‘In cima a Sant’Ivo quel febbraio in cui scoppiò il ’68 …
“Egregio professor Muratore,
le invio una delle mie ultime cose pubblicata nel volume che celebra i 100 anni di vita (interrotta!) della rivista “Arte cristiana”.
Il tema sostanziale resta quello del rapporto antico/nuovo.
Così come il taglio scelto non vorrebbe, citando Pasolini, eludere il “mio tempo”.
Sarei lieto sapere cosa ne pensa.
Suo”
Saverio Carillo
caro Carillo …
la ringrazio di avermi inviato questo suo, come al solito ponderosissimo saggio …
le sono particolarmente grato anche perché gli episodi da lei ricordati …
e che spiegano con grande chiarezza uno dei monenti salienti del dibattito …
contemporaneo sul contemporaneo …
sono stati di grande importanza negli anni della mia formazione …
e hanno, sicuramente, lasciato un segno profondo …
ho avuto la fortuna di conoscere parecchi dei protagonisti da lei citati …
e ricordo, come se fosse ieri, lo choc che ebbi entrando nella chiesa di Arezzo …
dove avevo portato un mio amico a vedere la nuova sistemazione di Dezzi Bardeschi …
quando, entrando, non trovai più nulla …
fu un momento di vero e proprio panico onirico …
ebbi una vera e propria crisi di identità …
non potevo credere ai miei occhi …
tutto era sparito …
l’equivalente di un’apparizione, …
ma, al contario, …
l’altare era improvvisamente scomparso nel nulla …
all’epoca la cosa mi sembrò “impossibile” …
e, comunque, per anni …
entrando in quella chiesa …
ho continuato a “vedere” l’opera di Dezzi Bardeschi …
purtoppo è un po’ che non ci vado …
anche perché sulla piazza non si può più parcheggiare …
e chissà se mi farebbe ancora quell’effetto …
ora, lei mi spiega i tanti perché di quella “sparizione”…
grazie …
P.S. : spero che quell’ “interrotta” …
riferito ai cento anni di vita di “Arte Cristiana” …
sia, naturalmente, un refuso ….
altrimenti ci sarebbe di che preoccuparsi …
A venticinque anni dalla scomparsa di Gianfranco Caniggia credo che non ci sia migliore modo che ricordarne l’insegnamento mostrandone gli esiti costruiti nell’opera di Matteo Ieva, forse il suo allievo più convinto e tenace, al quale siamo debitori, di questa e altre architetture che chissà se presenteremo tra questi pixel, di alcuni testi che tentano di ampliare anche l’edificio teorico della “scuola” caniggiana nella cultura architettonica contemporanea.
Questa che Ieva, con Robbe, ha costruito a Canosa di Puglia è una semplice casa in linea, in parte destinata a uffici, che programmaticamente, polemicamente e in modo esemplarmente didattico, tenta di eliminare dalle responsabilità dell’architetto tutto quello non strettamente inerente l’Edilizia, cioè l’Architettura come Arte con la maiuscola. Prima domanda: è’ possibile provarci ancora, dopo tanti tentativi, oppure oggi, come mi sembra, è una scelta “artistica” anche questa tra le altre possibili? Silenzio e inespressività, negazione e anedonia, cioè incapacità di provare piacere o dispiacere.
Seconda domanda: non è paradossale illudersi di poter ridurre cento anni di meticciato con le altre arti (pittura, scultura, letteratura) a problemi soltanto di ottimo artigianato edilizio, di corretta correlazione tra costruzione e distribuzione, di “simmetrica” composizione di muri e pilastri, di gerarchia di elementi, di buon uso di materiali e tecnologie locali in nome del massimo rendimento?
Programmaticamente non c’è scelta in Ieva che non sia motivata da vincoli e limiti tutti e soltanto e-di-li-zi. Esemplare la simulazione con il rivestimento di un’ossatura muraria che segna di marcadavanzali le facciate in nome del linguaggio locale, un disegno subito contraddetto e aggiornato da logge e portici che rendono leggibili la verità costruttiva cui obbliga il rischio sismico: strutture portanti a telaio in c.a.
La lezione caniggiana sembra ben appresa proprio nel tentativo, riuscito, di far scomparire nel lavoro tecnologico sull’organismo la propria firma autoriale. Scompare il nome dell’autore in nome del principio di necessità. Caniggia stesso voleva farsi vedere scomparendo in una Scuola (Romana) di cui si sentiva figlio, al punto che, forse, non bisogna più ricordare lui ma, in nome di quella scuola, occorrerebbe citare Milani, Foschini, Aschieri, Piacentini, Vagnetti, ecc…
E allora, con Ieva, con Caniggia e tutta la banda degli architetti FINTI anonimi, molto volentieri mi illudo di sparire anch’io e a titolo d’introduzione alle raffinatezze del rivestimento che corruga la facciata dell’edificio di questo edificia a Canosa lascio parlare un Vincenzo Fasolo del 1959 dalla sua “Introduzione alla Storia dell’Architettura” :
«Nella norma costruttiva della corrente edilizia le strutture offrono oggi termini estetici nei quali, come si è già detto, si afferma il concetto della corrispondenza forma-struttura rivelato dalla Storia. E quindi il criterio generalmente ammesso della rivelazione diretta del telaio costruttivo, fatto espressivo dal rapporto di dimensioni i cui fattori, pur rigorosamente calcolati, lasciano adito di possibili proporzionamenti affidati alla sensibilità armonica dell’architetto (sezioni di pilastri, rapporti di altezza-lunghezza di luci, di aperture).
Nei limiti strettamente tecnici del materiale le possibilità di modellazione e di determinazione della “linea” architettonica sono date da lievi risalti in orizzontale e in verticale. Da ciò il valore geometrico del partito compositivo esteriore: sul ritmo quadrato o rettangolo; sulla dominante verticalità. Le possibilità di svincolo dal rigore della intelaiatura sono tuttavia offerte dalla parte che l’invenzione corrente affida al vetro. Sono gli sbalzi di solette e di armature che consentono di superare i limiti dell’appiombo o del “filo muro”. La chiusura degli spazi è affidata a materiali leggeri e, soprattutto al vetro. Se quanto ora si è detto definisce un criterio assoluto di “purità” costruttiva, per altra via — e sotto l’ispirazione di altre idee estetiche — è lecito affermare nuovamente la validità della pratica, secolarmente attuata, consistente nella rivelazione espressiva mediante i “rivestimenti” VF».
Vada come vada,”
Giancarlo Galassi :G
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“E’ sufficiente bandire un concorso d’architettura per far si che l’Amministrazione, come dice Sergio Brenna, possa responsabilizzarsi? IL ” nuovo ” PRG di Roma prevede in qualche sua parte che, ricorrendo a un concorso di progettazione, il privato proponente riceva in cambio una maggiore cubatura. Non mi sembra un ” virtuosismo” anche se, per la verità, non ho notizia se qualche ” mecenate” (sic) sia ricorso mai a questa possibilità. E’ forse responsabile eccedere in cubatura e in consumo di suolo? Ora io non so se sia vera la storia di Feltrinelli j che si perde in un hotel internazionale sedotto dai due HeM. E’ solo questo il problema?.Cambiando architetto su concorso cosa cambierebbe? Basterebbe a risolvere il problema di assicurare alla comunità, ai cittadini, modalità e potere affinché l’interesse privato sulla città non venga mediato dall’Amministrazione a vantaggio esclusivo dei proponenti (come sembra invece auspicare la norma del citato piano del Veltroni)?. ………………….. nel caso romano poi … basterebbe vedere come sono andate le cose nei casi di: … piazzale dei Navigatori … delle aree ATAC … dei mercati rionali … del Campidoglio 2 … delle nuove linee metropolitane … tanto per fare qualche esempio … per rendersi conto della “complessità”, … diciamo così, della situazione … da tempo instauratasi tra pubblico e privato … |