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Pietro Barucci ‘estratto’ da:
Progetti e Opere dell’ Architetto Pietro Barucci
Volume quarto – I “dannati” Settanta e i grandi quartieri
Dal Tiburtino a Tor Bella Monaca: la storia dei tunnel (1971/1981), p.18-21.
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Ritrovandola trascritta nella sua opera omnia messa generosamente senza copyright in rete [“Che ciascuno dia secondo le proprie capacità, che a ciascuno sia dato secondo le sue necessità”], copio e incollo, suddividendola in paragrafi per favorirne lo scroll (anche i virgolettati sono miei), questa memorabile lezione di Barucci tenuta il 31 marzo 2006 al corso di Purini che più volte in altri post mi è accaduto di ricordare. A prefazione testimonio solo del senso di scoramento che passa dall’autore di questo testo al lettore.
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Prima della batosta subita dalle grandi promesse ideologiche (che siano comuniste o cristiano-sociali) progettare era cercare di mettere a disposizione una città ATTUALE e non soltanto teleologicamente sperata alla fine dei tempi in cui soltanto un’«intelligenza» laica e democratica fosse GIA’ da considerare il patrimonio base, comune e condiviso, e quindi la guida dell’operato delle persone (politici e residenti); l’unico «dato» vero (grandioso ma umanamente in scala) che l’architetto doveva considerare come riferimento per il proprio lavoro insieme a quello «economico» della realizzabilità di un’intera città per decine di migliaia di abitanti come il Laurentino o Corviale; non certo un’individualistica e sconsiderata gestualità in nome di “confusioni sublimi” oppure vaghi “sentimenti”, del singolo o di tutti, che potendo essere sia alti (carità fiducia familiarità) che bassi (opportunismo egoismo nostalgia) sono totalmente, e giustamente, incontrollabili da un progettista.
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Vorrei ringraziare PB per l’incitamento alla «resistenza» che a me comunque deriva da questa lezione di disfatta, una resistenza da aggiornare sulla consapevolezza delle sue esperienze di progettista e che può riscattare ancora il lavoro dell’architetto e salvaguardarlo dalle consolazioni dall’oppio dei popoli dei nostri tempi: la religione dell’Arte per l’Arte non importa se a firma di Zaha Hadid o di Leon Krier.
[gg]
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[Testo dell’intervento]
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«PREMESSA»
Arnoldo Foà, attore da me prediletto, invitato a non so quale festival, disse: “se avete
invitato me è segno che vi siete ridotti proprio male!”
Faccio mia la battuta; con tanti giovani leoni presenti su piazza, avreste potuto invitare Piano, Fuksas o una delle vedettes internazionali come Meier, la Hadid che, se invitati, verrebbero di corsa. Ma poi ho riflettuto che tutti questi tanto giovani non sono, e che in fin dei conti della costruzione della città ne sanno poco, se non per sentito dire. Hanno fatto solo bellissimi progetti elitari, complementari, come chiese, auditorium, musei, centri congressi, ma mai hanno fatto i conti con la costruzione della città, mestiere spinoso e ingrato che da anni è stato accantonato dalla cultura, dalla critica e dal potere.
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Alle attenzioni per il centro storico e al rifiuto delle atroci periferie è subentrato un cauto quanto dilatorio programma di risanamento dei quartieri più malandati, peraltro lesinando sulle risorse, ma di progetti importanti per il futuro, che affrontino alla radice il problema dei modelli di sviluppo, di
come comportarsi nel costruire la città di domani senza pensare solo alle riviste patinate, non v’è traccia. Per cui ho pensato che forse avrei qualcosa da dire sulle mie esperienze e che questa convocazione può avere un senso. Ma ho trovato altri motivi per dubitare della opportunità della
convocazione, di cui comunque sono molto grato a Franco Purini.
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La giunta Veltroni, in piena campagna elettorale per le amministrative di maggio, annuncia con qualche vanteria la imminente demolizione di alcuni “edifici ponte”al Quartiere Laurentino. E
propone uno sbalorditivo, ulteriore passo: costruire, a demolizioni avvenute, una analoga cubatura destinata a servizi, non troppo dissimili da quelli per cui i ponti erano stati concepiti.
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Questo incredibile intervento, dopo una lunga serie di affossamenti e inadempienze, è l’ultimo sfregio riservato dal Comune di Roma al Quartiere Laurentino, di cui sono considerato per molti
versi il maggior responsabile. Tutto ciò suona come un definitivo, pubblico atto di condanna del mio operato che non mi consente di scrollare le spalle e di far finta di niente.
Pertanto avevo deciso di ringraziare Purini per l’invito e di rinunciare a questa convocazione. Come avrei potuto riaprire il discorso sul Laurentino, già aspramente criticato e oggi stroncato da questa esplicita condanna?
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Avrei potuto accettare il discorso evitando di parlare dei miei progetti “sensibili”, che però sono i più importanti e quindi non evitabili. Insomma, avevo deciso di non venire. Ma poi ho riflettuto meglio e ho pensato ai giovani, a quei giovani che in varie circostanze, anche recenti, mi hanno
dimostrato interessamento e apprezzamento, al loro desiderio di conoscere, di giudicare sulla base di testimonianze autentiche, vissute, come può essere la mia.
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«DANNATI SETTANTA: CORVIALE LAURENTINO VIGNE NUOVE»
E allora, eccomi qua, ho deciso di venire e di rivolgermi soprattutto a voi, giovani studenti. E di parlare soprattutto del Laurentino, perché dopo i “dannati” anni Settanta, dopo il grandioso programma dell’IACP che produsse Corviale, Laurentino e Vigne Nuove, con tutto il loro carico di
sperimentalità, di innovazione, di richiami e di aperture verso la cultura europea e internazionale, poco altro è accaduto e comunque niente di confrontabile con quella esperienza così speciale. Le esperienze successive, dalla 513 alla 94, dal Secondo PEEP a Tor Bella Monaca, non hanno potuto
evitare di riferirsi a quei tre interventi: per superarli, per negarli, per disprezzarli, per quello che volete, ma sono sempre stati presenti nel dibattito sulla città.
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I tre interventi sono assai dissimili l’uno dall’altro, ma un aspetto accomuna Corviale e Vigne Nuove. In entrambi i casi il progetto urbanistico coincide con il progetto di architettura, anzi è un progetto di architettura, fra l’altro è un ottimo progetto, cosa che scavalca e aggira quasi per intero le difficoltà e i guasti del coordinamento operativo. Per sua natura, per lontane convenzioni,
un progetto di architettura in sede esecutiva è assai più rispettato di un progetto urbanistico, che invece è considerato un canovaccio emendabile a ogni piè sospinto, preda di tutte le molteplici competenze che partecipano alla realizzazione del quartiere e che inevitabilmente si trasformano in spinte corporative e settoriali, in rivalità di potere, in contrasti fra corpi separati della pubblica amministrazione,in comportamenti eversivi più o meno giustificati, in varianti peggiorative e funeste. Aspetti che un buon coordinamento operativo dovrebbe evitare e che invece finisce per subire, a causa del nostro storico italico DNA. Come è accaduto al Laurentino.
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«SUPERARE IL QUARTIERE DORMITORIO»
Dal punto di vista della riuscita dei tre quartieri come superamento dei quartieri dormitorio, malgrado le buone intenzioni, il bilancio è negativo per tutti e tre . Per la prima volta nella storia dell’edilizia pubblica italiana, aveva avuto luogo simultaneamente la programmazione, il finanziamento, la progettazione, la costruzione degli alloggi e dei servizi primari.
Circostanza inedita o meglio inaudita, di enorme impatto progettuale nonché gestionale e sociale.
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Ma è stato un fallimento totale, per il semplice motivo che è scoppiata l’opposizione fra il Comune e l’ IACP, nessuno dei quali ha voluto farsi carico della gestione dei locali costruiti e di organizzare
i servizi, addebitando all’ altro le mansioni e gli oneri relativi. Molte decine di migliaia di metri cubi realizzati con destinazione a servizi primari sono così stati lasciati in abbandono, poi depredati o vandalizzati, infine occupati abusivamente dalle più svariate componenti sociali. Non un metro cubo è stato utilizzato in modo proprio, e in più occasioni il Comune, con olimpico distacco, ha fatto presente che le strutture adibite a servizi erano di difficile gestione, mal concepite e sovradimensionate.
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Con mia grande meraviglia, nessuno si è scandalizzato di questo; gli ambientalisti, i garantisti, gli innumerevoli interessati alla questione, alcuni anche qualificati, hanno condannato tutto quello che c’era da condannare a proposito di questi tre quartieri, ma nessuno ha veramente alzato la voce su
questo scandalo di proporzioni apocalittiche. Aprendo le braccia si minimizzava, dicendo che era il solito contrattempo della macchina burocratica. Secondo me era un reato da codice penale; in un paese “normale” se ne sarebbe occupata la magistratura.
Per cui, senza gli agognati servizi, i tre quartieri hanno sopperito con l’architettura, una architettura insolita, urticante, lontanissima dalle attese della gente.
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«CORVIALE»
Corviale è il più importante, e il più bello; in fondo non eversivo se non nelle dimensioni. Per assurdo, se tagliato a pezzi e distribuiti i pezzi nel territorio, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Ma il bello è proprio la sua dimensione, maestosa e irripetibile. Realizzabile solo in un grande intervento pubblico.
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Non è stato ultimato, i lavori furono interrotti, ma proprio per effetto delle cause di cui parlavo prima, il costruito non ha subito varianti peggiorative o degradanti; è stato occupato selvaggiamente nelle parti destinate a servizi, ma resta suscettibile dei lavori di ultimazione e di una campagna di riqualificazione che difatti è stata avviata, con sicuro successo.
L’utenza dapprima ha protestato, poi ha accettato l’edificio megalitico a cui si è anzi affezionata, anche apprezzando i caratteri degli alloggi che sono sì monoaffaccio, ma proprio a causa di ciò sono dotati di lunghi corridoi e ampi spazi di disimpegno che, contrariamente agli alloggi compatti e essenziali poi raccomandati dalla mano pubblica, offrono condizioni di fruizione che ricordano un antico modo di abitare.
I soloni che hanno condannato Corviale restano perciò con un palmo di naso.
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«VIGNE NUOVE»
Vigne Nuove è il più normale. Molto interessante e innovativa, la griglia dei servizi al piede dei corpi di fabbrica; corpi che si articolano in mirabili scatti, di segno sicuro e felice.
Ma, poiché i servizi non sono stati allestiti, nessuno si è accorto di questa “griglia” innovativa. Tutti questi locali vuoti al piano terra sono stati considerati come una comune e trascurabile defaillance gestionale.
La storia della genesi di questi tre quartieri è complessa e articolata in varie fasi, e assai diversa per ognuno dei tre.
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«LAURENTINO»
Il Laurentino è il più grande, un grande quartiere di 30.000 abitanti che nella mia mente avrebbe dovuto avere la stessa sorte degli altri due, ovvero essere unificato in un grande progetto di architettura, senza le sbavature, le infrazioni eversive che poi ha subito per effetto del cosiddetto coordinamento.
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Come una siedlungen di Bruno Taut, ma i riferimenti principali erano il Piano Pampus di Bakema e Van den Broek ad Amsterdam per le Unità residenziali ripetute, e la new town di Cumbernauld in Scozia, per il centro lineare pedonale e flessibile, costruito a ponte sull’autostrada fra Glasgow e Edimburgo.
Ma era con evidenza un sogno irrealizzabile. Nelle undici insulae dell’IACP l’effetto progetto di architettura ha quasi funzionato, ma nel resto del quartiere il coordinamento operativo ha prodotto i suoi esiti devastanti.
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Voglio qui riassumere per punti la storia del Laurentino, dalla genesi ai giorni nostri.
La storia si divide in tre fasi, separate da due eventi traumatici, di una portata che eccedeva la capacità di controllo o di intervento del progettista.
Le tre fasi, peraltro tipiche, riguardano progressivamente la progettazione, i cantieri, l’uso del quartiere.
La progettazione urbanistica si svolse in una atmosfera idilliaca fra l’Istituto, il Comune e il mio gruppo di lavoro.
La XVI Ripartizione Comunale per l’Edilizia Economica e Popolare era di fatto guidata dal direttore tecnico, l’ironico architetto Marcello Girelli, formatosi a Londra nei quadri del London County Council.
L’IACP era di fatto guidato dal direttore tecnico, l’ infaticabile ingegnere Luigi Petrangeli, sostenuto dal roccioso presidente Edmondo Cossu, socialista di stampo turatiano.
Il gruppo di progettazione urbanistica, da me diretto, era composto da altri
quattro colleghi di chiara fama: Camillo Nucci, Alessandro De Rossi, Luciano Giovannini, Americo Sostegni.
La mia nomina era stata voluta congiuntamente da Girelli e Petrangeli. Fra i due esisteva un ottimo rapporto, fattivo e di reciproca stima; erano i due deus ex machina della situazione e i nostri unici interlocutori.
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Il progetto prese lentamente forma, passando attraverso ben quattro successivi esami della Commissione Urbanistica presieduta dalla Muu Cautela, democristiana, inflessibile Assessore all’Urbanistica.
Girelli, sostenitore dell’idea degli edifici ponte, volle che il progetto edilizio del ponte tipo fosse parte del progetto urbanistico per obbligare tutti i futuri operatori a realizzarlo senza varianti nelle singole insulae.
Poi il gruppo si allargò per la progettazione edilizia degli interventi IACP raggiungendo le 34 unità, in osservanza delle norme Gescal. Ci suddividemmo in sottogruppi, dotati di una certa autonomia, e a me toccò la supervisione generale. L’esito delle progettazioni edilizie fu accettabile, e nel 1975 vennero aggiudicati gli appalti dei primi lotti.
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«LA DEMOLIZIONE DEL PROGETTO»
I cantieri procedettero senza problemi, fino al verificarsi del primo evento traumatico di cui ho detto, ovvero il fermo dei lavori imposto per la scoperta di importanti reperti archeologici, di cui la Soprintendenza competente, al rilascio della formale autorizzazione a costruire, ignorava l’esistenza.
Ne nacque una rovente polemica, in cui intervennero i maggiori esponenti della cultura e la questione fu rimessa nelle mani del Sindaco Argan che però se ne lavò le mani e svogliatamente ordinò ai contendenti di raggiungere a qualunque costo un compromesso.
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Il Sovrintendente La Regina, Petrangeli e Girelli stilarono un faticoso compromesso, che segnò l’avvio del degrado, decidendo alcune varianti urbanistiche inevitabili ma devastanti,che comportarono l’istituzione di un’area inaccessibile, protetta con vincolo archeologico, lo spostamento o l’amputazione di alcune insulae, la soppressione di alcune attrezzature di quartiere, lo spostamento di un plesso scolastico nel parco pubblico, al posto del lago previsto in progetto. Il quartiere cambiava aspetto. Le mie proteste furono giudicate un atto incolto; dissero che avrei dovuto gioire e prodigarmi per assimilare l’area archeologica, trascurando i contratti in corso, i cantieri aperti, le grandi attrezzature installate, le centinaia di operai assunti, le regolari autorizzazioni a costruire.
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Allora pensai, e penso tuttora, che non fosse possibile arrestare il gigantesco meccanismo, frutto di una lunga elaborazione, con un gesto estemporaneo ed estroso quale quello che mi si richiedeva e che non avrei avuto neppure l’autorità di compiere. Da allora sparì il clima idilliaco, nacque la diffidenza fra le amministrazioni, iniziarono le critiche al progetto e ai suoi responsabili, ogni variante sembrò lecita.
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Renato Nicolini, giovane Assessore non ancora in odore di estate romana, scrisse su un importante quotidiano che il carattere insolito dei nuovi interventi IACP e in particolare del Laurentino era insopportabile. La Quinta Ripartizione comunale preposta alle opere di urbanizzazione avviò
una opposizione sistematica al progetto del Laurentino dissentendo su tutto, introducendo pesanti varianti al sistema viario e procrastinando i lavori.
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Nelle altre zone del quartiere si svolgeva l’azione delle centrali Cooperative, poco propense a rispettare il nostro piano urbanistico, di certo più adatto a un’edilizia sovvenzionata.
Girelli purtroppo scomparve prematuramente, ma ebbe tempo per subire forti pressioni politiche intese a conferire importanti assegnazioni di cubature a varie Cooperative, per assecondare le quali fu costretto a disattendere il nostro progetto planivolumetrico autorizzando interventi frazionati e incoerenti, rispondenti a una logica del tutto estranea ai criteri da noi seguiti nella progettazione urbanistica.
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«UNA GENERAZIONE COMPROMESSA»
Il secondo trauma di cui parlavo avvenne nel 1979, quando i comparti IACP e soprattutto le urbanizzazioni relative erano stati finalmente terminati.
L’Assessore Bencini e il Vice Sindaco Benzoni, malgrado la ferma opposizione dell’IACP, decisero di trasferire al Laurentino, quale primo gruppo di utenza, un centinaio di famiglie di indesiderabili che da tempo occupavano abusivamente l’Hotel Continental di fronte alla Staziome Termini, da costoro trasformato in un centro di malavita e divenuto una piaga per la decenza e la sicurezza pubblica. Petrangeli scrisse in un rapporto ufficiale che il forzoso trasferimento significava …“ compromettere per almeno l’arco di una intera generazione il futuro del quartiere”.
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Quella decisione sciagurata segnò l’apertura di rapporti conflittuali fra l’IACP e il Comune, che rifiutò di ricevere la consegna di tutte le attrezzature di servizio realizzate dall’IACP, in particolare
degli edifici ponte, delle scuole materne e degli asili nido. Questi ultimi, realizzati nel verde residenziale a ridosso delle abitazioni, erano già stati forniti degli arredi e delle sistemazioni a verde ma, a causa di questo rifiuto, vennero in breve tempo vandalizzati e distrutti. A molti degli undici
edifici ponte realizzati toccò una sorte analoga, con l’eccezione del primo ponte vicino alla Laurentina che divenne sede degli uffici Circoscrizionali.
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Nel frattempo in questa situazione in larga misura fuori controllo, erano completate le procedure di assegnazione degli alloggi e il quartiere doveva affrontare un lungo periodo di precarietà e di disordini, segnato da occupazioni abusive, da furti e aggressioni, da violenze esercitate dagli occupanti irregolari nei confronti degli utenti legittimi. In questa cornice l’utenza, abbandonata a se stessa, manifestò risentimento per la situazione in generale, ma anche per l’architettura del quartiere, così lontana dalle attese della gente.
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I garantisti, la stampa che conta, i rappresentanti della cultura, la critica, gli studiosi, gli architetti sedotti dal post-modern, l’opinione pubblica, perfino i commentatori conformisti come Maurizio Costanzo, non tardarono a prendere posizione sulla vicenda e il progetto, assieme ai suoi autori subito identificati nel sottoscritto, furono posti sistematicamente sotto accusa. Da allora, una coltre di discredito è calata sul Laurentino e su chi lo ha progettato; la situazione è poi in parte migliorata, per merito della Circoscrizione, ora diventata Municipio , insediatasi nel quartiere, ma anche per
merito di iniziative dovute al volontarismo di alcuni giovani, ad alcune associazioni che si sono formate per dibattere i problemi sociali, le quali talvolta sostengono le qualità del quartiere, ma le pubbliche amministrazioni centrali interessate si sono occupate d’altro, considerando il Laurentino una grana di cui, se possibile, liberarsi.
[Pietro Barucci]
Caro Galassi apprezzo sempre i suoi interventi, ma questo mettere sullo stesso piano Hadid e Krier, più che ingeneroso e polemico, significa fare di ogni erba un fascio e non saper distinguere tra fatti diversi, anche se non graditi e apprezzati.
In tempo di guerra si chiamerebbe “intelligenza col nemico”. Oppure mi ricorda, se preferisce, “nè con lo stato nè con le BR”.
Lei è naturalmente libero di stare per conto suo ed è chiaro che non c’è nessun obbligo di scegliere tra Hadid e Krier, e ci mancherebbe altro, ma credo che questo atteggiamento favorisca il mantenimento dello status quo, che anche a lei non può piacere affatto.
Lo splendido isolamento dei muratoriani o, se preferisce, dei caniggiani, persone di grande cultura e sensibilità, mi fa venire in mente il monachesimo, grazie al quale ci è stata tramandata una buona parte della cultura antica: utilissimo per un lontano futuro che tutti ci auguriamo migliore, basta però non pretendere anche di entrare nella cronaca, perché i risultati sarebbero, come sono, assolutamente negativi, perché la divisione non giova a nessuno.
Cordiali saluti
Pietro