LULIVODELLAPACE …

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7 Responses to LULIVODELLAPACE …

  1. giancarlo galassi ha detto:

    Certo che l’aria in questo blog (o blag che sia) non potrà essere che diversa dopo quanto successo. Per ricordarmi di una satira che desse tanto fastidio occorre tornare ai gloriosi tempi de Il Male o dai più tristi di Forattini-D’Alema.

    Può passare questa cosa in silenzio? con le occhiaie vuote di quelle finestre nere? con le tante reply e flame dei giorni addietro cancellati? nell’ansia che può dare le responsabilità che ha (o che si danno a) Archiwatch e alle piccole isterie dei suoi utenti? …che raramente hanno segnato il punto come per il parcheggio del Pincio o nel pungolare tra i primi sugli sprechi spropositati in nome della «cultura», con la grinta e con un’ironia un po’ da Blues Brothers: “Siamo in missione per conto di Dio!”.

    In questo silenzio assordante e nello specifico di quanto accaduto, visto che reply da parte dell’interessato forse non ci saranno magari reputandoli una trappola, mi prendo con convinzione e immodestamente l’incarico di difensore d’ufficio trascrivendo un vecchio, e oggi quasi commovente, brano di Pier Paolo Pasolini consigliando ovviamente di restare avvertiti della distanza temporale e culturale tra i nostri e i protagonisti di allora.

    “Quanto a me, io patisco nel mondo che lei evidentemente considera libero ciò che di peggio può patire uno scrittore. La mistificazione della mia opera: una mistificazione totale, completa, irrimediabile. Una vera e propria operazione industriale. Tutto quanto io dico e scrivo subisce, attraverso l’interpretazione calcolata della stampa «libera», una metamorfosi implacabile: discredito, denigrazione e diffamazione, che, un po’ alla volta, finiscono di essere dei puri e semplici strumenti teppistici, e diventano una realtà, che trasforma sociologicamente il mio stile. Lei sa che il testo non vive nella solitudine di un’anima, ma vive di una cerchia sociale. Esiste in quanto ha in sé le possibilità di un rapporto con la comunità. Ora, se questa comunità – attraverso un’apposita operazione di chi ha il potere e i mezzi di diffusione ideologica – «comprende» il testo di uno scrittore in modo diverso da quello che esso è. Accade pian piano una cosa ineluttabile: che il testo – almeno per la durata della generazione – costituisce la cerchia sociale di esso, diventa realmente qualcosa di diverso da quello che esso è.
    Mi rendo conto proprio in questi mesi di quanto grande sia la mia tragedia di scrittore nel mondo che lei dice libero e democratico. I miei romanzi e le mie poesie perdono a vista d’occhio il loro «significato», per aggiunte e falsificazioni continue, diuturne, dilaganti: per un’interpretazione denigratoria portata a un grado di intensità e di ferocia mai viste. I miei testi deperiscono effettivamente, i significati delle mie parole hanno una reale depressione espressiva fino a essere quella che la gente (intesa come massa guidata dal potere industriale e dal susseguente conformismo sociale) vuole che siano.
    Piano piano anche ad alto livello questa mistificazione acquista peso e quasi ragion d’essere. Ormai anche i critici attendibili e altamente qualificati non possono non tener conto dell’aggiunta di significato data ai miei testi dalla denigrazione borghese, cioè dalla mia cerchia sociologica, cioè dalla mia nazione. E il loro giudizio comincia a essere meno libero e sicuro.”

    Pier Paolo Pasolini, “L’epoca dell’alienazione”, in “Vie Nuove” n.19, 10 maggio 1962 ora in PPP, “I dialoghi”, Roma, Editori Riuniti 1992, pp.255-256.

    Ma forse non è il caso parlarne.
    Se è così: passo e chiudo.

    • franco ha detto:

      Egr. Galassi, Le faccio i complimenti per quanto ha scritto, in particolare per la citazione di Pasolini.
      Le chiedo di non chiuderla qui, anzi di spigarmi meglio cosa sia accaduto in merito ai fatti di censura? Circa la finestre nere, ho intuito la censura, ma non mi sono chiari gli interventi censurati (mi pare di aver capito i post su Eurosky?); pur seguendo il blog, e intevenendo talvolta, le chiedevo delucidazioni….sicuramente mi sono perso una parte…
      Grazie
      Franco di monaco

  2. Outsider ha detto:

    Sperando che non mi venga rimosso anche questo commento, vorrei solo fare i complimenti a Galassi che riesce sempre a dire la cosa giusta al momento giusto e soprattutto nel modo giusto. Parole spontanee e citazioni azzeccate senza tracce di rancori, pseudo-ideologie e cieche prese di parte.
    …e qui chiudo.
    Saluti

  3. sergio43 ha detto:

    Strano! Non conoscevo un Pasolini così lamentevole. Avendo letto non so più quanti suoi libri, avendo visto tutti i suoi film, mi ricordavo e mi immaginavo un intellettuale coraggioso oltre ogni limite, uno che non aveva cura di che cosa potesse pensare la gente dei suoi scritti e dei suoi atti. Ho sempre pensato che uno scrittore, specialmente quando é grande, scrive per sua insopprimibile necessità e capacità. Quello che un intellettuale vero compie é un urlo al mondo e tanto basta. Questo é il suo eroismo. Che cosa può importare poi che ci sia chi l’intende, chi lo disattende, chi lo manipola, chi lo sfrutta, chi si tappa ochhi, orecchie e bocca. L’intellettuale in un mondo libero ha la felicità di farsi sentire e chi ascolta ha la libertà di comportarsi come crede. Altrimenti si torna al pensiero unico!

  4. giancarlo galassi ha detto:

    Disclaimer: messaggio ad alto rischio di non approvazione! si può leggere questo post solo se si è raggiunta l’età della ragione nella giurisdizione in cui si risiede e se si hanno a portata di mano materiali idonei atti allo scongiuro. Se non si soddisfano questi requisiti, non hai il permesso di leggere questa reply.

    Riassunto per Di Monaco: in Italia, come se invano fossero passati trentacinque anni di Dylan Dog e si fosse sempre in un film di Totò dove ahinoi non si ride (fine delle citazioni colte), tutto si può evocare in architettura tranne il «colombarium» con il suo viscoso strascico di jella appresso.

    Nota per Sergio43: non volermene, ma non ho capito (è ironico! sto scherzando! – e sto anche scherzando sullo scherzo – meglio precisare… ed è una precisazione che vale anche per chi non si può nominare …) come possa PPP, proprio PPP!!! essere letteralmente esorcizzato con un’idea così romantica e bohemienne dell’artista riconducendolo a uno stereotipo che costituisce in sé una contraddittoria petizione di principio. Ti rimando volentieri al testo che ho citato che tengo caro per qualità umane e come manuale di educazione civica e dialettica.

    • franco ha detto:

      Grazie Galassi per l’integrazione “Jellatica”.
      Ricordo molto bene gli articoli censurati….
      Si figuri se in architettura non si può evocare il “colombarium”; io penso che una delle più importanti opere (di architettura, si badi bene) del dopoguerra sia il colbarium rossiano. Altro che se non se ne può parlare: W i colombari! Sottilissima la demarcazione e la differenza architettonica tra “città dei morti” e “città dei vivi”.
      Saluti
      FdM

  5. sergio43 ha detto:

    Mah, Giancarlo! Sarà che io ero poco più di un ragazzo quando Pier Paolo Pasolini entrò nelle nostre letture, sarà che qualcuno di quei “ragazzi” un pò maudit che stavano crescendo nel primo dopoguerra, l’ho incontrato giocando a pallone nei campetti di pozzolana ricavati tra i “montarozzi” appena fuori Sangiovanni, ben prima che PPP li raccontasse, sarà che a me, ragazzo ben educato in una famiglia con madre cattolica e padre comunista, quegli strani ragazzi mi apparissero, nella loro libertà di comportamenti, come figure romantiche nelle loro ribellioni. Allo stesso modo, romantico e bohemienne, come tu dici, mi immaginai lo scrittore che li aveva raccontatii. Vidi il suo viso per la prima volta nella piccola parte de “il monco” ne “Il Gobbo” di Lizzani. Il suo viso scavato e proletario, simile ai visi scavati degli uomini che vedevo intorno, il viso paterno come quello dei piccoli artigiani, negozianti, impiegati del mio quartiere, diventò per me l’icona di chi lotta con coraggio senza chiedere nulla. Ho perso purtroppo un libro fotografico, con un bianco e nero romanticamente efficace, in cui Pasolini, vive e lavora in solitudine in un’antica torre, spersa nella campagna romana.
    Il primo e unico PPP “politico” che ricordo fu, stando io in mezzo a quegli eventi davanti la facoltà, lo scrittore non conformista che, scandalosamente, prese le difese dei ragazzi in divisa. Lo scandalo di allora é vivo ancora oggi se é appena uscito un film che ha ritenuto di dover contestare quella visione. Il Pier Paolo Pasolini politico che ammiro é quello dei suoi libri e delle sue poesie, non quello che si lamenta per le mistificazioni della macchina industrial-culturale. Stiamo freschi se un intellettuale, anche quello che non si può nominare, pretende di definire tutta la società come sua “cerchia sociale”. I testi di PPP vivono ancora se li vedo, con qualche orecchia nelle pagine, lì in libreria e la sua anima non é sola se ho convinto un amico cui é nato un maschietto a chiamarlo Pier Paolo. Diciamo che per me il testo che hai presntato é lo sfogo sincero di un operatore culturale che si lamenta dell’establishment di cui fa parte. Io dell’establishment non faccio parte e preferisco tenermi il Pasolini romantico. Anche Saverio Muratori, nel suo coraggio di lottare contro il conformismo senza chiedere null’altro che avere la possibilità di essere ascoltato da una sparuta minoranza, mi appare romantico mentre Bruno Zevi poteva avere il coraggio di andare fino in fondo invece di dimettersi.

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