Quello che avrei voluto sentirmi raccontare all’Università
“Negli anni cinquanta entrai finalmente alla Facoltà di Architettura di Roma dove sostenni subito esami di analisi, calcolo, mineralogia, descrittiva, scienza e chimica, con docenti preparati, testi di studio e buoni risultati. Ma la mia aspirazione era arrivare agli esami compositivi: al secondo anno, il primo tema di architettura da svolgere riguardava “la casa del pescatore”; io attendevo le lezioni preparatorie.
Gli assistenti ci dissero di andare in biblioteca a sfogliare le riviste dove trovammo pubblicate le ville di Wright, di Le Corbusier, dei grandi dell’architettura moderna, che poco si erano occupati di architettura minore; ci concentrammo sul termine ‘pescatore’ e così producemmo tante casette, una diversa dall’altra con all’esterno il mare; quelli di noi che avevano letto di più e conoscevano l’architettura, fecero dei progetti tipo Alvar Aalto e andarono bene; io mi ricordo che portavo alle revisioni il mio lavoro, l’assistente lo guardava in silenzio e diceva: “tiri un po’ più su la finestra e la faccia più grande; ha presente quelle di Terragni?” Riuscii a passare l’esame solo per la mia capacità di disegno. Al terzo anno il professor Marino fece fare una proposta di ricostruzione di un palazzo a Roma, in Via del Tritone ; lì esplosero, solo per gli studenti più preparati (tre), le brillanti idee affermate dal neoliberty torinese.
Finalmente giunsi al quarto anno e cominciò il corso di Architettura degli Interni e Arredamento: mi aspettavo moltissimo; anche quella volta entrò un elegante signore: ci disse che il tema dell’anno era l’arredo della propria camera da letto e la riproposizione più moderna dell’atrio di un cinema molto noto. Poi si volse ai presenti e disse: “questi sono i miei assistenti, faranno i gruppi per lettera”. Rividi il Professore all’esame; anche allora i migliori presentarono soluzioni (alla moda del momento) razionaliste e neo liberty riprese da “Casabella” e chi come me aspettava delle direttive teoriche dovette rinunciare e sollecitare la propria fantasia attingendo agli spunti che si potevano trarre in biblioteca.
All’ultimo anno ci furono le lezioni teoriche di architettura del Professore Muratori, ma il suo argomentare sorretto dalla filosofia era poco capito da gran parte degli studenti, che peraltro sostenevano il suo esame senza capirne molto.
Questa è stata la mia facoltà di Architettura. Non ricordo che mi abbiano parlato della formazione della casa e della sua storia e le poche notizie sugli arredi partivano dal Bauhaus o talvolta dalle sedie Thonet esibite come primo modello industriale dell’elemento sedia.
Ci sono molte parziali storie specialistiche: la casa primitiva dell’Abruzzo, i trulli della Puglia e moltissime altre; ci sono bellissime storie dell’arredo quasi sempre riferite agli arredi dei palazzi e delle regge; questi studi non hanno un legame continuo nel tempo.
Inoltre il rapporto tra le abitazioni di base e quelle del potere è poco approfondito; questo è il tema che affrontiamo in questa ricerca; siamo consapevoli della vastità dell’argomento; il risultato potrà avere delle lacune ma è affidato agli studenti e ai futuri ricercatori il compito di ampliare e approfondire il lavoro.
Adelaide Regazzoni Caniggia
Novembre 2010
Sul numero 27, fresco di stampa, di “Abitare La Terra”, la rivista diretta da Paolo Portoghesi, compare un testo volutamente semplice e divulgativo: «Le Case Insieme» di Adelaide Regazzoni Caniggia e Giancarlo Galassi. Il brano che precede è pubblicato in appendice.




