Piacentini napoletano …

Da Pasquale Cerullo in risposta a Isabella Guarini: …

“Piacentini perseguiva l’eleganza e l’ordine, secondo una sensibilità egoistica costruita con un rigore accademico e metodo didattico; per questo aveva delle difficoltà nell’accettare che le preesistenze guidassero o deviassero i suoi progetti, architettonici e urbani; non scopriamo l’acqua calda. Il rispetto per il passato era idealizzato e monocorde, la ricerca di uno stile italiano universale, da riprendere come elementi, dettagli, forme, tessiture, volumi ma sempre nella singolarità dell’opera, senza cura per l’intorno, per l’ambiente urbano storico. Consapevole di questa tipicità italiana, già la coglie nella produzione nazionale: “Tra i romani predomina come è naturale, il senso ampio e solenne: tra i milanesi un maggior riserbo (…) I primi si riallacciano, con forme liberissime, alle architetture antiche, traendo ispirazione perfino dai ruderi imperiali; e riannodandosi anche all’arte cinquecentesca (…) I secondi palesano la loro più diretta parentela con il classico della prima metà del secolo scorso (…) Rilievi moderati, cornici delicate, proporzioni slanciate. (…) È necessaria la ricerca di una maggiore essenzialità per giungere ad una architettura duratura” (Architettura d’oggi, 1930). Cioè un’architettura a imperitura memoria, senza tempo, ideale, dove non c’è spazio per le stratificazioni e le preesistenze lontane dalla “romanità”.
Isabella Guarini riscontra nell’ insula del Real Edificio di San Giacomo “una sostanziale differenza tra i due interventi demolitori: il primo ottocentesco conserva la continuità con la Galleria vetrata progettata da Stefano Gasse, mentre quello moderno di Marcello Piacentini nega la continuità mediante l’impenetrabile costruzione dell’edificio del Banco di Napoli …” . È una constatazione già dibattuta e fa parte di quell’ampio ventaglio di critiche con le quale si presero le distanze, da certa architettura e metodi di intervento urbani definiti genericamente fascisti. Massimo Nunziata scriveva in una pubblicazione del 1961, su Napoli: “Non si può fare a meno di rilevare, a proposito di questi e di altri edifici del periodo fascista, come fosse logica conseguenza dell’incultura architettonica, dovuta tra l’altro anche alla stupidità politica di autosufficienza, la totale mancanza di rispetto per l’ambiente preesistente. Gli architetti napoletani del neo-rinascimento, del neo-barocco e persino del liberty, che aveva per assunto di liberarsi dei vecchi modi costruttivi, (…), avevano sempre tenuto in gran conto, anche se in maniera quasi inconsapevole, le preesistenze storiche nelle quali inserivano i loro edifici; e ciò concorreva a creare quella atmosfera particolare della città, che è la sua più grande prerogativa, la sua poetica realtà”. Il Banco di Napoli con il suo arretramento su via Toledo legittimava un valore monumentale, quasi di supremazia, sull’intorno, “assolutamente estraneo all’ambiente (Nunziata)”. Inoltre, con quale criterio Piacentini avrebbe dovuto salvare l’ “insignificante” passetto del Gasse, se il Banco di Napoli era quasi una “pietra d’angolo” del “Nuovo Centro degli Affari” al Rione Carità (1933-37)? La bonifica della Corsea S. Giuseppe, un intero brano di città, il Quartiere San Giuseppe, sebbene fosse già in programma dal 1912, come una onda lunga del Risanamento, rispecchiava perfettamente il concetto di ordine nuovo tanto perseguito in ottica fascista; fu una devastante opera di demolizione, importanti memorie storiche ed ambienti antichi cancellati per sempre, con uno sfruttamento speculativo dei suoli che continuò nel Dopoguerra, con la stessa insensibilità.
A.L. Rossi, riporta a tale proposito un commento di Sartre (1936): “è l’inizio della fine di Napoli. Ai fascisti non occorreranno più di vent’anni per trasformarla in una città quadrata, con le strade che si intersecano dritte, con grandi palazzi puliti di dieci piani . È quello che l’ha resa ancora più commovente per noi, perché è qualcosa che non può sopravvivere. Se restasse a lungo com’è, ci penserebbero il colera e il tifo a distruggerla. Ma, in realtà, Mussolini la distruggerà molto più rapidamente del colera. Così, la città è stretta tra due pericoli, epidemie e fascismo. Siamo ben contenti di averla vista: forse al nostro prossimo viaggio non ne resterà quasi nulla, forse sarà una Milano in riva al mare”. Sappiamo come andò a finire, il fascismo non sopravvisse, ma qualcosa di simile fu ugualmente perpetrato in epoca laurina.”

P.C.

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