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In un vecchio diario trovo scritte alcune mie osservazioni sul progetto di Teora, pubblicato nella rivista Lotus del tempo
31 gennaio 1983
“ Ho appena esaminato il progetto di ricostruzione dell’antica Teora, distrutta dal terremoto del 1980, progetto di A. R. e G.G. Nella planimetria i sette blocchi di edifici appaiono come una mano meccanica dalle sette dita graffianti il terreno in leggera pendenza. Mi chiedo dove sia finita la memoria degli antichi borghi appenninici, la memoria di un ambiente che i due progettisti mostrano di non aver mai conosciuto–conosciuto per vissuto-vissuto per amato. Nel progetto si coniugano due visioni: quella di G.G. , diciamo romana lombarda, e quella di A.R. , antico meridionale smemorato. Dopo il terremoto, una folla di esperti si è precipitata sui luoghi del disastro, tutti per prendere dopo, per aver dato prima qualche gesto di solidarietà. Questo scambio una volta si chiamava “baratto”, oggi viene definito “solidarietà” In cambio di qualche pezzo di pane offerto durante i giorni del lutto, circa 3000 morti, c’è la torta della ricostruzione che si consumerà in anni e anni, ma già vedo le sette fette di Teora dopo solo tre anni, aggiudicate ai due architetti. Manca la reazione poetica alla catastrofe e al timore degli abitanti di perdere l’identità. Per noi, abitanti dell’Appennino, la casa è il “tetto”. Ma i ricostruttori di Teora hanno dimenticato proprio il “tetto” sulle sette stecche di edifici, simili a un mano mostruosa dalle sette dita.”
che parole commoventi! quale lucidità analitica!!!
la celebrazione della logorrea poetica…