Ancora e sempre … NO NEXT …

A gentile richiesta, … per la gioia di grandi e piccini …
beccateve sto’ pippone kilometrico e post-global …
tanto domani c’è il ponte …
sinnò … annatevene ar Festival …

POST-GLOBAL ARCHITECTURE
Nuovo eclettismo di fine millennio?

“Passati – senza rimpianti – gli anni delle certezze e degli schieramenti troppo schematici, assistiamo al proliferare, in modi variegati e difformi, di una cultura della tolleranza che non significa disimpegno qualunquista dalle ragioni, anche morali, di un mestiere sempre difficile e, via via, più approssimativo nelle sue manifestazioni più scadenti, ma che altrimenti spinge un numero sempre più alto di architetti a fare i conti con la storia e con la tradizione in forme critiche e coscienti. Non è, infatti, importante ridurre oggi l’arco delle possibili scelte a questo o a quel momento della storia dell’architettura del passato. Si possono prendere a pretesto, in modo del tutto indifferente, gli anni del Novecento o del Barocco, delle Avanguardie storiche, di questo o quel “regime”, oppure gli esempi tratti dal linguaggio di questo o di quel “Maestro” senza scandalizzare nessuno: siamo ormai abbastanza maturi per non impressionarci di fronte ad una scelta, magari non immediatamente condivisa, ma operata con coerenza e senza arbitrio. Saremo, comunque, sempre di fronte ad una serie di architetture “contemporanee” che attingono in forme diverse ai modi della loro “modernità”, che hanno scelto la strada di una comunicazione simbolica delle loro intenzionalità espressive attraverso il ventaglio aperto degli infiniti “modi” possibili senza nascondersi dietro le false certezze di uno stile unico e gratificante. Questo “nuovo eclettismo” al fondo ci piace, ci interessa, ci affascina addirittura con i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue domande, nel talvolta labirintico e paradossale percorso dei suoi “significati”, mai immediati, mai ridotti allo scheletro di una vuota ideologia o di un gesto gratuito. Che l’architettura italiana abbia finalmente smesso i panni ed i comportamenti infantili e petulanti delle attardate “avanguardie” e delle tautologiche “tendenze”? Se così fosse realmente, non resta che rallegrarcene”
Sono passati quasi vent’anni da quando, sulle pagine di quell’effimera e sofferta testata che furono gli “Annali dell’Architettura” riflettevamo, in epoca certo non sospetta, sulla complessità di una situazione italiana la cui anomalia, già di lunga data, pure poteva presagirsi di altrettanto lunga durata.
E’ passato tanto tempo da allora e molto nel frattempo è cambiato, agli anni della speranza hanno fatto ormai seguito quelli della delusione e del disincanto e di una vera e propria forma di diffusa e pressoché disgustata atarassia nei confronti di una realtà sempre più coesa e impenetrabile, omologata e vincente che, non solo e non tanto, nel nostro paese, ma nel mondo intero, organizza e gestisce con determinazione e solo apparente leggerezza il consenso indirizzandolo verso forme disinvolte e assolute, globali e indifferenti. La specificità e la differenza, la sfumatura e il dettaglio ci sembrano, invece, ancora valori sui quali puntare per ritrovare una specifica qualità del lavoro dell’architetto e un senso più morale e profondo del suo messaggio e del suo mestiere.
Non v’è infatti chi non veda, quanto e come, ad un evidente disorientamento metodologico nel campo della progettazione architettonica e di quella che un tempo andava sotto il nome di “composizione” architettonica, faccia oggi riscontro, anche a livello internazionale, una forma di diffuso e fortunato manierismo concentrato sulla affermazione di tematiche e di metodiche che le ricorrenti neo-avanguardie stanno accreditando ormai da parecchi decenni.
Cosa resterà quindi di tanto estenuato eclettismo di fine millennio?
Di tante fortunate e trasversali grafie che hanno informato e deformato il linguaggio, i linguaggi, le lingue e i dialetti del mondo intero ridistribuendoceli sotto forma di poltiglia anglofona? Il futuro è forse e comunque nella globalizzazione?
Next è Global, come vorrebbe qualcuno?
Forse, probabilmente, ma non per questo è pur detto che tutto ciò lo si debba condividere, anzi auspicare e attendere con fiducia, ma quale fiducia? In chi? In che cosa? Forse è meglio che quest’architettura dell’attesa cominci a pensare seriamente al suo futuro Post-Global senza crogiolarsi ancora domani nei trionfi mercantili di ieri e di oggi.
Cattiva coscienza e incultura diffuse scambiate troppe volte per nuovo, attualità, moda, mercato, innovazione, tecnologia, avanguardia e quant’altro, affollano riviste, aule universitarie e seminari internazionali, alimentando situazioni da festival rock e da show televisivo. Il meccanismo dello Star System, anche in architettura paga i suoi prezzi, ha i suoi meccanismi e i suoi costi, conta le sue vittime.
In particolare, ci sarebbe da riflettere in profondità sul, più e meno recente, recupero di uno pseudoavanguardismo diffuso e, peraltro, basato sulla rilettura meramente epidermica di fenomeni storicizzati e consolidati che si avviano ormai a celebrare quasi un secolo di storia, dai tempi delle loro stagioni più eroiche e che, con solo apparente genuina continuità, vengono più volte riproposti come la panacea, la risposta ai nuovi bisogni di “creatività” delle ultime generazioni.
Certo che sarebbe troppo facile e sbrigativo far risalire il fenomeno soltanto alle aporie palesi di un mercato editoriale consolidato e sapientemente arroccato sulla mercificazione e la più immediata commercializzazione di quanto è facilmente reperibile sui più ricchi, accessibili, ma anche più ovvii e disponibili mercati internazionali, che questo è comunque un dato certo e condiviso anche dal “mercato” dell’arte, della musica, dello sport, dell’automobile, del cinema, della moda e della gastronomia. E, se è pur vero che con tanto disinvolto cinismo le testate editoriali più affermate vanno producendo guasti evidenti e diffusi soprattutto legati alla incapacità critica e al cannibalico rampantismo di un’intera generazione di sempre nuovi, ma pur modestissimi maitres a penser, non va, d’altro canto, sottovalutata l’evidente condizione di disagio di una ancor più vasta pletora di consumatori messi nella evidente impossibilità di non poter comprendere e quindi di non poter giudicare e perciò anche di non poter neppure riconoscere i fenomeni pur gravi e globali che li circondano. Intere generazioni di aspiranti architetti, sostanzialmente obbligate al consumo coatto dei sottoprodotti dell’industria culturale, di avariate mercanzie pseudoculturali, di frammenti, di “avanzi” di un sedicente dibattito globale che non trova alcun riscontro al di fuori di quel circuito artificioso e artificiale, “virtuale”, che tautologicamente si autoalimenta di se stesso. Intere generazioni che si accaniscono, quasi sempre inconsapevoli, con l’entusiasmo che è tipico dei più giovani, nel labirinto aggrovigliato del senso del quale è sempre più arduo rintracciare il bandolo. Consumatori per lo più ingenui, criticamente inermi di fronte a una pletora di cinici mestieranti, abbacinati dal lustro patinato dei media, ma anche e soprattutto dal luccichio dei lustrini delle Star e delle Soubrette in cartellone, dal loro “mestiere” nel “comunicare” alle masse, dai loro astuti ammiccamenti sul palcoscenico del consumo. Si è così assistito ad una sempre più complessiva disneylizzazione dell’architettura internazionale e ad una deriva dei fenomeni culturali come loisir di massa, alla riduzione degli oggetti e dei luoghi a strumento e oggetto mercantile: tutto diventa spettacolo e soprattutto, come avrebbe detto il vecchio Marx: merce.
E’ quindi con un immenso senso di tristezza che si assiste, e ormai da parecchi anni all’esausta manierata ripetizione di stilemi, sedicenti “moderni”, da parte di schiere ormai vastissime di epigoni poco coscienti ove, al di là del qualunquismo di molti, appare, in tutta evidenza, il totale e diffuso disorientamento di generazioni intere, soprattutto di giovanissimi, troppo spesso incapaci di discernere quanto di utile e di significativo potrebbe magari ancora cogliersi dalla rilettura, critica e consapevole, di quelle stesse, lontane, esperienze.
In questo panorama pare evidente ad esempio la feticistica sopravvalutazione di esperienze sintomatiche come quelle di Frank Gehry, di Rem Koolhaas, di Daniel Libeskind, Lebbeus Woods o di Zaha Hadid, solo per fare qualche nome tra i più seducenti e conclamati negli ultimi tempi.
Nel “caso” Gehry appare evidente la dimensione mass-mediologica che ne ha supportato l’immensa portata pubblicitaria di talune realizzazioni inserita nella dinamica di una ri-colonizzzazione culturale dell’Europa da parte del mercato artistico-culturale statunitense, ove il facile richiamo ai grafismi e alle morfologie delle avanguardie di inizio secolo, da Boccioni a Rodcenko, dai futuristi italiani ai costruttivisti sovietici per intenderci, ibridato al gigantismo pseudo-tecnologico dell’objet-trouvé, sintetizza un magnetismo simbolico e liturgico ove la funzione mediatica fa aggio sul significato più autentico, materiale, del manufatto. Ma se, nel caso citato, il valore e il significato di un più vasto, diffuso e disseminato “effetto Bilbao” può facilmente comprendersi all’interno di una più articolata dinamica politico-economica di quanto oggi, a livello internazionale, viene contrrabbandato per sistema totale dell’arte e per nuova economia della cultura di massa, è, d’altro canto, evidente come il fenomeno relativo agli altri personaggi citati faccia perno sulla peculiare e suo modo straordinaria organizzazione promozionale orchestrata attorno alla A.A. londinese negli ultimi trent’anni.
L’eredità e l’autorità di Reyner Banham, di Peter Cook e di Alvin Boyarsky, al pari di quella di R. J. Abraham e di Friedrich St. Florian per gli USA, ormai consolidatasi, da quasi mezzo secolo, attorno ai temi dell’avanguardia tecnologica ha infatti prodotto delle ricadute che oggi possiamo ben individuare nelle loro complesse, sia pur spesso artificiose e, solo in parte condivisibili, articolazioni.
Da quella scuola che fu luogo di sperimentazioni importanti nella prima metà degli anni sessanta, basterebbe tra tutte ricordare l’esperienza degli Archigram, si sono poi evolute le formule ormai anchilosate di Foster e di Rogers, da un lato, e, dall’altro, le maniere dell’OMA, di Koolhaas, della Hadid, di Liebeskind, di Tchumi e dei tanti altri che ne hanno, ciascuno a suo modo, ma in forme sostanzialmente congruenti, portato avanti la lezione.
Ma che senso avrebbe oggi, ripetere nel nostro come in tanti altri paesi, in forme altre, povere e un po’ straccione, coloniali, quelle esperienze, nate e maturate altrove e da noi recepite solo in virtù di un vuoto culturale che potrebbe essere ben altrimenti colmato?
Che senso ha infatti ripercorrere, ancora, quei sentieri interrotti nella forma eterodiretta di una moda qualsiasi alla quale inevitabilmente se ne sostituirà un’altra e che ci farà presto sorridere di quanto oggi ancora affascina tanti? Basterebbe riflettere sulla recente fortuna nostrana di una personalità, a suo modo anche interessante come quella di Zaha Hadid, per rendersene conto. Le sue (e stiamo parlando dei uno dei casi migliori e discorso, per certi versi affine e perciò stesso esemplare, potrebbe valere per Foster, Rogers e magari lo stesso Chipperfield) sono architetture ad effetto, volgari, calligrafiche, leziose, decorative e stucchevoli come solo certo orientalismo iperdecorativo, kitsch e di pessimo gusto, riesce, talvolta, a imporre; sedicenti moderne, tutte giocate sulle “mosse” e sui vezzi scolastici che nascondono a stento un abissale vuoto di fondo di idee e di contenuti; decorativismo alla maniera dei prototipi classici della straordinaria calligrafia islamica coniugati con le pieghe e i raccordi siderurgici delle pipeline petrolifere, vero scenario simbolico di questa figlia del secolo del petrolio, del deserto e di quei petrodollari globali che da Londra a Pechino, da Hong Kong all’Europa già socialista scorrono oggi a fiumi e su cui galleggiano i gusci vuoti di tanta sedicente architettura d’avanguardia. Ma avanguardia di cosa? Di un modo di intendere il mondo alla maniera delle multinazionali in cerca di nuova immagine, di un segno, di un’icona, di un logo, appunto, attraverso il quale conquistare nuovi mercati, nuove situazioni di dominio, prevalenza e potere e quindi anche, per quel che conta ancora, la Biennale veneziana. Non sono forse ancora meglio i tappeti, gli arazzi, i tessuti e i quadrucci di Zaha piuttosto che le sue stente fantasie edilizie, raccattate alla bene e meglio dai grafismi alfabetici di Tchernikov, ma senza comprenderne la drammatica e sofferta ironia, la grandezza e la tragedia, quel loro essere e, insieme, non voler essere architettura?
Zaha e soci quindi come “logo” comune dell’architettura globale, matematica e calligrafia, rawe e computer, plumber e pompier, insieme, per questi King Kong, per queste “veneri ottentotte” del terzo millennio, fenomeni da baraccone nel gran circo itinerante di questa compagnia di giro che fa oramai tappa calamitosa, ovunque, nel mondo. Parafrasando il Purini dei settanta Logo e progetto, potrebbe essere il titolo appropriato per una nuova antologia dell’orrore trans-nazionale.
Peccato che un qualsiasi “vuoto” di Loos, una maniglia di Mies, una finestra di Le Corbusier e pure un solo balcone di Luigi Moretti, raccolgano più qualità e intelligenza, valgano, almeno per noi, ancora più dei milioni di insulsi e arroganti metri cubi recentemente “spalmati” sul globo dall’intera banda.
Più comici quindi che drammatici gli sforzi di invenzione di quanti, di qua e di là per i continenti, si dimenano e si esibiscono cercando di convincerci della bontà del loro prodotto volendoci illudere che quelle siano le giuste indicazioni per il futuro di tutti, mentre appare ormai chiaro che si tratta soltanto degli ultimi fuochi di una moda cinica e invadente che ha fatto, ormai, il suo tempo.
E visto che siamo di nuovo tornati a parlare di questa, ultima, Biennale veneziana, diciamo subito che il suo programma non ci convince e neppure ci appassiona. Forse serve solo a fare il punto, in negativo, sui modelli prevalenti del tardo novecento: vinti e vincitori alla periferia dell’Impero, quindi.
Deyan Sudjic da vero e astuto piazzista della confraternita londinese, conquistata Domus, sbarca in laguna e ci propone la sua visione di un mondo privo di curiosità e di scommesse culturali, tutto omologato e appiattito su quella ormai universalmente affermata tendenza che, nata negli anni visionari degli Archigram, affermatasi poi con la macchina mangiacultura del Beabourg (vera e propria atomica dell’architettura anni settanta) è finita oggi a far da packaging ai grandi affari dell’industria globale come denunciano con chiarezza le fortune professionali di Piano, di Rogers, di Foster, di Koolas, di Nouvelle, di Hadid, di Ghery e dei tanti altri epigoni locali che si dedicano con successo e passione ad illustrare la grandeur dei loro committenti e dei loro padroni venendone ricompensati quotidianamente attraverso gli organi, le istituzioni, le fondazioni, le università, i centri, le iniziative, le strutture, i sistemi, le reti, la pubblicità e i media che quegli stessi, non a caso, dirigono e quindi indirizzano, naturalmente, a loro uso e consumo.
Bisognerebbe domandarsi, per esempio, se è giusto che il futuro significhi soltanto la conquista della Cina e la distruzione della sua e insieme della nostra storia. Vogliono distruggere la memoria del passato per sostituirla con la pubblicità della nuova economia prossima ventura? Hanno appena finito di far fuori, e per la seconda volta, Berlino, ma vogliono fare altrettanto con Pechino, Lasha e Sciangai? Non si potrebbe tentare un’altra via?
E’ questo che il futuro, più e meno prossimo (Next, appunto), ci riserva? Speriamo proprio di no. Next vuole essere una subdola promessa, oppure, una spaventosa minaccia?
E’ quindi questa l’architettura su cui riteniamo giusto investire nei prossimi anni o non è forse questa proprio quella deriva stilistica e mercantile “contro” la quale sarebbe più giusto e opportuno che le nuove generazioni fossero messe in guardia, si attivassero in forma critica e alternativa per trovare altre vie di uscita, di ricerca e di sperimentazione più aderenti alle dimensioni ideali e culturali, assai più complesse, contraddittorie, incerte, misteriose e affascinanti che il futuro, il mondo di domani, sicuramente ci offre?
E, allora,?
Avanti un altro: NEXT, appunto.

GM Agosto 02

Pubblicato su Area n.64 in occasione della Biennale di Architettura del 2002 intitolata, appunto, Next

poi ciclinprop sotto il titolo “NO NEXT“, Roma 2002 …

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3 Responses to Ancora e sempre … NO NEXT …

  1. ignazio ha detto:

    vorrei un professore come lei! se viene a palermo è mio ospite, non le mancherà un buon bicchiere di sangue in vucciria e pane con la milza alla kalsa

  2. Pietro ha detto:

    Ha fatto benissimo a riportare la data nel testo altrimenti il suo avrebbe potuto essere scambiato con gli articoli e i libri odierni e avrebbe potuto non sembrare farina del suo sacco.
    Il suo approccio allo stesso tempo deciso nella critica ma problematico nella proposta è intrigante ed estremamente serio, contrariamente a quelle quattro sciocchezze che scrivo io con apparente e conscia sicumera. Qui si rimarca la differenza che corre tra uno studioso, lei, e un praticante, io, che ho una visione più battagliera, di azione, anzi di re-azione più emotiva che intellettuale ad una situazione che giudico disastrosa.
    Lei ha il grande pregio di riconciliarmi con l’inviso mondo accademico, raramente libero, mai problematico, quasi sempre opportunista.
    Scritti come il suo hanno il pregio (o il difetto) di mettermi in crisi, anche se credo che sarò costretto a continuare per la mia strada, non fosse altro perchè è l’unica da me praticabile.
    Complimenti, professore!
    Pietro Pagliardni

  3. Davide Cavinato ha detto:

    Non sarei così radicalmente negativo, nel senso che qualcosa che si salva qua e là c’è, almeno secondo me che di sicuro ho meno titoli e, soprattutto conoscenze. Il senso dell’articolo è però tragicamente vero, e, sul valore ormai molto più “modaiolo” che “maieutico” della Biennale di Venezia, è dall’ormai lontana “Less aesthetics more PATethics” che la penso come lei. Comunque voglio essere ottimista e voglio continuare a sperare come nell’incipit del suo articolo.
    Un saluto

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