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- AUGURI DARIO! 10 Agosto..
- Pubblicazione del volume “INNOCENZO SABBATINI. ARCHITETTO 1891-1983”.
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Bella di notte … al Quartaccio …
Pubblicato in Architettura
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I Minissi-boys … vs. Sgarbi: … l’ora degli appelli …
appelli per la salvezza delle “serre” di Minissi …
si susseguono ormai giornalmente per contrastare la proposta Sgarbi …
esclusa la mediazione di Rubbia …
che di “solare” se ne intende …
ma che per motivi “ambientali” …
si è traslocato altrove …
francamente a noi interessa, soprattutto, la tutela dei mosaici …
il resto sa un po’ di aria fritta …
tra un hi-tech all’amatriciana …
e un Getty-Malibu alla Pachinese …
forse sarebbe meglio sotterrare di nuovo tutto e …
intanto andarsi a vedere i mosaici del Bardo …
Pubblicato in Architettura
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Paesaggio italiano … a proposito di “mostri” … e di cemento “globale” …
Italcementi … da Bergamo al Kazakistan …
quindi …
sponsor di Vema … a Venezia …
Cliccando a caso: …
… “Dati da capogiro quelli della Cementir: l’utile netto è cresciuto del 66,2% toccando 51,3 milioni di euro. La società di Francesco Gaetano Caltagirone aggiunge così un altro risultato da record al cemento italiano dopo i dati quasi altrettanto positivi di Italcementi che, nei giorni scorsi, ha pubblicato una semestrale con un Utile netto consolidato da 339.7 milioni di euro in aumento del 59,3%” …
Italcementi …
… “Da un primo esperimento nel 1864 in una villa di Scanzo, alle porte di Bergamo, alla presenza in 19 paesi nel mondo, attraverso quattro continenti. Dalla macinazione dei primi prodotti in un mulino ad acqua precedentemente utilizzato per il grano a 60 cementerie …
… una realtà industriale nata sulla scia delle prime grandi opere civili dell’Italia nella seconda parte dell’800 (nel caso specifico la linea ferroviaria fra Venezia e Milano) con quella attuale di un gruppo internazionale tra i leader mondiali del settore, con una produzione di 48,1 milioni di tonnellate di cemento e di 20,8 milioni di metri cubi di calcestruzzo …
… è con l’acquisizione di Ciments Français, nell’aprile del 1992, una mossa che sorprende il mercato, che si realizza in un sol colpo il processo di globalizzazione della società. Un’operazione che racchiude tre primati: si tratta della più rilevante acquisizione industriale realizzata all’estero da un gruppo italiano, è il più importante aumento di capitale (5 miliardi di vecchi franchi francesi pari a 762 milioni di euro) effettuato alla Borsa di Parigi ed è il più rapido aumento di dimensioni mai registrato da una società industriale italiana, cha passa da un fatturato pre-acquisizione di 1.500 miliardi di lire (775 milioni di euro) a un giro d’affari consolidato di oltre 5 mila miliardi (2.582 milioni di euro) del nuovo gruppo. L’acquisizione – che ha richiesto un impegno di circa 1.500 miliardi di lire (775 milioni di euro) – cambia la fisionomia del gruppo: il peso dell’Italia sui ricavi scende dal 97% al 27,5%, mentre le cementerie salgono a 51, le centrali di calcestruzzo a circa 500, mentre i dipendenti, dislocati in 13 paesi, sono oltre 20 mila …
…Mentre in Italia viene portata a termine nel 1997 l’acquisizione di Calcestruzzi, l’attenzione si focalizza sullo sviluppo nei paesi emergenti, nella logica di diversificare i mercati verso aree geografiche con maggiori potenziali di crescita …
… I primi passi sono rivolti verso l’Europa dell’Est (Bulgaria), ampliando l’orizzonte verso Oriente dove vengono acquisite nuove società in Kazakistan e in Tailandia.
La tappa successiva è il posizionamento in India, che rappresenta il terzo mercato mondiale del cemento. Dai piani di sviluppo non resta escluso il continente africano: al rafforzamento della presenza in Marocco si affianca lo sbarco in Egitto …
… Sempre più “A world class local business”.
… La presenza di Italcementi Group in Italia: 18 cementerie, 242 impianti di calcestruzzo, 8 centri di macinazione,
53 cave di aggregati, 1 impianto di produzione additivi, 1 impianto di produzione tubi in gres.
…Con oltre 22.300 dipendenti, il Gruppo vanta, al 31 dicembre 2005, un dispositivo industriale di 62 cementerie, 14 centri di macinazione, 4 terminali (di cui uno anche centro di macinazione), 147 cave di inerti e 575 centrali di calcestruzzo” …
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Equazioni veneziane … Gregotti:Purini=Rogers:Burdett …
Gregotti sta a Purini come Rogers sta a Burdett …
Pioggia di premi in laguna …
la Biennale … si premia …
ancora una volta … “in famiglia” …
e Vema … colpisce ancora …
il premio più scontato? …
c’era da scommetterlo …
quello intitolato a Manferdo Tafuri …
“per la storia, la teoria e la critica” …
conferito, aruspice Purini , …
a Vittorio Gregotti …
«per l’alto contributo teorico dato a una riformulazione rigorosa e creativa della tradizione moderna» …
Lo dicevamo da tempo che …
Dallo Zen, via Acilia-Madonnetta, a Vema …
il passo è breve …
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“Trozzi … Trozzi … chi era costui? …”
Pietro Trozzi … un architetto “qualunque” … in terra pontina …
E’ dedicato all’opera di Pietro Trozzi il volume di Sonia Lodo (Pietro Trozzi 1913 –1959, Casa dell’architettura edizioni, Latina, 2006), appena pubblicato come primo titolo della collana “Archivi di architettura moderna” all’interno del progetto A.D.A.M.O. promosso da Pietro Cefaly …
Ve ne anticipiamo le nostre poche righe di introduzione: …
“Trozzi … Trozzi … chi era costui? …” , così potrebbe iniziare questo libro che ripercorre la vicenda professionale di un architetto, praticamente sconosciuto, uno dei tanti, dei cento, dei mille Carneade che hanno costruito la città italiana del novecento e sui quali non si è mai data l’occasione per riflettere abbastanza. Pietro Trozzi potrebbe essere anche l’eroe minore di un romanzo pontino di Antonio Pennacchi … Ma Trozzi è anche una di quelle figure fondamentali nella definizione di un orizzonte storiografico che non si voglia vincolato ai soliti nomi, alle solite presenze, alle solite figure che compaiono ossessivamente sui libri di storia dell’architettura solo perché hanno avuto magari la ventura di comparire qua e là, citati su un articolo di rivista, selezionati in qualche concorso, comunque ricordati per qualche occasionale situazione di mediatica visibilità. Quanti sono questi architetti ignoti cui invece si deve, in buona sostanza, la continuità, la tracciabilità di una condizione umana e professionale che se, nei fatti, ha significato esclusione ha anche avuto, d’altro canto, il senso di un’ineliminabile quanto costitutiva presenza? Quanti sono questi anonimi costruttori ancora senza volto che hanno “disegnato” l’immagine diffusa di un paese che in loro, al fondo, si riconosce in maniera sicuramente meno “altra” rispetto ai tanti e ben più noti, riconosciuti, “maestri”. Questi silenziosi artigiani del progetto che hanno contribuito a costruire e diffondere un senso di qualità disseminata nelle infinite occasioni di un’idea di architettura che possiamo ritrovare, almeno fino a tutti gli anni sessanta, un po’ in tutta la provincia italiana, nei territori di nuova espansione, nelle periferie non ancora metropolitane, nelle città nuove che, come nel nostro caso, si offrono come luogo di una speciale nuova e modesta, seppur vitale frontiera per un’architettura contemporanea profondamente segnata dalle aspirazioni a una modernità diffusa, fatta di piccole cose, ma capace di informare di sé l’immagine stessa del paese che si voleva rinnovato.
Pietro Trozzi di quest’Italia che si va costruendo tra i Trenta e i Cinquanta, nella sua presenza discreta e insieme prolifica rappresenta un esempio tipico; in qualche modo ne diventa il campione anonimo, obbligato gregario per avventure minime in terre di provincia, di quella “provincia” di cui è sostanzialmente fatto il nostro paese così alieno, per storia e tradizione, alle sue acerbe avventure metropolitane. Un’Italia fatta di piccole cose e di piccole case che travalica tra due dopoguerra attraverso la messa a punto di un modello abitativo, e di una serie di tipologie insediative e residenziali che diventano lo specchio di una società insieme legata alle sue dimensioni più recondite e ancestrali come alle sue aspirazioni più “moderne”. E’ l’Italia della Mille Miglia e del Giro, della Vespa e della Lambretta, della Simmental, di Coppi e di Bartali, quella che si snoda sotto i nostri occhi sfogliando le pagine di questo libro le cui architetture potrebbero fungere da scenario per un film del primo e del secondo realismo nostrano (e non è un caso che Trozzi nasca all’architettura proprio come scenografo con Marchi). Attraverso l’evoluzione dei diversi progetti si legge, in contro-luce, la trama di una vicenda italiana che dalla periferia del Fascismo sfuma con continuità e senza apparenti traumi verso la Ricostruzione; stesso disincanto, stessa attitudine alla presa d’atto, stessa disponibilità verso una committenza, al fondo, discreta fatta di concretezza e di piccole aspirazioni ad un benessere sociale piccolo-borghese del quale l’architettura si fa veicolo, immagine, status-symbol. Quello che cambia, se cambia, è, se mai, lo “stile”, il “gusto”, il “linguaggio” che dal razional-littorio travalica nel realismo organico. In filigrana, il Piacentini “minore”, romano, mediterraneo, littorio quanto basta e poi lo Zevi “americano” e barocchetto che ama Moretti come il migliore della sua generazione, ma lo crocifigge all’ideologia.
Marchi il futurista strapaesano e Frezzotti pre-post-moderno si stagliano poi insieme a Pappalardo ingegnere e bonificatore reduce da precoci frequentazioni afgane come figure tutelari di un giovane che cerca una sua identità in terra pontina. Un architetto che costruirà quelle città nuove, della prima e della seconda ora, avanti la catastrofe degli ultimi sessanta. Città italiane, riconoscibili per forma, scala, valori, spazi, “stile”.
Altro elemento interessante che scaturisce da queste pagine e che risulta geneticamente connesso alle considerazioni appenna accennate, è il problema del rapporto tra il progettista e la “sua” architettura, le “sue” architetture, argomento questo che investe il senso più profondo di un’arte del costruire profondamente e più volte metamorfizzata nel tempo e che, ancora in epoca contemporanea, come peraltro accade in tanti altri contesti espressivi e artistici, non cessa di manifestare tutto il suo carico di aporie. Come nel cinema, nel teatro, nella musica, nell’industria, nel design, etc. il rapporto tra l’autore e l’opera in questi ultimi decenni si è andato arroccando in formule burocratiche, mercantili, corportaive e professionali che ne hanno profondamente snaturato il senso confinandolo in assetti non sempre del tutto soddisfacenti e capaci di render conto della reale complessità di un processo estremamente articolato ove i ruoli autoriali spesso si sfumano, si contaminano, si sovrappongono, si integrano, si elidono anche, attraverso formule di difficile decrittazione. Il “caso” Trozzi, anche da questo punto di vista, risulta esemplare. La sua vicenda personale, particolarmente tragica negli anni dell’infanzia, lo costrinse in una speciale forma di subalternità “sociale” e quindi “professionale” rispetto alla quale se, da un lato, fu capace di surrogare attraverso il suo eccezionale talento grafico, fu d’altro canto costretto a subirne le conseguenze in termini di “titolo di studio” e quindi di emancipazione professionale. Siamo quindi di fronte ad un architetto di evidente talento e capacità, in qualche modo “dimezzato”, costretto come fu, praticamente per tutta la vita, ad avvalersi di “collaborazioni” e di supporti indispensabili a consentirgli un più disteso e dispiegato esercizio delle sue più che cospicue capacità professionali. Speciale limitazione, questa, che se, da un lato, negli anni giovanili, forse ebbe il merito di fungere anche da stimolo per un più evidente sviluppo della sua personalità creativa e delle sue capacità grafico-rappresentative, dall’altro, specialmente negli anni della maturità, non poteva non riverberarsi che in termini limitativi rispetto ad un più libero e disinvolto dispiegamento di tutto il suo potenziale progettuale.
Disegnare una prospettiva oppure gli elaborati di un esecutivo, “firmare” una tavola o una richiesta di concessione edilizia sono momenti diversi e concorrenti nella dinamica complessa di un progetto di architettura la cui qualità si nasconde spesso tra le maglie banali di una processualità labirintica ove la personalità dell’autore spesso si sperde. Il lettore di queste pagine avrà quindi la ventura di uno straordinario percorso tra le mille facce di questo itinerario intellettuale, prima ancora che professionale, dove è dato di rintracciare etimi e maniere, stilemi e caratteri di un mondo, quello degli architetti italiani del ventennio tra i Trenta e i Cinquanta, che oggi sono, ormai, del tutto dispersi, ma che hanno costituito per tutti i decenni centrali del secolo scorso in vero panorama di quello straordinario laboraratorio di sperimentazione linguistica che è stata la città italiana del Novecento.
E di questo “laboratorio”, di questa officina anonima e infinita, Pietro Trozzi è stato uno dei protagonisti, degli animatori, dei tecnici, più attivi ancorchè più sconosciuti; alla sua “arte” sono quindi dedicate le pagine che seguono.”
GM 07.06
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Per la qualità dell’architettura …cantieri romani del terzo millennio …
via Guido Reni …
virtuose economie …
piazza della Rovere …
omaggio a Sangallo …
piazza Vittorio…
interessante dialogo con la preesistenza …
ma al Comune … da qualche parte …
non c’era pure una bella “commissione” per la “qualità” …
e al Ministero un bel “Consiglio Superiore” …
con i suoi bravi “Comitati di settore”? …
caro Walter … caro Francesco …
guardatevi un po’ intorno …
ché mentre voi andate a caccia di “mostri” …
al Laurentino o in val d’Orcia …
qui … qualcuno, … magari, … ci marcia …
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Nero Walter … colpisce ancora …
giù anche il secondo ponte … al Laurentino 38 …
bene … bravo … bis …
evidentemente … repetita iuvant …
ma talvolta … perseverare è diabolico …
“Lo vedi all’urtimo come è il popolo?
Quando si abitua a dire che sei bravo,
pure che non fai gnente,
sei sempre bravo! …”
(Ettore Petrolini, “Nerone”, 1917, atto unico, scena ottava)
a proposito, inaugura il 21 Novembre 2006 presso la “Casa dei Teatri” di Roma, “PETROLINI, SALAMINI E ALTRI DIVINI” …
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1 commento
Sampietrini … addio …
Dopo il sampietrino … filetti di travertino …
Continua la campagna per la liberazione della capitale dall’ignobile pietraccia …
il nuovo avanza, inesorabile …
e … finalmente … anche Roma … avrà … il suo travertino … “Findus” …
annegato in un lago di asfalto …
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9 commenti
Archeologiche aporie … dal classico al contemporaneo … Piazza Armerina … da Minissi a Sgarbi … via Zevi …
Archeologia contemporanea … e restauro del “Moderno” …
salvare o distruggere i forni solari di Minissi? …

Chi avesse l’avventura di “cliccare” attorno alla vicenda recente della Villa del Casale di Piazza Armerina si troverebbe frastornato dall’infinità di interventi “pro” oppure “contro” la recente proposta di intervento patrocinata dall’irrefrenabile Sgarbi …
Una canizza d’inferno attorno ai poveri mosaici già peraltro sottoposti, e da decenni ormai, a cottura nei forni solari, modello Minissi …
Già benedetti e idolatrati da Bruno Zevi i famosi restauri del noto allestitore museale della prima repubblica (Minissi … non fu mai uno Scarpa …) costituiscono oggi argomento di un contendere generoso di contumelie … all’interno del quale sembrano valere tanto gli argomenti della conservazione dell’antico ( e vorrei pure vedere …) quanto quelli del contemporaneo (e quindi dovremmo ritenerci altrettanto soddisfatti … non eravamo stati, proprio noi, ad avanzare le prime perplessità sull’affaire Meier proprio in nome della salvaguardia del padiglione Morpurgo? …)
Ma qui le cose sembrano prendere una piega altrimenti corriva …
da un lato, fermare le esuberanze assai poco dialoganti del torrenziale onorevole … e, dall’altro, appoggiare, costi quel che costi, la precaria contemporaneità del “moderno” Minissi già santificato dalle precoci benedizioni zeviane d’antan …
Francamente, visto che, come al solito, non cè un soldo e se se c’è qualche euro tanto varrebbe usarlo per la manutenzione di quello che si è fin qui fortunosamente salvato, potrebbe sembrare ragionevole, nei limiti della sua peraltro precaria funzionalità, conservare quanto possibile dell’esistente, ma senza per questo fare dell’opera di Minissi (che credo ragionevolmente lui stesso potesse pensare, se non proprio provvisoria, certo non destinata a durare nei secoli …) quel “ monumento” che alcuni vorrebbero in nome di un modernismo cimicioso e provinciale …
Forse Sgarbi, anche questa volta esagera, ma sarebbe opportuno prima di fare lo stesso nei suoi confronti “conoscere” meglio il nuovo progetto … di cui tutti parlano … ma che, fin qui, solo in pochi hanno realmente “visto” e che sembra ancora avvolto da un’aura di mistero … “in rete” non si trova un accidenti …
A’ Vittò … facce véde … ‘sto proggetto …
ché le chiacchere … stanno a zero …
e magari i baracconi nuovi …
so’ peggio di quelli vecchi …
Meier docet …
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