Perché “non” scappare dall’università …

Rubiamo da presS/Tletter n. 29-2007, alla rubrica “LETTERE” il seguente articolo di Alessandro Santarossa intitolato : “perché scappare dall’università?

“Domenica sera mi è capitato di vedere in tarda serata su Raiuno “Alla ricerca di Zenobia”, un programma che intervistava alcuni esponenti dello star system dell’architettura italiana. All’interno di un’impostazione del programma accattivante ma abbastanza generica, tra le interviste degli onnipresenti Piano e Fuksas, l’intervento di Giorgio Muratore è stato quello che mi ha fatto più pensare.
Dopo un breve excursus sullo stato dell’architettura italiana infatti, interrogato sulla questione università, Muratore l’ha definita un letamaio, da cui i giovani di talento non possono che fuggire, per andare in un più promettente estero.
Questo giudizio tagliente mi ha fatto riflettere e mi ha anche infastidito. Stimo Muratore, anche per le sue posizioni spesso politicamente scorrette, e proprio per questo vederlo cadere in questa ovvietà mi ha infastidito.
Che l’università italiana abbia grandi problemi è un dato di fatto, che sia saldamente in mano ai baroni anche, allarghiamo lo sguardo, che i ruoli dell’architettura e dell’architetto nella società italiana siano in profonda crisi è evidente: ma quello che non riesco a capire è perché in Italia lo sport preferito sia quello di abbandonare la nave che affonda. E’ possibile che l’unica soluzione per un giovane architetto che vuole costruirsi una carriera sia espatriare? E’ possibile che, quando si parla di architettura contemporanea in Italia, siano solo questi a venire intervistati? Quelli che se ne sono andati diventando qualcuno all’estero e magari, proprio per questo motivo, tornano in patria mietendo successi?
Ma perché non si riesce ad apprezzare, anche da parte di Muratore, il logorante lavoro che centinaia di giovani stanno facendo, restando qui in Italia, scontrandosi quotidianamente con una clientela pubblica e privata tra le meno evolute e stimolanti al mondo, cercando di fare anche del più piccolo marciapiede un progetto di architettura, mentre magari all’estero giovani coetanei costruiscono palazzi e teatri, vincendo concorsi che si realizzano?
Perché non si apprezza il lavoro di tutti i ricercatori e dei docenti-precari a contratto che, al di là di ogni logica economica, continuano a restare all’interno dell’università, portando l’entusiasmo del fare architettura, che certo poco ti serve nei concorsi per essere giudicato dal barone di turno, ma molto dà a te ed ai tuoi studenti?
Mi spiace che questa lettera suoni come sfogo. Porto avanti il mio studio con enormi difficoltà per non farlo cadere nella logica tutta italiana soldi=pessima architettura/buona architettura=fame, insegno in università senza dottorato, paradossalmente è più semplice insegnare a contratto che ottenere un dottorato pagato, mi scrivo le lezioni di notte, cerco di trasferire tutta la mia passione ai miei studenti, sperando che loro trovino una società più pronta a valorizzarli, ma non rinuncio a pretendere anch’io delle soddisfazioni da questa. Le nostre radici pescano nel profondo, siamo stati grandi architetti e sono convinto che torneremo ad esserlo.”
Alessandro Santarossa

Può sembrare paradossale, ma anch’io … vedendo quell’intervista … sono rimasto piuttosto infastidito dall’ovvietà di quella mia battuta, per alcuni un po’ troppo greve, sull’Università …
sono d’accordo che si sia trattato di una palese ovvietà … e di una troppo banale semplificazione … buona, magari soltanto, a “bucare lo schermo” …
in buona sostanza, sono completamente d’accordo con quanto sostiene Santarossa … e la sua, poi, è anche un po’ la storia di tutti noi …
tant’è che, … non ostante tutto, non sono mai riuscito ad “emigrare” …
forse anche perché non so, abbastanza bene, l’inglese …

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16 risposte a Perché “non” scappare dall’università …

  1. Davide Cavinato ha detto:

    che dire, parole sante. Però la battuta, al di là dell’apoditticità del tono, mi sembra calzante. Perché la realtà, quella è. E mi piace pensare che “emigrare”, termine usato da muratore, possa significare non solo espatriare, ma anche non omologarsi, allontanarsi culturalmente da quelle cose che distolgono dal grande obiettivo. Probabilmente, basterebbe sviluppare una coscienza critica: proprio quello che persone come Alessandro Santarossa fanno e come tanti studenti, in cui assai umilmente mi ci metto anch’io, hanno tentato e tentano di fare. Dunque, la battuta risente forse del suo essere “televisiva” (come del resto certe parti piene di elogi sperticati in architettese verso questo o quello), però rimane, a mio modo di vedere, assolutamente pregnante. Ma è pur vero che a lamentarsi e scappare o peggio, lamentarsi e basta, non si fa altro che peggiorare la situazione.

  2. Caro Professore,
    non deve rammaricarsi soltanto perchè la cassa di risonaza era più grande della solita cerchia di amici e conoscenti!
    Io devo dire che mi sono identificato molto bene in quella frase, anche se non sono emigrato, perchè all’estero nessuno mai ti darà fiducia se prima non dimostrerai di aver fatto qualcosa, anche piccola nel tuo paese.
    Ho lasciato l’università dopo quasi 10 anni di collaborazione (assistenza, dottorato, contratti) ma dovrei dire 10 anni di promesse e false chimere che l’università produce, ad arte, per la creazione di aspettative che matematicamente verranno tradite. E’ un meccanismo che si autoalimenta.Tali dolose aspettative, infatti, generano un meccanismo di “coda” che facendo lievitare l’offerta tende a deprezzare la prestazione e la ricerca stessa, sino al punto che chi ha la disperazione di restare tra quelle chimere o chi non ha la forza o l’orgoglio di difendere ciò che ama, lo fa a qualunque costo e cioè sottocosto, in attesa del suo posto fisso.
    Non mi venga a dire Santarossa che è una missione perchè gli architetti fino a prova contraria sono dei professionisti, e che può definirsi “onorario” il pagamento di 6 euro lorde l’ora per un contratto al La Sapienza (L.Quaroni) come può verificare sul sito stesso dell’Università suddetta. la battuta oramai è scontata e facile >. Accettare simili condizioni, oltre che deontologicamente scorretto, se mai ci fosse una deontologia per i docenti, è svilente nei confronti della cultura stessa e poi ci vorrebbe tanto poco per ritornare alla normalità; basterebbe dire di no! E’ capace di dirlo Santarossa?
    Non credo, e purtroppo mi dispiace ammetterlo, (non c’è un riferimento diretto a Santarossa, che non conosco), ma questa stanca accettazione della realtà nella speranza che qualcosa cambi, senza prendere il toro per le corna, non va bene, è deleteria, poco nobile e non deve appartenere ad una nuova giovane classe dirigente che si ritenga tale! L’università deve riniziare ad essere Libera e aperta a tutti sul piano del merito. l’ho già scritto e lo ribadisco che sarebbe la vera rivoluzione a costo zero per l’italia. Io per conto mio ho deciso di non svendermi, per lo meno salvo la mia dignità e un pò di tempo, anche se non è affatto facile tirare avanti e competere con professionisti europei che si muovono con ben altri mezzi.
    Certo il discorso non può esaurisi in queste poche righe, ma volevo stigmatizzare il furto di ideali che è stato compiuto ad una generazione, la mia.

    Ma a proposito dove è finita la critica architettonica in Italia?

    Cordiali saluti

    Gianluca

  3. isabella guarini ha detto:

    Anch’io sono rimasta sorpresa dal “letamaio” lanciato come l’anilina rossa nella Fontana di Trevi. È stata certamente un’ esagerazione, tutti lo pensiamo, ma non sappiamo come uscire dalla crisi che ci circonda e che la trasmissione di Speciale TG1 ha, inverosimilmente, messo in evidenza. Se il fine dell’architettura contemporanea è quello messo in evidenza dalla ricerca di Zenobia , allora dobbiamo aspettarci la chiusura delle Facoltà d’Architettura e la istituzione di Accademie private, tenute dalle archistar.

  4. Vittorio Corvi ha detto:

    Beh, eccomi qua. Neanche io sono ancora emigrato…

    … ah! ma si parlava di architetti bravi… mi sono confuso… :-)

    p.s.
    no perché, a parte la battuta, la questione sottesa è quella di sentirsi o meno chiamati in causa, quando si dibatte sull’argomento, che è abbastanza divertente

  5. claudio di gennaro ha detto:

    Grazie Alessandro, riscatti e ridai un pò di forza alla squadra di quei “giovani architetti” italiani (che come sai sono compresi tra i 24 ed i 50 anni….vedi i progetti pubblicati sull’Almanacco di Casabella…io ne ho 40) che combattono con i denti (e spesso prendono solo mazzate….) per mantenere in vita vegetativa un “minimo sindacale” di Architettura, visto che la stragrande maggioranza dei non addetti ai lavori (comprese le amministrazioni pubbliche che in assoluto sono quelle che ne capiscono di meno….) non sa proprio cosa vuol dire Architettura e certe volte sorge il dubbio che non ce ne sia proprio più bisogno (a questo punto stacchiamo la spina e doniamole una morte dignitosa….). Se volete proprio una frase colorita, a me, come a molti altri, girano proprio i c…ni a mulinello (l’Enea sta sperimentando un nuovo progetto per ricavare energia alternativa collegando in serie un campione di giovani architetti) vedere che in altri paesi affidano incarichi professionali di una certa rilevanza ad architetti in età prepuberale mentre in Italia se non hai tra i 90 ed i 120 anni non si fida nessuno….pure nella scelta del colore di un infisso…. che siano gli stranieri meno accorti e più fessacchiotti e noi Italiani dei drittoni? Mi girano pure i c…ni che ormai ogni mega-speculazione edilizia che si paventa nel nostro paese sia coperta dal faccione di qualche superstar internazionale che ne giustifichi la necessità con le sue teorie filosofico-estetiche anestetizzanti? Ma che ci fa Fuksas in televisione a fianco del giornalista di turno che riverente gli chiede cosa ne pensi del governo, della guerra in Iraq e delle previsioni del tempo? E quando lo vedremo a costruire super nuvole dai costi stratosferici sull’Isola dei famosi? Perchè è possibile che a lui concedono di realizzare nuvole finte ad un costo tale da sanare una parte del debito pubblico e noi poveri archietti ignoti dobbiamo combattere lotte estenuanti con i responsabili della Regione di turno per avere concessi 100€ in più od in meno sul quadro economico?….Misteri Italiani

  6. claudio di gennaro ha detto:

    perdonatemi qualche congiuntivo mal usato ma è la foga del momento…..

  7. pasquale cerullo ha detto:

    Secondo me il problema non si pone. Direi che se gli ottimi medici non venissero riconosciuti per quello che valgono e possono dare, e sacco in spalla, se ne andassero all’estero, chi curerebbe più i malati in Italia? resterebbero solo cattivi medici con un paese perennemente malato.

    E allora… il paese (architettonicamente) è malato

  8. federico calabrese ha detto:

    la lettera di santarossa mi sembra piena zeppa di ovvieta’e banalita’
    andarsene e’ una scelta , altrettando difficle che rimanere!!
    personalmente me ne sono andato per scelta di vita avulsa dalla professione e vi assicuro che conosco molti professionisti italiani che lavorano tra spagna e portogallo che sono andati via dall’italia per i piu’ disparati motivi,
    io, perche’ a barcellona vivo molto meglio che a napoli.semplicemente.
    la clientela pubblica e privata pure qui non e’ che sia troppo stimolante, anche io faccio fatica a protare avanti lo studio, nn te ne vai dall’italia e vieni a fare il figo all’estero,
    gran parte dei piccoli lavori che facciamo allo studio sono in italia,
    partecipero’ al concorso per la stazione di bologna, grazie alle conoscenze di amici e parenti spagnoli
    vi sembra un paradosso?
    ho scelto un luogo per vivere non per fare l’architetto.

    ma emigrare almeno per un po’, dovrebbe essere un obbligo per qualsiasi giovane architetto!!!!

  9. marco melani ha detto:

    e chi se ne frega…? non ce lo metti?

  10. Riccardo del Plato ha detto:

    Eh no, facciamo dei distinguo.
    Una cosa è amare l’Italia e restare per assistere alla sua galoppante agonia per poter dire un giorno “io c’ero e lo dicevo che …”
    Altra cosa è non evidenziare quanto succede nelle università italiane di architettura.
    In primo luogo NON si fa architettura. L’unica vera reliquia architettonica sono proprio le (alcune) cattedre di storia che almeno pongono di fronte ai giovani cataloghi e ricette per “guardare” le cose dell’architettura.
    Ma poi ? Invece di insegnare al primo anno a disciplinare la propria inventiva, a trasporre idee in schizzi, gli si piazza davanti ad autocad e gli si chiede di progettare quei “magnifici” centri residenziali/commerciali, di cui Roma ogni anno si fregia, chiudendoli subito nelle gabbie della speculazione e della ignoranza.
    A guardare i “titoli” degli esami ci sarebbe da credere che studiano tanto e tante cose, ma entrando nelle loro cattedre si troverà il vuoto assoluto, il menefreghismo verso quei “poveri” studenti che credono di diventare architetti ed alla fine saranno poco più di un geometra di medio livello. Adesso ci sono anche professori di “estetica” che dirigono cattedre di progettazione, incredibile.
    Scusate ma il termine letamaio, usato con indubbia volontà provocatoria e certamente ottimo per “bucare lo schermo” è a tutti gli effetti realistico e appropriato per definire la “monnezza” di professori che sfilano per i corridoi impettiti con i loro portaborse ancora più miserabili perchè illusi di arrivare ad un “posto” universitario piuttosto che all’architettura.
    Ma dove sono gli architetti ITALIANI con meno di 40 anni, chi li ha MAI visti, andare alla Biennale di Venezia è stata una pena, tanti architetti, tanti lecchini, tanti addetti ai lavori, ma poi ci si è dimenticato dell’architettura, esattamente come accade in ogni facoltà di Italia.
    Burocrazia e clientelismo poi sono problemi di tutti gli atenei, ma dirottare il discorso “letamaio” su un semplice “restare in Italia” è come dire alle persone perbene di non pagare il pizzo e combattere la mafia e fargli pagare il prezzo. Nelle facoltà di architettura non devono essere gli studenti con qualche dignità e potenzialità a dover pagare il prezzo di uno sfascio totale, ma devono essere i professori e gli intellettuali a riprendere il controllo epurando i corridoi dalle starlette di bassa lega e instaurando di nuovo un CLIMA culturale effervescente e dinamico che faccia di nuovo da humus per i FUTURI giovani.
    Prof. Muratore io la stimo e condivido molte cose, ma è indubbio che le sue “critiche” sono molto più utili se rivolte a scardinare le porte del “palazzo” piuttosto che a distruggere l’operato dell’Ara Pacis.
    Non c’è architetto italiano che convenga nell’affermare che le facoltà di architettura insegnino architettura, ma la domanda a questo punto nasce spontanea, perchè non provare a cambiare questo assoluto, perchè non credere di poter investire su una nuova generazione di giovani architetti che possano dare lustro di nuovo a questo paese ? Perchè insegnare a fare solo quella monnezza che ormai circonda le nostre vite ? Perchè creare solo dei sudditi del sistema ?

  11. Teresangela Adamo ha detto:

    Salve a tutti,
    sotto consiglio di caro amico filosofo e poeta, pensate un pò,
    leggo e mi imbatto allegra e compiaciuta in queste pagine di blog.
    Blog che tanto merito hanno nel darci l illusione cosi bella di una vita meno sola.
    Un esame e la tesi alla fine della mia laurea in Architettura “Valle Giulia”, in sogno un anno sabbatico in giro per il mondo..
    Chiederei a voi cari blogghisti esperti di vita di archietto vissuta,
    e a lei impavido e mai banale professore Muratore
    al fine DOVE dovrei andare?
    Quali sono quei luoghi all estero, che farebbero di me un architetto e darebber vigore e realtà o sarebber di lancio slancio alla mia agognata meta e professione?
    Intendiamoci, non lascerei mai la mia così bella e viziata Italia per più di un anno, ma si anche due!!Di viver altrove morirei di crepacuore!
    Mi complimeto con lei sul “letamaio” ha avuto quasi simil effetto del “rosso trevi”…
    Dalla mia piccola esperienza romana, sei anni, e dalle mie origini suddiste nella terra calabrese passionale e oscura, ebbene sì chi vi parla è già emigrata, vi espongo il mio pensiero: che l Italia sia la terra del grande “INCIUCIO”, e a Roma, e con Roma intendo università, lavoro, salute etc.., a comandare è la “Politica”, ma non nel bel senso aristotelico ormai purtroppo tanto lontano, ma di oggi, che già il sempre attuale caro Platone ci ricordava nella frase
    “La politica, nella comune accezione del termine, non è altro che corruzione”
    o il meno dotto ma di eccezionale realismo Totò ci faceva ridere con
    “A proposito di politica… ci sarebbe qualcosa da mangiare?”
    Per cui se volete far qualcosa, nell’ attesa che qualcosa cambi, a chi affidar questo arduo compito di mutar le cose è questione infinita da affontar in altro sito o tempo, semmai salvifica risposta ci sia, fatevi delle “belle amicizie”, concedete dei piccoli favori, elargite complimenti e qualcos’altro senza mai pretender nulla nell istante, conoscete più persone possibili e di quelle che “contano”, proponetevi, e imponetevi ,ma con eleganza, rischiando, anche a fronte delle vostra ignoranza, perchè troverete di sicuro chi vi comanda ignorante più di voi, e sappiatevi vendere, sappiate sedurre, perché qualcuno disse ” l’architettura è seduzione”.
    Dir ciò pare molto triste, e forse di sapore un po’ “mafioso” ( e del resto i boss del sud dove dissero che aleggiava la mafia vera?…) e io stessa non l’ ho ancora sperimantato vagando per ora nel limbo studentesco, comunque questo mi pare, a lucida analisi , quello che ci aspetta e ci si prospetta.
    E in cuor mio so che in molti già questo lo sappiate e forse lo facciate.
    Intanto e tanto io sarò partita, all estero, e di ritorno, chissà, troverò un Italia davver meritocratica, liberale e saggia, che riaquisti la memoria, della sua storia, che ha da inseguarci e forse darci le autentiche verità!
    Speranzosa nel ricevere da voi mete per il mio post parto universitrio, vi auguro giornate felici e lontane dal così bieco stress!

    Au revoir

  12. alessandro occhiuzzi ha detto:

    “…che l’università italiana abbia grandi problemi…., che sia saldamente in mano ai baroni anche….”.non basta a definirla un letamaio?
    E usciti dal letamaio l’unica soluzione per un giovane architetto che vuole sentir parlare , non dico costruirsi una carriera, di architettura è espatriare.
    Certo anche spalare merda nel proprio paese è un lavoro che si puo fare con dignità….ma è sempre spalare merda.

  13. Mimmmo ha detto:

    Ho seguito la trasmissione e non posso certo dire che lo abbia fatto con grande interesse.

    Ho sempre più l’impressione di trovarmi di fronte ad una squallida fiera paesana in cui un paio di criminali che hanno fatto i soldi nelle varie “Broccolino” sparse in giro per il mondo tornano nell’arcaica terra nativa e, supportati dai deliri senili di qualche vecchio rimbecillito, si impegnano inutilmente ad incivilire i cafoni ignoranti.

    Unici interventi degni di nota quelli del Prof. Muratore. In tutta franchezza il termine “letamaio” mi pare quanto meno riduttivo. Sono uno studente universitario, in particolare della tanto decantata Valle Giulia. E dal basso della mia pur minuscola e personale esperienza posso affermare che il mondo universitario è molto peggio di un letamaio. Intorno al letamaio le mosche si agitano con frenesia costruttiva, e l’università è tutto fuorchè questo. Il mondo universitario è piuttosto un covo di serpenti e di viscidi vermi, una tana fetida per creature che strisciano nell’ombra. Non augurerei la carriera universitaria neanche al mio peggior nemico…

    Odio la parola “professionista”, io non voglio essere un professionista! Io voglio essere un lavoratore. Non si può continuanre a far passare il concetto che l’architetto bravo è quello che ha soldi, fama e gloria! Il lavoro, questo è quello che io voglio imparare, in tutti i suoi aspetti da quelli drammaticamente sublimi a quelli piccoli e degradanti. Ed un giorno dopo aver appreso le basi non voglio essere posto dinanzi all’angusta sceltà del chinarmi a novanta gradi o fare le valige.

    Le responsabilità della situazione attuali sono da attribuire in eguale misura alla politica ed al mondo universitario. Solo quando verranno sciolti questi due grandi cappi al collo dell’Architettura Italiana si potrà cominciare a lavorare seriamente, fino ad allora saremo solo braccia strappate all’agricoltura.

  14. mara ha detto:

    una curiosità: ma isabella guarini ce l’ha un lavoro?

  15. isabella guarini ha detto:

    Mara, leggo solo oggi la sua domanda. Non vorrei deluderla, ma ho raggiunto la meta di scegliermi il lavoro che mi piace, avendo superato la fase del lavoro forzato per la sussistenza. Le assicuro che è piacevole discutere d’architettura senza le preoccupazioni lavorative imposte da altri. È una condizione, però, che si conquista con molti sacrifici, che le consiglio di sperimentare. Auguri

  16. aiasicily ha detto:

    ahimè
    il problema più grave di quest’Italia che affonda è tutto culturale…
    in un Paese che nn ha più riferimenti culturali..pieno di singoli individui che nn hanno più capacità critica, che sono manipolati sin dalla tenera età …che son abituati a nn pensare (si..perchè se c’è qualcuno che pensa per te è più facile..intanto tu ti distrai e poi dimentichi come si fà)…COME POSSIAMO PARLARE D’ARCHITETTURA???!!!!
    noi studenti stiamo in una pessima situazione…i contesti in cui viviamo sono davvero poco stimolanti….
    …pensate che ormai se si prova a fare una sana discussione tra noi studenti si è presi per antipatici..per arroganti !si rischia persino di essere emarginati…
    Quando mi sono iscritta alla facoltà di architettura sognavo di cambiare il mondo o almeno di trasmettere emozioni,mostrare come la qualità della vita sia importante (per tutti)…
    ma oggi è tutto solo una moda, anche l’architettura!
    su una cosa sono sicura: “la nuova rivoluzione (se mai ci sarà) per migliorare questa triste situazione deve partire dagli INSEGNANTI!!
    ma non nel senso che abbiamo bisogno di leaders…
    abbiamo bisogno di qualcuno CHE CI METTA IN MOTO IL CERVELLOOOOOO
    poi il cambiamento verrà di consegnuenza
    per forza

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