I furbetti del cantierino …

L’Ara Pacis … e il gioco delle tre carte …

ti faccio il sottopasso …

ti faccio sparire Morpurgo …

ti faccio fesso …

GM 8.12.05

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

10 Responses to I furbetti del cantierino …

  1. Cristiano Cossu ha detto:

    Da Europaconcorsi traggo e allego:
    “Pozzuoli (NA) – Cinque urbanisti per rivoluzionare Pozzuoli

    Di Andreana Illiano

    Un book fotografico e una planimetria: ecco il biglietto da visita inviato a cinque architetti di fama internazionale per ridisegnare la fascia costiera di Pozzuoli. Il Comune lancia l’idea: un concorso internazionale di idee per il decollo turistico, utilizzando il mare e l’ex stabilimento industriale della Sofer. Si cerca insomma chi possa coordinare il bando, tracciando le linee essenziali della progettazione. Santiago Calatrava, Alvaro Siza, Mario Botta, Daniel Libeskind, Peter Eisenman hanno ricevuto l’invito e tutti, senza esitazione, si sono detti disponibili a un sopralluogo. (…)”

    Poveri urbanisti italiani! Rintanati nel loro hortus conclusus ex marxista-leninista iperpianificato non si sono accorti che i Pippobaudo dell’archistarsystem mondiale giocano al posto loro…
    E poveri architetti: una maligna “Merloni universale” gli impedisce di lavorare a casa propria se prima non sono entrati nell’Olimpo dei progettisti segnalati da La Repubblica, Corriere della Sera e Casabella.
    La Concorrenza, Signori, la Concorrenza!
    E io, architetto povero, che pensavo inutilmente a come difendermi dal Geometra Cinese qui accanto, cattivissimo e italianissimo, che però di cognome fa Bolkestein (di nome Gavino): non solo gli devo timbrare i progetti, ma poi debbo anche accettare soltanto il 40% della mia Tariffa Minima Obbligatoria Inderogabile. Mi dice sempre che il 100% sarebbe eccessivo, a lui non resterebbero che le briciole.

    Saluti

  2. rossella Ongaretto ha detto:

    il famoso gioco delle tre carte è sempre nato per intortare i presenti e soprattutto i presenti assenti che in questo caso sono i cittadini romani
    e grande assente della cosa è l’urbanistica ancora una volta un’arte dimenticata nella nostra città. Non posso far altro che dare atto del fatto che il gioco delle tre carte in Italia vince sempre e che l’urbanistica muore ancora una volta e la storia si dimentica di nuovo. Qui ora in tre righe e due sciocche parole non posso far altro che esprimere quanto non ami il progetto realizzato che non fa altro che aumentare il vuoto di questo luogo romano, e non fa altro che cancellare parte della storia di questa città.

  3. Isabella Guarini ha detto:

    Non è molto difficile immaginare il motivo per cui gli amministratori cercano personaggi straordinari a cui affidari incarichi ordinari. Vivendo a Napoli ho imparato che l’ordinaria amministrazione è straordinaria e si fa solo se esistono finanziamenti straordinari. Al momento i fondi europei, milioni e milioni di euro, offrono la possibilità agli amministratori di agire delegando ad altri il compito di realizzare i progetti.
    Ma, non tutto è così chiaro perchè le “star” non hanno tanto tempo da dedicare alle innumerevoli commesse per cui si affidano, a loro volta ai tecnici comunali, che sono i veri artefici dei progetti. Così è avvenuto per l’auditorium di Ravello, il cui progetto è stato redatto dall’ufficio tecnico su ideazione di Oscar Nemeyer, che, forse, non ha mai mai messo piede in Costiera Amalfitana. A presto, Isabella Guarini

  4. alessio lenzarini ha detto:

    Vivo ormai da giorni in uno stato di tensione e di prostrazione intollerabile, non riesco più a lavorare, nè a rilassarmi, nè tantomeno a dormire… ogni brandello di serenità sembra scomparso dalla mia esistenza… sig. Muratore, questa volta ha un po’ esagerato con la schiettezza che la contraddistingue… va bene essere chiari e diretti, ma certe notizie andrebbero date con tatto, un po’ alla volta, per non scioccare i suoi lettori: è sparito Morpurgo? Veramente? E ce lo dice così? E adesso come facciamo? Ho subito cercato Morpurgo sulla garzantina di Architettura e… era sparito pure da lì… probabilmente prima del cantiere di Meier ci stava, ora non ci sta più… forse Veltroni si è introdotto nel mio studio ed ha strappato la pagina! Ma la famiglia Morpurgo cosa dice? Esiste ancora una progenie del sommo? E non si incatenano agli orridi pilastri in c.a. del cantiere per protestare? La cosa che mi fa stare più male è che il progetto di Meier sembrerebbe bellissimo e viene quasi da temere che tra qualche anno nessuno parlerà più di Morpurgo! Gli eroici combattenti della soprintendenza hanno provato a salvare il salvabile, ma sono riusciti soltanto a modificare in corso d’opera il progetto, indebolendolo un pochino, rendendolo un po’ meno espressivo e originale, ma purtroppo non è bastato: il maledetto talento creativo di un pericoloso grande architetto contemporaneo è riuscito comunque a garantire i margini per un ottimo progetto… un progetto che non è nemmeno troppo dissonante verso il contesto, un progetto talmente calibrato che riesce ad essere pienamente contemporaneo senza gridare troppo… bisogna ammettere che Meier è stato veramente subdolo, che ci ha fatti veramente fessi: è riuscito ad esprimere, in pieno centro storico romano, tutta la sua poetica, incentrata sul rapporto tra l’impostazione di un semplice tema spazio-volumetrico basilare ed un processo di complessa stratificazione ed accelerazione del segno, fino a rendere il progetto percepibile dallo spettatore su piani diversificati, fino a moltiplicare i livelli interpretativi dell’opera… insomma: una poetica così astrusa e cervellotica che non può non fare indignare chiunque dotato di buon senso… un’arte degenerata, che ora ci ritroviamo, seppure in versione leggermente edulcorata, in pieno centro storico romano… a due passi dal Vittoriano!

    Mi scuso per lo sfogo con i lettori di questo blog, ma ho ritenuto che condividere le cause della mia tensione potesse essere l’unico modo per uscirne…

    buona giornata a tutti

    alessio lenzarini

  5. CESARE VALLE ha detto:

    SOLO ADESSO CI SI ACCORGE DELL’AVERE DEMOLITO UN EDIFICIO DI MORPURGO. CHE ALL’EPOCA FU SEGNALATO ANCHE PER AVERE UTILIZZATO UN NUOVO MATERIALE (IL CEMENTO ARMATO) PER REALIZZARE LE TRAVI DELLA COPERTURA .

    l’EDIFICIO PRECEDENTE MEGLIO SI INSERIVA NEL CONTESTO QUESTO NON MI SEMBRA

  6. Isabella Guarini ha detto:

    Il commento di Alessio Lenzarini mi ha indotto a riesaminare il testo di Kennet Frampton sull’opera di Richard Meier, nel caso avessi esagerato con il mio giudizio sull’opera di Meier a Roma, in particolare per l’Ara Pacis. Le immagini delle opere scorrono nelle cinquecento pagine del libro, Electa 2003, senza soluzione di continuità ed è possibile rintracciare la permanenza dello stile sin dagli anni settanta. Case americane nello stile Meier, che “si realizza sterilizzando i materiali che mescola , ripulendo, ossessivamente, ogni forma da qualsiasi traccia di guasto, attribuendo a ciascuna costruzione un aspetto rassicurante, familiare e gratificante, tale da soddisfare, con collaudata efficienza professionale, le attese del pubblico sempre più vasto, che il culto per la sofisticazione unisce”, come scrive nella prefazione Francesco Dal Co. A questo punto mi pare che il mio commento di dimora sull’oceano non sia lontano dalla caratteristica sostanziale dello stile di R.M. interprete dell’ abitare americano nei grandi spazi liberi. Mi soffermo su un Edificio per Mostre e Congressi nella Piazza di Ulm. Certo l’immagine delle guglie che si vedono dall’interno vetrato è molto suggestiva in quanto mette a diretto contatto visivo l’antico e il moderno. Fin qui nulla da dire, ma sulle rive del nostro Tevere le suggestioni si spengono, per quanto mi riguarda, perchè non posso non considerare il ruolo vincente del contesto a cui l’edificio, volutamente tenuto a bassa quota, cerca di adattarsi. Penso che il miglior Meier sia quello degli spazi liberi, tra cielo azzurro e verde, visto dalle ampie vetrate, non assolate, come le nostre sulle rive del Mediterraneo. Saluti, Isabella Guarini

  7. alessio lenzarini ha detto:

    Rifacendomi all’intervento di Isabella Guarini, puntualizzo che non era mia intenzione affermare che il progetto di Meier per l’Ara Pacis sia stato pensato con particolari attenzioni contestualiste, ma semplicemente che, pur nel suo palese individualismo formale, non mi sembra abbia un impatto eversivo verso il contesto e sia sufficientemente discreto e minimale per non dare alcun motivo di gridare allo scandalo. Così come non penso, d’altra parte, che il linguaggio di Meier nasca in generale da un rapporto con i contesti americani in cui si è trovato ad inserirsi: credo invece che si tratti di un linguaggio palesemente autoreferenziale, il cui fulcro poetico risiede, a mio parere, nella dialettica compositiva cui accennavo nel mio intervento precedente.

    Il disagio che avverto tutte le volte che si parla di contestualismo, sta nel fatto che sembra che si parli di un dogma, di un atto dovuto, di un imprescindibile criterio di valutazione per ogni progetto: come se il rapporto col contesto fosse parte dello status disciplinare dell’architettura, come se si dicesse che un edificio, per considerarsi davvero tale, deve stare in piedi, deve assolvere al programma funzionale e deve rapportarsi armonicamente al contesto. Ma questo non è vero. Il contestualismo è una poetica architettonica, è un modo di pensare il progetto come se sgorgasse naturalmente dai segni, diretti o indiretti, che il sito suggerisce. Ci sono tante altre poetiche, altri modi di pensare il progetto. Io non identifico minimamente la mia sensibilità di architetto nel rapporto con il contesto, è una mia scelta, ho altri interessi: però riesco ad apprezzare progetti contestualisti intelligenti, in cui il contesto diviene un tema portante della composizione, attraverso episodi che mi inducono al gioco intellettuale del parallelo e della scoperta, rivelandomi, magari, riferimenti inattesi o dimenticati. Ed è anche per questo che mi dispiace quando su un bel progetto di architettura, come quello di Meier, si finisce solo per dissertare se ‘sta bene o non sta bene’ lì dove viene costruito. Non è un progetto contestualista, questo si sa: proviamo comunque a capire quali siano le sue qualità e magari ad apprezzarle. Proviamo anche a considerare un progetto come espressione del pensiero di un artista, figlio di un’epoca piuttosto che di un luogo, e proviamo ad interpretare cosa ci vuole dire tale artista sia col singolo progetto sia con l’insieme della sua opera. Detto questo, se poi il progetto per l’Ara Pacis o se Meier in generale proprio a qualcuno non piace, allora si entra nel campo della diversità di idee, che è il campo più bello del mondo… ci mancherebbe…

    P.S. Purtroppo non dispongo della monografia Electa su Meier e per ora non posso leggermi la prefazione di Dal Co. Ma davvero Dal Co liquida Meier come un manierista patinato del Movimento Moderno? So che questa è l’etichetta superficiale che solitamente Meier si porta dietro, ma non sono assolutamente d’accordo. Mi viene da pensare che il brano citato da Isabella Guarini si riferisca ad un circoscritto momento o aspetto dell’opera meieriana e non a Meier in generale… appena mi sarà possibile, leggerò con curiosità tutto il testo

    buona giornata a tutti

    alessio lenzarini

  8. Attilio Agonagro ha detto:

    Ho appena letto in un commento qui sopra la filastrocca della “espressione del pensiero di un artista figlio di un’epoca ecc. ecc.” che sovente si tira fuori quando si discute dell’opportunità di piazzare un coso nuovo in un’area storica.
    Io credo che regalare alla vicenda Ara Pacis addirittura il valore di una dissertazione pro o contro il contestualismo sia anche eccessivo visto il carico -scarso- di significati che essa propone, a fronte di tutt’altre dinamiche che ne hanno determinato l’attuazione. Un’architettura non è un dipinto, non è un brano musicale, non è un film. Un’architettura ha valore *impegnativo* e permanente per le persone ed i luoghi che interessa, e quindi non è mai, in nessun caso, un’espressione libera d’artista.
    Perché il coso di Meier non sono andati a metterlo in un’area periferica, dove sicuramente avrebbe abbellito qualunque contesto? Perché non l’hanno usato per fare un’operazione Bilbao (che è tutto dire, ma perlomeno innesca processi urbanistici utili)?
    D’altra parte non si intende criminalizzare Meier; s’intendono criminalizzare gli amministratori che hanno condotto una simile operazione, e pertanto anche il riferimento al “campo della diversità delle idee” come la neutralizzazione dei processi decisionali è a mio parere, ma senza animosità, fuori luogo.

    Saluti al prof. G.M.

  9. Isabella Guarini ha detto:

    Il testo da cui ho preso il commento all’opera di Dal Co è la prefazione del libro che comprende l’intera opera di Meier. Condivido il pensiero di Lenzarini nel merito della dimensione minimale dell’intervento di Meier per l’ Ara Pacis, ma, scusate se insisto, il valore simbolico è inestimabile e non può essere autoreferenziale. Infatti penso che progettare in compagnia di ruderi archeologici presenti negli strati delle nostre città sia un privilegio e la massima prova a cui sottoporre la capacità di un architetto d’ interpretare e trasmettere la memoria collettiva. A Napoli, più di una stazione della costruenda metropolitana ha offerto al progettista la possibilità di misurarsi con eventi archeologici di straordinaria importanza, come l’intera Piazza del Municipio che ha dato alla luce imbarcazioni di età romana e fortificazioni medioevali, nei pressi del porto. Ma il tempio corinzio di Piazza Nicola Amore è qualcosa di eccezionale. Non resta che attendere il risultato. Isabella Guarini

  10. rossella Ongaretto ha detto:

    Voglio approfittare di questo spazio per precisare che il progetto di Meier non mi infastidisce per la sua forma di astrazione edulcorata dal contesto, piuttosto non mi convince per una serie di motivi diversi tra i quali il fatto che questo intervento avrebbe potuto essere una fortuita occasione per riuscire a risolvere le fratture e dissonanze urbane e architettoniche che contraddistinguono da sempre questo settore urbano del centro storico di Roma.
    La perdita dell’edificio di Morpurgo resta un fatto grave: l’ennesima cancellazione di memoria storica della nostra architettura. Il rpgoetto di Morpurgo si inseriva anche esso in modo astratto nel luogo e il suo valore non consisteva certo per riuscire a risolvere le problematiche urbane dell’area. A mio avviso era necessario altro per risolvere tali fratture, non certo cancellare ulteriori tracce di memoria.
    Il rpogetto di Meier non è riuscito affatto a valorizzare questo luogo e a risolvere la frattura urbana che lo caratterizzava.
    Resta indiscusso il fatto che tale intervento sia un edificio di sicuro valore architettonico ma forse inutile per questo brandello di centro della città romana.

Scrivi una risposta a Cristiano Cossu Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.