Rassegna di Architettura e Urbanistica. 130/131. Marcello …
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Che Marcello Piacentini fosse stato uno dei più grandi architetti del Novecento italiano erano in molti a crederlo, ma sicuramente in pochi lo abbiamo detto, per ora, con una certa chiarezza. Anzi, fino ad oggi, su quest’architetto romano gravava (e ormai da oltre mezzo secolo), una cappa di inquieto silenzio, una particolare e definitiva condanna all’oblio. Di lui si ricordavano, se mai, i trascorsi rapporti con il regime fascista prima, con il grande capitale vaticano, poi. “Piacentiniano” è stato nel dopoguerra un aggettivo diffuso, un epiteto inappellabile e perentorio, un vero e proprio insulto a connotare quanto di peggio fosse stato realizzato nell’aborrito ventennio e, di seguito attraverso l’epoca delle speculazioni, delle grandi immobiliari. Lo stesso “parlare di” Marcello Piacentini significava incorrere nelle scomuniche dell’accademia, della critica, della storiografia, dell’ideologia più a la page. E’ stata forse la concomitante caduta di altri muri, di altre omertà a far rinascere, finalmente, un interesse critico, storiografico e culturale per un personaggio centrale della prima metà di questo secolo, addirittura del più significativo, per certi versanti non marginali, della cultura, dell’architettura e della città italiane contemporanee. In questi ultimi tempi però la giovane critica si è soffermata sul personaggio ricostruendo con estrema meticolosa puntualità e abbondanza di documenti di prima mano la figura artistica e professionale del “personaggio” Piacentini e dando nuovamente voce, dopo tanti silenzi, a colui che tra i primi seppe dare significato e spessore europeo all’architettura italiana, da sempre, gravata da un provincialismo non epidermico; ne risulta quindi un architetto e un urbanista alle prese con i grandi temi della città italiana contemporanea e con le tendenze culturali più aggiornate, informatissimo su quanto accadeva nel resto del mondo e soprattutto capace di individuare con un intuito prefessionale eccezionale i canali e gli interlocutori, di volta in volta, necessari per dare corso concreto alla sua “idea di città”. Qualcuno potrà obiettare (forse neanche a torto), che le sue architetture non raggiunsero mai la finezza espressiva e la pienezza figurativa di quelle di un Terragni, di un Libera, di un Pollini, di un Ridolfi o di un Gardella, solo per fare qualche nome tra i più intriganti tra quanti in quei decenni eroici illustrarono la nostra edilizia migliore, ma è altrettanto vero che nessuno di quei grandi artisti ha saputo mai e con altrettale intuito “comprendere” e interpretare il nesso logico e funzionale, espressivo e “politico” che da sempre lega l’architettura alla città, ai modi concreti e materiali della sua stratificazione, ai momenti attraverso i quali un progetto diviene parte viva di un “processo” di costruzione e di sedimentazione, parte necessaria di un ciclo cui non possono rimanere estranei motivi simbolici, funzionali, e finanziari. Ci troviamo così di fronte ad una personalità di stazza europea che ha esercitato il suo magistero nella scuola e nella professione collaborando con amministrazioni pubbliche e gruppi finanziari, costruendo nelle grandi come nelle piccole città italiane una massa enorme di occasioni di architettura, di nodi e di luoghi urbani, conferendo per decenni forma e significato all’immagine stessa della “città italiana”. Dalla “sua” Roma, città nella quale ha realizzato alcuni dei suoi progetti più noti, quelli per la Banca d’Italia, l’INA, la FIAT e la BNL, l’albergo Ambasciatori, il Ministero delle Corporazioni, la Casa Madre dei Mutilati, la chiesa di Cristo Re, i numerosissimi villini e palazzine, i cinema Corso, Fiamma, Barberini, la Quirinetta, la Città Universitaria, l’EUR (l’ultimo “pezzo” di città degno di questo nome), a Milano, Torino, Bergamo, Brescia, Firenze, Trieste, Genova, Napoli, Messina, Bolzano, solo per citare qualche località dove ha lasciato tracce cospicue: strade, piazze, grattacieli, palazzi di giustizia, banche, monumenti celebrativi. Ma anche San Francisco, Parigi, Damasco, Gerusalemme, Rio de Janeiro, San Paolo del Brasile, hanno ospitato o conservano architetture di Marcello Piacentini. Tutte opere che sono la testimonianza di un modo assai preciso di intendere la città, la sua morfologia, la sua architettura e il suo valore di significativa permanenza edilizia e simbolica. Collocandosi nella grande tradizione dell’architettura moderna romana, evocando spesso i suoi mestri, dal Calderini al Koch, dal Pistrucci al Magni, dal Podesti al Sacconi, al padre Pio, Marcello Piacentini escogita nei suoi cinquant’anni di attività professionale una macchina progettuale di stupefacente attualità, di imprevista “modernità”. Non fu solo una modernità stilistica la sua, anche se ricorse ad un continuo aggiornamento figurativo e sintattico del proprio repertorio, ma si trattò soprattutto d’altro, della vera e propria “invenzione” di un meccanismo di produzione stupefacente, di una specie di “fordismo” progettuale che lo vide capace di coordinare, attraverso i suoi vari studi dislocati un po’ ovunque, “in parallelo”, decine e decine di progetti. In questa particolare dinamica progettuale Marcello Piacentini seppe poi circondarsi di partner e di collaboratori di prim’ordine, da Wenter-Marini a Limongelli, da Del Debbio a Samonà, da Piccinato a Guidi, da Minnucci a De Renzi, da Pascoletti a Fuselli, dai fratelli Rapisardi a Giorgio Calza-Bini, a Pier Luigi Nervi, i quali tutti portarono il loro contributo culturale e generazionale alla definizione di una grammatica e di un linguaggio, più volte rinnovati.
Si scopre così un Piacentini colto, raffinato, culturalmente aggiornatissimo che contrasta singolarmente con lo stereotipo diffuso e ci riporta alla realtà di una vita culturale romana intrecciata con le tendenze più attuali della vicenda europea, nell’architettura come nell’urbanistica, nella musica come nella pittura, nel teatro come nel cinema. In tale contesto Marcello Piacentini manovrò da maestro, diffidando delle mode più effimere, poco concedendo agli stilismi più manierati, sorridendo “dell’irragionevolezza” dei vari razionalismi internazionalisti. Nel far questo non tradì mai la modernità, diffidò, se mai, degli schematismi più avanguardistici, distaccandosi dalle avventure più sgangherate e rumorose, dai personaggi più fragili ed effimeri. La sua passione per i grandi architetti austriaci e tedeschi del novecento, da Bohm a Schwarz, da Muthesius a Bonatz, da Behrens a Fahrenkampf, da Poelzig a Hoger, da Kreis a Messel, da Tessenow a Loos, da Wagner a Hoffmann e la sua relativa indifferenza alla metafisica e meccanica razionalità di un Gropius, di certo Le Corbusier, dei costruttivisti russi, dei neoplastici olandesi, oltre alla dichiarazione di un’appartenenza culturale precisa svela poi, al di là di ogni dubbio, la chiara individuazione di valori e personalità di grande respiro e di lunga durata. Architettura, urbanistica, arti decorative sono così lo scenario di una ricerca durata cinquant’anni che imparenta Piacentini ad altri grandi del novecento italiano, Muzio e Ponti, soprattutto.
G.M.
P.S. ringrazio Cristiano Cossu per il suggerimento …




