ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.11: ROMANO GUARDINI …

ArchitetturaBuonaComeIlPane11_01 MIES MAESTRO DI ROSSI E ROSSI NOSTRO MAESTRO

 Virgolettato: «Solo Io sono così: in pura necessità e perfetta libertà al tempo stesso».

Ma non è Mies Van der Rohe a parlare. Romano Guardini (autore che Mies conosceva bene)queste parole le attribuisce direttamente a Dio e le trovate all’inizio di pag. 20 di “Accettare se’ stessi” (ho cercato una copia non scarabocchiata da me nelle 5 principali librerie clericali di Roma la risposta è stata: è in ordine ripassi la settimana prossima. Sì. Ciao cari. Mi spiace per voi ma vi beccate le pagine sporche).

Mies si sentiva all’altezza di Dio e se Dio si vede nei dettagli lui, da bravo superuomo e anche architetto, non si poteva sottrarre al confronto. Nella libertà di materiali e tecniche costruttive che il moderno impone occorre trovare la soluzione necessaria e assoluta. Non la soluzione semplice o elementare. Semplice ed elementare sono belle parole. Buone per la stampa e per convincere le scimmie di tutto il mondo a copiare.

“Semplice ed elementare” è invece la firma di Aldo Rossi in cui l’esaltazione del valore del “mestiere” in architettura (solo a parole, per la stampa e per le scimmie) si accompagna alla consapevolezza della sua perdita irrecuperabile con l’industrializzazione del cantiere. Tutto questo mi sembra manifesto nella sua opera con il disprezzo del disegno tecnico (sono sufficienti disegni da quarta elementare) e nel rifiuto dello studio dei dettagli: l’Architettura della Città si disegna  al 500.

Rossi è l’evoluzione del suo maestro Mies. Impossibile dimenticare l’elogio che ne fa a prologo della sua opera nella monografia Zanichelli, il libro più bello sulla figura di Rossi perché il suo scarso valore come oggetto riflette bene la rozza poeticità  dell’architettura che racconta e rivela la monumentale vanità dell’architettura tutta.

Torniamo a Guardini. Nel paragrafo che slitta tra la pag 20 e la 21 e che vi arriva “premeditatamente” per caso, forse, come me, qualcuno potrà inciampare, e restare steso per terra (forse per le troppe virgole che ho usato), in una definizione mozzafiato di «sacro». E non c’è più Mies o Rossi che tengano. Come architetti ce n’è abbastanza per convertirsi.

Giancarlo :G Galassi

duepuntig@gmail.com]

ArchitetturaBuonaComeIlPane11_02

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10 risposte a ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.11: ROMANO GUARDINI …

  1. POSTILLA
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  2. Andrea Di Martino ha detto:

    Vabbè, Mies conosceva bene Guardini. E allora? Guardini era un teologo che aveva una concezione apollinea della vita, come tanti altri religiosi. Solo che lui si era fissato su una concezione apollinea dell’arte (quella, per intenderci, che traspare dalle chiese di Schwarz). Ma la semplicità espressiva (di Rossi come di altri), non è sinonimo di povertà espressiva, altrimenti Mies non si sarebbe mai avvalso della preziosità (= costo) della materia, così come Rossi non si sarebbe mai avvalso della icasticità (= monumentalità) della forma. Preziosità della materia e monumentalità della forma sono fattori più dionisiaci che apollinei. Non meno dionisiaca è la natura infantile: proprio quella che, come ci ricorda Loos, induce il bambino ad imbrattare i muri con simboli erotici, giacchè in questo non ha alcun freno inibitorio (a differenza dell’adulto). A ben guardare, quella forma di infantilismo che Rossi perseguiva (non senza quella dose di autocompiacimento tipica del fanciullo), era perfettamente speculare a quella perseguita dalle avanguardie: basti pensare a Klee, a Mirò, ma anche a Picasso (almeno se teniamo conto del fatto che il Cubismo affonda le sue radici nella scultura africana, ossia in una cultura pagana, e quindi dionisiaca per antonomasia). Di conseguenza, l’infantilismo di Rossi non deve sorprenderci più di tanto, visto che lui combatteva il modernismo dall’interno del modernismo, così come Corbù combatteva la Beaux-Arts dall’interno della Beaux-Arts (nel senso che i suoi strumenti di lotta consistevano in codici normativi altrettanto cervellotici, per cui al di là dei risultati (molto diversi), le premesse erano più o meno le stesse). Per il resto, è evidente che er “mastino” usava i materiali preziosi in misura nettamente inferiore a Loos (il quale, com’è noto, li usava a profusione). Ma è qui che entra in gioco il “Dio dettaglio”: la cura del particolare, non meno della preziosità della materia, trasforma l’eccezione quantitativa in eccezione qualitativa, la quale acquista una rilevanza straordinaria proprio in virtù della sua eccezionalità. Ciò è particolarmente evidente per gli arredi di casa Tugendhat, all’apparenza “bauhausiani”, in realtà neoschinkeliani (basta osservare gli arredi di Schinkel, per rendersene conto). Ed è per tale motivo che Rossi ha espresso parole di encomio nei confronti di Mies, ma non più di quanto abbia fatto nei confronti di Loos e Tessenow, come ci ricorda proprio l’autore di quella monografia che qui viene citata (a sproposito). Per il resto, non voglio dire che la casa Farsworth sia etichettabile come “architettura dionisiaca”. Molto più semplicemente, non è etichettabile come architettura, quindi chiedersi quanto di apollineo via sia in una scatola di vetro non è meno stucchevole che chiedersi quanto di apollineo vi sia in un’acquario, o in una qualsiasi altra scatola di vetro. La verità è che il concetto di “forma assoluta e necessaria” è un concetto che, in sè stesso, non è meno vago di quel concetto di “forma organica” così come la intendeva Zevi, ossia di forma che è funzionale tanto allo scopo quanto alla felicità (come se tutte le altre forme se ne fregassero). E’ questa la vera metafica: l’atteggiamento di chi crede di poter fare a meno della ragione anche in ambiti che sono di pertinenza della scienza, e quindi della ragione. La ragione esige verifiche che la fede non chiede (“credo quia absurdum”, diceva Tertulliano). In tal senso, anche quello di Zevi era un atteggiamento da uomo di fede, ma con la differenza che per lui il demone da combattere non si chiamava Satana ma Classicismo, tanto è vero che pur di esorcizzare definitivamente il Classicismo era capace di elaborare i più stucchevoli artifici dialettici: meri “abracadabra” coi quali si illudeva di poter descrivere una qualche parentela tra le prairie houses e il Larkin Building, solo per dimostrare che anche quest’ultimo era anticlassico (sebbene fosse classico al 100%). Da Guardini a Salingaros (passando per Zevi), il passo è fin troppo breve, perchè se la fede può indurre a credere anche contro la ragione (“credo quia absurdum”, appunto), allora può indurre a credere che una forma “assoluta e necessaria” sia in qualche modo imparentata con una particolare tipologia di ortaggi quali broccoli e cime de rapa, come vorrebbe farci credere la cosiddetta “biofilia”. E’ un terreno pericoloso, tanto quello di Guardini quanto quello di Salingaros. Di fronte a tali atteggiamenti, resto più che mai convinto che lo studio sistematico del rapporto tra tipologia edilizia e morfologia urbana sia l’unica garanzia per non sconfinare nella metafisica (quella vera), ossia l’unico strumento col quale pervenire ad una forma che sia davvero “assoluta e necessaria”. Assoluta, ma solo in quanto rivelatrice della capacità di assumere valori, significati e usi diversi. Necessaria, ma solo in quanto coerente con le leggi di formazione della città così come si sono succedute nella Storia, prima della tabula rasa del modernismo. Con ciò, non mi riferisco necessariamente agli scritti e all’architettura di Rossi, il quale (lo ripeto ancora), combatteva il modernismo dall’interno del modernismo, ma più in generale a qualsiasi architettura intrinsecamente urbana. Per inciso, proprio ieri, dovendo recarmi in p.le Ostiense per sbrigare una pratica agli uffici dell’ACEA, ne ho approfittato, avendone il tempo, per fare una passeggiata in viale Giotto, e mai, come ieri, rimeditando su tali argomenti, ho preso coscienza di un’architettura in cui tutto (ma proprio tutto) mi parlava di città: dai raffinati dettagli (ottenuti variado soltanto la tessituta dei mattoni e il disegno delle modanature), alla straordinaria varietà nell’unitarietà (quella dei materiali, che è cosa ben diversa dall’uniformità (di forme), tipica della peggior cricca del modernismo), fino ad arrivare a quel (loosiano) concetto di appropriazione anarchica dello spazio che è ben ravvisabile in due splendidi murales: quelli che riproducono esattamente “Guernica” e “La guerra” di Picasso. Con ciò, non mi riferisco soltanto alla varietà delle facciate, ma anche (e soprattutto) alla varietà di certi scorci prospettici: quella che deriva da soluzioni plano-volumetriche attentamente studiate, anche in relazione ai salti di quota. Per inciso, nella vicina via di San Saba, non mancano neppure passaggi aerei di accesso alle abitazioni, quasi alla maniera futurista. Per non parlare di una splendida sequenza di giardini digradanti, purtroppo visibile solo in filigrana, poichè, per ragioni di privacy, tutte le ringhiere sono state schermate con un telo. Parafrando Rossi (“Autobiografia scientifica”), potrei dire che per me è stata come una rivelazione prima soltanto intravista. Inutile dire che in tutta quell’architettura, peraltro rigorosamente trilitica, non ho visto nessun riferimento a broccoli e cime de rapa, nè ad altre teorie più o meno cervellotiche: dai fantomatici “pattern” di Alexander (che, a quanto pare, hanno trovato la loro agognata “storicizzazione” all’interno della “biofilia” di Salingaros), fino ad arrivare ai “morfemi” di Lenci, che, pe’ quanto me risurta, nun so’ stati ancora “storicizzati” (ma è anche vero che Lenci è molto più giovane di Alexander; del resto, anche quest’ultimo, prima di convergere nel “gruppo Salingaros” (peraltro più ideale che reale), non se lo cagava nessuno, almeno in Italia). In generale, direi che in quell’architettura di viale Giotto (che è moderna già solo dal punto di vista anagrafico), ho visto un riferimento alla città come dovrebbe essere: una città radiosa nel senso di solare, ma solare nel senso di ridente. Infatti, nonostante er sole cocente de Roma, che nun te molla manco a settembre inortrato, ar quartiere San Saba ce trovi tutta l’ombra che te serve, e (cosa ancora più importante), la trovi nella forma in cui te serve: privata, semi-privata e pubblica (p.zza Bernini). Il tutto, senza il minimo spreco di suolo urbano. Architettura della città per antonomasia (e lo dico senza il minimo riferimento a Rossi). Tutto il resto è noia, compreso un intervento (il mio), che coi ritmi frenetici della vita attuale, ha ben poche possibilità di essere letto da un numero di persone superiore a quello che potrei contare sulle dita di una mano. Ma almeno a quei pochi (ma buoni), potrei benissimo aver lasciato intendere il senso di questo mio ennesimo intervento. Vedi, Giancarlo, quali che siano le invettive del mio amico Ettore nei confronti dei “lobotomizzati”, in realta non è lui ad essere spiritualmente affine a Corbù; direi piuttosto che sei tu ad essere spiritualmente affine a Salingaros, e, più in generale, a tutti quelli che ce vorebbero fa’ crede che la Terra è piatta solo perchè così sta scritto nella bibbia. Non so come la pensasse Guardini al riguardo, ma dubito fortemente che una siffatta teoria sarebbe apparsa “assoluta e necessaria” solo perchè elaborata da un Guardini qualsiasi. Lasciamo dunque la teologia ai teologi e l’architettura agli architetti, che ortrettutto fanno già abbastanza danni da soli. Grazie.
    P.S.) Vedere il mondo con gli occhi di un bambino significa vederlo da una prospettiva deformante ma necessaria, non foss’altro che nei riguardi di certi stucchevoli conformismi, specie se provenienti dai circoli… accademici (quelli veri). Solo così si comprende appieno il senso della frase: “Prima ancora d’essere un quartiere, San Saba è un interminabile “ooooohhh!” di meraviglia” (F. Abbate: “Roma: guida non conformista alla città”)

      • Andrea Di Martino ha detto:

        Molto appropriato come monito “anticitazionista” (quantunque lo spezzone di un film costituisca esso stesso una citazione, così come qualsiasi frase estrapolata da un qualsiasi libro: lo stesso dicasi per la frase (non a caso virgolettata) con la quale hai introdotto il tuo undicesimo “panino”). Difficile dire quale sia il motivo per cui una persona, in talune circostanze, senta l’esigenza di parlare per bocca di altri (come avviene in ogni citazione). Affinità elettiva? Parentela spirituale? Mero sfoggio di forbitismo? Ricerca de ‘na quarche “visibilità” in der blogghe? A sostegno delle prime due risposte potrei appigliarmi alle cosiddette “correspondances”, ma mi si potrebbe accusare di aver citato Baudelaire. A sostegno delle altre due, potrei appigliarmi a quel naturale istinto di conservazione che scaturisce sempre e soltanto da circostanze avverse, ma mi si potrebbe accusare di vittimismo, o (peggio ancora) di autoreferenzialità. Detta così, parrebbe un’impasse, ma in realtà non lo è. Qui non si tratta della parola mia contro la tua…Ops, pardon: volevo dire: qui non si tratta della citazione mia contro la parola tua (quantunque espressa a complemento di una precisa citazione: quella di Guardini). Molto più semplicemente, qui si tratta dell’atteggiamento che talune persone assumono nei confronti della citazione. Vedi, Giancarlo, se tu avessi concluso la tua introduzione al post con la frase “come architett(o) c’è n’è abbastanza per convertir(mi)” (piuttosto che “come architett(i)”… ecc.), non staremmo neppure qui a discuterne, giacchè il mio precedente intervento non avrebbe avuto motivo di esistere.

    • MAURO ha detto:

      […] E’ questa la vera metafica: l’atteggiamento di chi crede di poter fare a meno della ragione anche in ambiti che sono di pertinenza della scienza, e quindi della ragione […]

      Egr. Di Martino,
      è dal 19 Settembre che questa frase – o meglio questa categoria del pensiero, la “metafica” appunto – mi risuona in testa; dire che mi arrovelli sarebbe troppo, ma un certa ostinazione nel trovare una spiegazione, quella sì, lo ammetto….Ho pensato (così nell’immediato) al prefisso “meta” e alle sue infinite applicazioni e declinazioni: Metastasio, ma il drammaturgo settecentesco era anche sacerdote e la seconda parte della parola che lei ha utilizzato non si addice. Poi (ma è troppo facile sicuramente non alludeva a questo) un’assonaza mi ha suggerito che intendesse la categoria pittorica della Metafisica, ma anche in questo caso non torna, nonostante il Maestro fosse solito frequentare compagnie compatibile con la seconda parte del termine che ha utilizzato. Ho pensato ad un neologismo, ma il Devoto-Oli non mi è stato di aiuto. Mi sono detto: l’architetto potrebbe aver dimenticato (la tastiera, talvolta, tradisce l’impeto dello scrivere) la desinenza “si”, ma risulterebbe Metaficasi e qui l’Accademia della Crusca chiederebbe l’arresto (e non ci sarebbe decadenza da votare “che tenga”). In ultima istanza, ho pensato che intendesse mettere un trattino dividendo in due la parola: ma Me-tafica proprio “che c’azzecca? (avrebbe detto Di Pietro, quando ancora esisteva).
      Ci rinuncio, a me Metafica, non fa proprio venire in mente nulla….
      Ps. Io sono originario del Paese di Bertoldo e di G.C.Croce, un certo segno l’hanno lasciato.
      Saluti
      MAURO

      • Andrea Di Martino ha detto:

        Trattasi di errore d’ortografia da parte mia. Volevo scrivere metafisica, con riferimento a tutto ciò che esula dal riscontro oggettivo della scienza. Avevo usato il prefisso “vera” per discunguerla appunto dalla pittura di De Chirico, che è opera di fantasia ma senza nessun particolare riferimento alla teologia o al soprannaturale in senso lato. Mi scuso per l’errore, dovuto al fatto che per la fretta non ho riletto il testo prima di pubblicarlo

      • sergio de santis ha detto:

        Io non so se Di Martino risponderà … io lo faccio perchè la mia etica me lo impone … e comunque senza nessuna volontà di prendere le difese del giovane De Martino … anche perchè sinno’ s’encazza !
        Devo dire che in uno scambio di mail co’ GALAXATRON anche lui aveva notato questa cosa che aveva comunque catalogato nella tipologia del LAPSUS (?) …. si tratta invece E SENZA OMBRA DI DUBBIO (in quanto ho consultato gli esperti della RTLA – vedi fattura n. 1) di una dimenticanza derivata più dal fatto che il giovanotto è pieno di ormoni, e quindi tutto gli si mischia, piuttosto che di un generico granchio senza qualità … Certamente dato l’argomento si tratta di METAFISICA … che alla fine a pensarci bene è non è nemmeno così tanto lontano da METAFICA … per cui non escluderei quindi … ma qui nella sala scommesse di ARCHIWATCH lo danno 4 a1 … che possa trattarsi proprio di METAFICA … senza, perciò, nessun errore.
        E comunque ha fatto bene a rinuncia’ … questi so’ ragazzi … nun potemo compete! … ce fanno neri … a Lei nun je viene in mente gnente … SE PENSI CHE IO MANCO L’AVEVO VISTO!!!
        MICA LO SO CHI STA PEGGIO!
        AUGURI MAURO …continui così … lei è un furbacchione … ma i suoi stimoli ci stimolano!

  3. sergio 43 ha detto:

    Intenso articolo e intensa risposta. Bravi! Come un bello scambio a Wimbledon.
    Per far sorridere Andrea Di Martino gli voglio raccontare di un pomeriggio di cinquant’anni fa in Aula, tutti in attesa di un colloquio con Bruno Zevi, ritto tra noi. Chi come me doveva fare l’esame di Storia e chi ce l’aveva come realatore. C’era un ragazzo un po’ più grande che difendeva la sua ricerca su Quadrio Pirani, su San Saba usando praticamente gli stessi argomenti, giusti per la parte loro, di Andrea. Questo laureando si difendeva con foga (a me sembrò che avesse scelto Relatore ed argomento con intenti un po’ di sfida) mentre Bruno Zevi lo guardava fisso senza reagire, con un aria più sorpresa che irritata, come a dire: “Ma come? Dopo tanto Wright, architettura organica, Broadacre City, Ville Savoy, che v’ho insegnato mi vieni a disquisire di dettagli, tessitura di mattoni, cornicioni, modanature? Ma come ce sei venuto?”. Povero Bruno, aveva già l’espressione di uno sconfitto. Anni dopo quando morì andai nella camera ardente a via Nomentana. Feci le condoglianze alla signora Zevi che avevo conosciuto nelle riunioni presso il “Circolo Fratelli Rosselli” del Prof. Umberto De Martino, esprimendole il dolore per la dipartita che rinnovava il dispiacere di quando aveva dato le sue dimissioni dalla Facoltà. La signora Laura mi raccontò che, prima di decidersi a quel passo, lei e il marito ne avevano discusso per tutta una lunga notte insonne. Sono passati tanti anni ma sembra ieri! Certo, mi accorgo che c’è poco da sorridere, Andrea. Dopo tante sconfitte, dimissioni dalla realtà, Assi abortiti, complessi residenziali a “macchia di leopardo” per morfologia e risultati, più incongrui di quelli d’antan a” macchia d’olio”, stiamo ancora lì: come deve essere “La Città dell’Uomo” di oggi, titolo cui fa riferimento la copia della rinnovata rivista Domus?. Cito ancora il teatrante shakespeariano: “We don’t know! It’s a mistery!”

    • Andrea Di Martino ha detto:

      Allora ho paura che di notti insonni ne avremo ancora parecchie. Ma anche quelle sono la conseguenza del nostro Essere nel mondo, che è bene prolungare il più possibile, al di là di ogni dubbio (amletico) sul senso stesso dell’Essere (praticamente il mistero dei misteri: altro che l’architettura sulla quale ci accapigliamo!). Se tutto il mondo è palcoscenico, allora l’architettura è un modo come un altro per allestire la scena. E per quanto semplicistica possa apparire tale definizione, sta di fatto che certe tragedie, così come certe commedie, sono destinate a ripetersi continuamente. Poco importa se si ripetono a intervalli regolari (ossia nei giorni e negli orari previsti per i singoli spettacoli teatrali), piuttosto che in ordine sparso (ossia all’interno delle innumerevoli casualità della vita). “The Show Must Go On!” è nella natura stessa delle cose (un po’ come er bosone de Igghese). Vero è che per un teatrante, quella regola è valida ogni volta che calca le scene di un qualsiasi palcoscenico di un qualsiasi teatro (foss’anche un “falso storico” come quello di villa Borghese). Ma è anche vero che il teatro è di chi lo segue. Sarò retorico, ma se l’architettura è di tutti, allora la “Città dell’Uomo”, come il nome stesso suggerisce, andrebbe votata a maggioranza :)

  4. Andrea Di Martino ha detto:

    Ancora una volta l’intervento di Sergio De Santis è di un’acutezza critica indiscutibile. Nella mia risposta al (dubbio?) di Mauro, avevo parlato di semplice errore d’ortografia, senza nesun particolare riferimento alla categoria dei lapsus, proprio perchè, come dice Sergio, tra METAFISICA e METAFICA non c’è una grande differenza. Come non c’è una grande differenza tra un certo ideale di donna quale si delinea in certi desideri e in certe aspettattive e la sua rappresentazione (più o meno idealizzata), da parte di un certo filone della letteratura, dell’arte e della cinematografia. Non sempre ciò che è reale è stato rappresentato in modo realistico. Ciò premesso, qui il prefisso META precede due concetti distinti, ma se il primo riguarda la materia e quindi tutto ciò che è reale, è evidente che il secondo concetto è già implicito nel primo. Dire METAFISICA è come dire METATUTTO. Vero è che quel TUTTO è esprimibile sempre e soltanto attraverso la comunicazione scritta e/o verbale: la stessa che è servita tanto ad Einstein per descrivere la teoria della relatività, quanto a Trilussa per descrivere la vispa Teresa. Pura FISICA, nel primo caso; METAFICA nel secondo, e quindi, a suo modo, METAFISICA.

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