Paesaggi giapponesi …

TOKO SHINODA RELATIVITY

Emanuele Arteniesi, … reduce appena dall’altro lato di via Gramsci … dove accadono spesso cose misteriose, … magnifiche e … tanto lontane da noi …
ci invia queste sue impressioni …

“Caro professore, il lato opposto di Via Gramsci è spesso stato il migliore…
Prezioso l’Istituto Giapponese di Cultura che ha sempre avuto un ricchissimo programma.
Proprio in questi giorni ospita una bella mostra sull’artista Toko Shinoda dal titolo ” la linea e lo spazio” in cui sono esposti alcuni tra i più recenti lavori della pittrice insieme ad altri datati alla fine degli anni sessanta. Una maestria tecnica della gestualità pittorica risalente agli studi della calligrafia tradizionale. Studi che venivano messi in discussione fin dagli anni cinquanta con l’esperienza della pittrice a New York a stretto contatto con l’ambiente dell’action panting e del color field. Una sintesi tra le tradizioni giapponesi e le esperienze più attuali europee ed americane spesso a loro volta influenzate dal Giappone, quelle di Rothko, Hartung, Kline…Gli esiti di queste esperienze sono opere in cui il potente segno pittorico è radicato nella tecnica di preparazione degli inchiostri per le calligrafie e si manifesta con la freschezza che spesso brilla dai componimenti poetici Haiku. Ed infatti nel segno, spesso costruito su fondi argentati o dorati che riflettono la luce della sala, affiorano rimandi alla realtà sensibile, alla materia del legno per esempio.
Davvero superbo il lavoro dell’istituto. Un paio d’anni fa ospitava un’altra bella mostra questa volta dal titolo “L’estetica del sapore”. In questi tempi in cui sul lato affollato di Via Gramsci le semiotiche, i concetti e i proggetti sembrano spesso impazzire e in cui si arriva a presentare un progetto di tesi di un futur-fitness-center con la sabbia del giardino in riva al mare fissata con la colla… Sembra urgere nuovamente saldare il Fare e il Conoscere alla matericità se stiamo continuando a parlare di Architettura…
E allora voglio riportare l’introduzione a quella mostra, ” La tavola come paesaggio. Le dimensioni del gusto giapponese” di Fabio Parasecoli:

L’estetica del sapore: un titolo quanto mai appropriato per una mostra sugli oggetti della gastronomia giapponese. D’altra parte l’origine greca della parola “estetica” fa riferimento all’esperienza della percezione nella sua globalità, sensa limitazioni a un senso particolare. E proprio questa multidimensionalità sensoriale risulta essere forse la caratteristica più originale dell’arte culinaria nipponica, quanto meno nelle sue forme più tradizionali. Sapore, aromi, colori e forme, persino gli elementi tattili legati agli oggetti della tavola fanno del pasto in stile giapponese un’esperienza al tempo stesso profondamente corporea ma anche riflessiva ed emotiva. Certo, anche il Giappone, già esposto ad un processo di modernizzazione improvviso e rapido dalla seconda metà dell’Ottocento, è parte integrante dei processi di globalizzazione e, spesso, della conseguente spinta all’uniformità che caratterizzano questo principio di XXI secolo. (…)
In questo senso si può affermare che oggi, in Giappone, il gusto va inteso non solo come sapore ma soprattutto conoscenza e apprezzamento del sapore stesso e del mondo ad esso legato. I gusto, in quanto costruito culturalmente, si apprende. Lo dimostra il fatto che il modo stesso in cui categorizziamo i sapori, ad esempio, cambia da cultura a cultura. Ed il gusto è spesso utilizzato socialmente per testare il capitale culturale degli individui, la misura in cui sono in grado di comprendere, utilizzare, ed esteriorizzare riferimenti culturali ritenuti imprescindibili, impiegando allusioni, idee e simboli.
Nella tradizione culinaria giapponese, profondamente influenzata da principi di origine shintoista e buddhista ( in particolare Zen) e dalla diffusione ed adattamento di questi negli ambienti borghesi a partire dal XVII secolo, l’aspetto estetico dell’alimentazione è stato codificato così da prendere in considerazione l’interazione dei commensali e il loro linguaggio corporeo, la disposizione degli oggetti sulla tavola, gli ingredienti (che spesso riflettono tempo, stagione e altri elementi culturali), i loro tagli e cotture, e persino l’armonia con cui gli ingredienti stessi sono disposti in piatti e ciotole, che diventano oggetto di un vero e proprio studio, il moritsuke.
In questo contesto così complesso e stratificato i contenitori devono adattarsi al contenuto, non solo alla funzione che svolgono. Inoltre, per le modalità stesse di consumo delle pietanze, e come conseguenza delle loro preparazioni, modalità di taglio e consistenze, i giapponesi toccano e maneggiano molto di più gli oggetti della tavola, ad esempio prendendo in mano la ciotola del riso o portando verso la bocca certi recipienti, o scambiandosi la tazza nella cerimonia del té. Fra l’altro, ciò mette in bella vista parti degli oggetti che magari in altre culture non si noterebbero, come la parte inferiore di piatti e ciotole. In qualche modo, la tavola e tutto quanto essa contiene divengono un vero e proprio paesaggio che viene organizzato secondo principi simili a quelli che regolano l’ikebana, l’arte della composizione floreale, la disposizione dei giardini tradizionali, o le composizioni pittoriche raffiguranti la natura e lo scorrere del tempo. (…)”

E.A.

P.S. … riservato agli indigeni:

chissà … se qualche giapponese … si è mai affacciato sulla “lavatrice”? …

sarebbe interessante registrarne i commenti …

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