole “alte ma accessibili” di Ravasi cardinal, ci voleva Silenzio e Rispetto. Solo “Silenzio cantatore”, come diceva bene il poeta Salvatore di Giacomo a Napoli.
    Necessitavano, le parole d’ammore e di stile di Ravasi, di vasi di raccolta di pensieri-pensanti. Le parole-pesanti di Ravasi avevano fatto breccia nell’ovvio e nel consueto, condizione base per quel “vuoto accogliente” che spinge alla riflessione e alla elaborazione critica.
    Basta invece, lamentate, un rumoroso pugno di una pugnetta di “patetici accademici esibizionisti incarogniti” per distrurre e distarre in pochi istanti gli astanti nostri. Stupiti e incantati dell’Architettura delle parole. Per riportarli alla norma scritta dell’edilizia del diavolo. E dei poveri diavoli del bunga-bunga quotidiano amministrativo. No, il dibattito no!!! Ravasi ci manchi, mettici i cardini tu! Saluti, Eldorado

  4. sergio43 ha detto:

    Strano! Veramente non c’è stato nessun mal di pancia all’intervento di Ravasi? Nessun Asor Rosa che si è rivoltato nella t….pardon! E’ tuttora gagliardamente sulla breccia e gli auguriamo lunga vita! Ravasi sì e Ratzinger no? Nessun strombazzato articolo sui giornali per questo ulteriore sgarbo to the Pope? Questo dimostra solamente, se mai ce n’era bisogno, della oramai acclarata inutilità e inconsistenza periferica, anche mediatica, della Facoltà “de ma jeunnesse”!

  5. andrea b. ha detto:

    …per chi non c’era…si può sapere cosa è successo di preciso…chi è intervenuto e cosa è stato detto?…

  6. giancarlo galassi ha detto:

    Riporto qui i miei scarsi appunti per i più curiosi.
    Sono appunti e come tali vanno intesi, non sono la trascrizione di una registrazione.
    Sono non autorizzati, impubblicabili, personalizzati.
    Soprattutto sono incompleti.

    Segnatamente manca la sottolineatura forte data alla necessità e all’impegno di Ravasi nel costruire un dialogo per mezzo dell’Arte tra le diverse culture (dal multiculturalismo all’interculturalismo) e tra cultura laica e cultura confessionale passando in ambedue casi dai “duelli ai duetti” (sic).
    Naturalmente se qualcuno di buona volontà ha voglia di correggere e integrare non posso che essere riconoscente nei suoi confronti.
    [Il poco testo tra parentesi quadre è da intendersi quale note mia].
    Dei protagonisti e degli argomenti del dibattito a seguire si parla altrove in questo blog e con ottima fedeltà ai fatti.
    La lectio magistralis era su
    Il tempio e la piazza e verteva sul rapporto tra spazio sacro e spazio civile.

    Questa mia comunicazione è costituita da due parti: una premessa filologica cui seguiranno tre considerazioni.

    Premessa

    La parola «Spazio» ha derivazione indoeuropea dal termine Spät[?] che dà anche origine anche al latino Spes: Speranza. Riscontriamo quindi un incrocio tra l’orizzonte in cui siamo immersi e la speranza.
    Un saluto comune tra gli arabi è l’espressione: “Dio ti allarghi gli spazi”.
    La fatica noi la esprimiamo anche come essere «angustiati», con il sentirsi imprigionati in uno spazio ristretto.
    L’architettura dovrebbe rappresentare simbolicamente questa esperienza fondamentale [esistenziale] dello spazio.
    Il bambino esce dal grembo materno per entrare I) nel grembo dello spazio, II) in un altro grembo che è il tempo.
    La scansione temporale si incrocia con quella dello spazio.
    Tutte le volte che si costruiscono case infami [sic] si violentano le istanze fondamentali dell’esistenza.
    I ragazzi odierni non sono educati a riconoscere la simbologia dello spazio.

    1a considerazione: la metafisica dello spazio.

    Lo spazio sembra essere fisico ma è una realtà simbolica.
    E’ comune l’esperienza della limitatezza dello spazio.
    Chi entra nello spazio è consapevole della sua limitatezza.
    Andare oltre è un’esperienza metafisica.
    Il cosmologo John Barrow parla di Multiverso e tre quarti della sua esposizione scientifica è simbolico-filosofica.
    Ha usato nella sue dimostrazione una strutturazione non fisica.
    Quando parliamo di spazio abbiamo bisogno di altre categorie oltre quelle della fisica.
    L’esperienza di cui abbiamo bisogno è quella del nulla.
    Della morte.

    Nella Genesi, prima della creazione, si parla di tenebre, dell’abisso, di negazione della materia, di negazione della luce. Di ciò che è inconsistente, che non ha punti di stabilità.
    Il creato della Bibbia è imprigionato, esce dal nulla e torna nel nulla.
    Il mare è inteso come aggressore della terraferma.
    Lo spazio stesso ci parla di qualcosa che ci imprigiona.
    Il concetto di infinito ci supera.
    Lo possiamo sorvolare ma non vivere.
    Quanto più vivo imprigionato nello spazio tanto più vivo nella morte.

    Quel capolavoro dell’umanità che è il Libro di Giobbe ha il suo apice in una descrizione del cosmo dove l’idea del limite è rappresentata dal mare e il creato è inteso come un bambino in fasce, come un prigioniero in carcere.
    Buona parte della nostra cultura si interroga su questo.
    Se togliessimo dalla letteratura il tema del dolore e della morte non avremmo più letteratura.
    La religione nasce come domanda di senso.
    Di senso del limite.

    2a considerazione: antropologia dello spazio.

    Lo spazio è connesso con l’esperienza umana. In ebraico uomo si dice Adam.
    [Inciso per giustificare il ricorso alle scritture:]
    Nietzsche in Aurora descrive ciò che noi proviamo leggendo Petrarca a differenza de I Salmi: come essere in terra straniera o essere nella nostra patria.
    Adam vuol dire il colore ocra dell’argilla.
    In ebraico Terrasi dice Adamah.

    Solo la cultura greca, in seguito, si alienerà dalla natura.
    Noi sentiamo l’eredità greca quando avvertiamo la natura come un peso.
    In ebraico figlio si dice Bem e ha la stessa radice di Banà: ‘costruire’.
    L’architetto è una figura parallela a quella del padre e della madre.
    Ognuno di questi costruisce una realtà vivente.
    Il costruire è generare.
    Vivere nell’interno della propria casa è come vivere nell’interno della propria vita.
    Casa come concetto esistenziale.
    Il ‘grembo’ della casa.

    Mircea Eliade ha formulato una teoria su come avviene l’ominizzazzione dell’umanità: l’uomo ominizzato si distingue per la simbolizzazione del reale con la determinazione del centro.
    Con questa operazione di simbolizzazione del reale ha fine la funzionalizzazione.

    La città si stabilisce sui perni del tempio e del palazzo.
    Il tempio è la pietra di fondazione cosmica.
    Il tempio tiene insieme la realtà spaziale e ha una funzione simbolica.
    Il tempio e il palazzo sono gli elementi su cui si è costruita radialmente la città.
    Milano con al centro il duomo mentre New York non ha una struttura con un senso primario.
    L’urbanizzazione è lo sviluppo del concetto di centro.

    Secondo la tradizione rabbinica il mondo è come un occhio: il bianco è il mare, l’iride è la terra, la pupilla è Gerusalemme, la città, il riflesso nella pupilla è il tempio.

    3a considerazione: teologia dello spazio (trascendenza dello spazio).

    L’umanità concepisce la prima idea religiosa dello spazio come quella di tempio cosmico.
    Lo spazio come armonia. Come mappa perfetta.
    Lo spazio come realtà perfetta dotata di senso.
    Non siamo più abituati a un esercizio di contemplazione di questo spazio.
    Le stagioni, che quasi non si avvertono in città, non vengono misurate per la loro simbologia.

    Scrive Chesterton: “Il mondo non perirà per mancanza di meraviglie ma per mancanza di meraviglia”.
    Occorre ritrovare il mondo come architettura.

    La comunità di ebrei mitteleuropei Chassidim sorta nel 1700, sterminata dal nazismo, raccontata da Isaac B. Singer e il cui spirito troviamo nell’opera di Chagall, aveva molto vivo il senso dell’armonia cosmica in cui cercavano Dio.
    Un loro canto recitava:

    Dovunque io vada, Tu;
    dovunque io sosti, Tu;
    solo Tu, ancora Tu, sempre Tu.
    Cielo, Tu;
    terra, Tu.
    Dovunque mi giro, dovunque ammiro, Tu, solo Tu,
    ancora Tu, sempre Tu.

    C’è una dimensione panteista ma c’è anche una dimensione dello spazio come spazio teologico.
    Scrive Benjamin ricordando la Bibbia: «Le cose esistono solo quando l’uomo dà un nome agli animali».

    Tutte le culture hanno specifico sacro.
    E’ importante allora ricostruire un dialogo tra architettura e arte soprattutto nel tempio inteso quale orizzonte di senso.
    Subito dopo si connette al tempio il suo rapporto faticoso/dialettico con ciò che è fuori dal tempio.
    Scatta una duplice riflessione: affrancare il primato del tempio dal ‘sacralismo’ che al tempio si lega, dalle concezioni teocratiche.

    Nelle repubbliche islamiche: “Il tempio è anche la nazione, è il mio paese. Non ne conosco altri”.
    Si introduce allora il dialogo con lo spazio laico.
    Il tempio connette liturgia e vita sociale, senza che l’uno prevarichi l’altro.

    Questo equilibrio è quello che il tempio dovrebbe rappresentare.
    Impedire la separatezza tra tempio e esistenza.
    Il tempio deve dialogare con la piazza.
    Nel passato il tempio attuava questo dialogo con le strutture caritative che lo circondavano.

    Nell’Apocalisse la Gerusalemme Celeste non ha alcun tempio perché Dio è il suo Naos, il suo tempio.
    La presenza del divino è irradiata.
    La città ha in sé la vivibilità e la bellezza.

    L’architettura sacra deve essere una spina nel fianco per ricordare che anche la città deve diventare bella.
    Ricominciare a costruire il bello per ricostruire il rapporto tempio-piazza.

    Concludo con una citazione da Emily Dickinson da intendere come invito a ritrovare la spiritualità.
    All’essere votati a ritrovare la spiritualità.
    A risolvere l’enigma la cui risposta ce la dà la sorella della fede che è l’arte.
    Per spiegare l’invisibile.
    Ciò che non è ovvio.
    Spiegare il mistero.

    Questo Mondo non è Conclusione.
    Un seguito sta al di là
    Invisibile, come la Musica
    Ma concreto, come il Suono
    Accenna, e sfugge
    La filosofia, non lo conosce
    E attraverso un Enigma, alla fine
    La sagacia, deve procedere
    Risolverlo, confonde gli studiosi
    Per ottenerlo, gli Uomini hanno sopportato
    Il disprezzo di Generazioni
    E la Crocifissione, esibito
    La fede scivola – e ride, e si ricompone
    Arrossisce, se qualcuno la vede
    Si aggrappa a un filo di Evidenza
    E chiede alla Banderuola, la direzione
    Un gran Gesticolare, dal Pulpito
    Forti Alleluia si accavallano
    I narcotici non possono calmare il Dente
    Che rode l’anima.

  7. salvatore digennaro ha detto:

    Innanzitutto ringrazio Giancarlo Galassi per aver condiviso questa esperienza con chi, come me, non ha avuto il piacere di assistere all’evento.
    Queste Parole sono ossigeno per la nostra mente, continuamente intossicata da impulsi subculturali, è come guardare una bella prospettiva disegnata manualmente rispetto alla miriade di render che bombardano quotidianamente i nostri occhi e la nostra mente.

  8. emanuele arteniesi ha detto:

    Io pronuncio sempre meno volentieri questa parola infondata: Architettura.
    Ma vedo che si tentano rifondazioni
    Padronati
    Bisognerà trovare un appoggio adeguato
    Tanti auguri
    e attenti alle code di sorcio…

    Nietzsche lo vorrebbero a casa… invece la differenza l’ha fatta Altrove

    Questa non è una casa… Sì. Dovrebbe. Credo.
    Non sono un fazendeiro, sono uno che ci abita…
    Eh, manco questo sono. Io? Dappertutto.

    professore il cattivo odore del vicinato
    lo so è logorante… ma più che mettere una buona parola… cambi aria!

  9. ctonia ha detto:

    Grazie Giancarlo, oggi l’unica a parlare di spazio è la chiesa. L’intendenza seguirà…
    ciao
    c

Scrivi una risposta a emanuele arteniesi Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.