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Architettura … niente di più …
Pubblicato in Architettura
4 commenti
Sutor non ultra crepidam … Chicco … No Grazie …
Ci scrive Sergio Brenna, “ordinario di urbanistica alla Facoltà di Architettura civile del Politecnico di Milano e “urbanista condotto” dei comitati contro i progetti Citylife e Portanuova”, come ama definirsi, …
ma, soprattutto, nostro assiduo “commentatore” … titolo che, sicuramente, gli sarà già valso un sacco di amici: …
“Sutor non ultra crepidam ! (A Milano: ofelée, fa el to mesté)
Bisognerà pur spiegare a quel gran manager di Chicco Testa che il problema non sono i grattacieli e l’altezza degli edifici in sé, su cui si può legittimamente discutere in termini di economicità costruttiva (assai dubbia, a sentire gli esperti di costruzioni), opportunità di immagine (per lo più ridotta a logo aziendale o ad effimera e stucchevole ricerca di vieto conformismo dello stupefacente) e persino di sociologia urbana (in genere scontano un impenetrabile isolamento tra spazio privato e spazio pubblico, come segnala lo stesso Testa), ma il fatto che con l’espediente della crescita in altezza le proprietà tendono a legittimare un incontrollato aumento della densità insediativa concessa (e dei guadagni immobiliari connessi), occultandola nello spazio libero circostante. Così accade a Milano nei progetti Citylife all’ex Fiera e Portanuova al Centro Direzionale che usano densità doppie e triple di quelle di S. Giulia, ex OM, ex Fina ecc. I grattacieli non sono una scelta progettuale, ma un obbligo indotto da quell’eccesso di previsione edificatoria (e, infatti, il 50% di area pubblica è insufficiente per quelle densità e, non bastando neppure l’intera area, si deve affettare lo spazio pubblico infilandolo tra gli edifici per distanziarli almeno un poco tra loro !). Chicco Testa ha ragione a dire che la densità non deve essere troppo bassa (e ciò che la provoca nelle periferie, con il conseguente sprawl, è il frazionamento fondiario e imprenditivo dell’inziativa privata e l’ostilità ai piani pubblici d’insieme), ma neppure troppo alta. Da uomo di mondo qual è, capirà bene che un’intera bottiglia di whisky non fa meno male se la bevo in bicchieri alti e stretti, anziché in bicchieri larghi e bassi !”
Scrive infatti Chicco Testa nel suo “Elogio delle città verticali” pubblicato su Il Riformista del 10.4.08: …
“Possiamo evitare un’altra polemica strapaesana sullo skyline della futura Milano dell’Expo, della Fiera e di altri progetti di trasformazione urbana della metropoli lombarda ? La prossima generazione di edifici delle nostre città, Milano in testa per storia e vocazione, non può essere che essere, anzi deve essere “verticale”. Quel che Celentano non capisce è che la via Gluck o le tante altre vie della vecchia campagna e periferia milanese non sono state distrutte dai grattacieli, ma dall’orribile marmellata di palazzine tirate su a poco prezzo e con poco stile. Con esteso consumo di territorio e scarsa densità abitativa.
Ci sono almeno tre buoni motivi per preferire una città in altezza rispetto alla crescita orizzontale, che è il tratto caratteristico degli ultimi 50 anni.
Del primo ho già detto. Mettere 100 piani in altezza significa sostituire 25 palazzi di 4 piani. Il risparmio di territorio è notevole e quel che avanza può utilmente essere destinato a servizi pubblici, verde compreso. Al contrario la storica scarsa qualità dei costruttori italiani, la corsa verso la prima casa e soprattutto una serie sterminata di condoni edilizi hanno fatto da propellente alla speculazione edilizia e all’appropriazione privata del territorio.
Secondo. Una città sparpagliata comporta costi assai più alti. Tutte le reti, acqua, fogne, elettricità, gas e soprattutto trasporti, devono inseguire il disordine urbano. Gli investimenti vanno alle stelle e la qualità del servizio rimane inevitabilmente bassa. Un conto è installare una linea metropolitana o di autobus in una città “densa”, un altro è dovere raccogliere gli utenti uno lontano dall’altro. Una decina di anni fa uno studio dell’Università di Chicago analizzò da questo punto di vista due città molto differenti come New York e Los Angeles. Il costo dei servizi e il consumo energetico di L.A. era circa il doppio rispetto a N.Y.
Terzo. I grandi edifici verticali esigono investimenti importanti, alta qualità della progettazione e della costruzione, contenuti tecnologici molto avanzati. Un moderno grattacielo sta ad una palazzina tradizionale come un supercomputer ad una macchina da scrivere. Solo in edifici di questo genere sono giustificati investimenti in materiali e tecnologie che “fanno la differenza” I difensori intelligenti dell’ambiente sanno per esempio che oggi proprio questo tipo di edifici si presta all’ottimizzazione delle tecnologie di risparmio energetico. Facciate intelligenti, pompe di calore, controllo automatico delle luci, controllo passivo delle temperature, utilizzo di tecnologie solari, servizi comuni… Solo in una macchina complessa come un moderno edificio ha la possibilità di disporre delle competenze necessarie. E di ammortizzare gli alti investimenti. Aggiungiamo altri benefit, come la sicurezza e la protezione dei suoi abitanti e la scelta verso l’alto vince 10 a zero.
A Roma, ancor più che a Milano, sono visibili i danni della marmellata urbanistica delle periferie e dell’abusivismo. Che non è finito e la città sta ora crescendo oltre il raccordo anulare. Preservata la città storica che cosa osta a promuovere un drastico risparmio di territorio concentrando verticalmente il futuro sviluppo edilizio ? Solo i nostri pregiudizi culturali. E questo proprio nel momento in cui alcune imprese italiane sembrano aver capito la lezione. Trasformandosi da costruttori in “sviluppatori”, chiamando i migliori architetti italiani e stranieri, innovando la forma delle città. Il resto, comprese le ridicole polemiche sull’impotenza dei grattacieli curvi, è solo noia dozzinale. Buona per il lettino dello psicanalista.”
Leggo con spontaneo, subitaneo, orrore il testo di Testa …
personaggio la cui biografia basterebbe da sola a spiegarne qualità e coerenza …
e quindi che altro ci si sarebbe potuto aspettare …
da No Nuke … al Si Nuke … tanto per intendersi … attraverso tutto il territorio e i coperti itinerari del potere politico-istituzional-finanziar-bancario …
in una parola: dove c’è ciccia … c’è Chicco … che …
con alcuni suoi amici, … magari di variegata osservanza Rotschild, …
non manca mai …
un vero e proprio super-manager dei nostri tempi …
al servizio della finanza e della politica … della politica della finanza …
lupo nell’ovile … volpe nel pollaio … sorcio nel formaggio, come dire? …
dovrebbe scrivere un manualetto per le nuove generazioni di precari …
basterebbero poche pagine … poche righe soltanto … per sapere “come si fa” …
per imparare il “segreto” del successo …
sarebbe sicuramente un altro … immancabile … successo …
e visto che, purtroppo, questa volta si occupa di cose che ci riguardano da vicino …
la cosa preoccupa assai …
la sua sicumera è proverbiale …
ha messo le mani praticamente, dappertutto …
e ha fatto sempre danni … tra l’altro, l’ideuzza del Pincio è sua …
ci manca pure che si occupi di urbanistica e di architettura …
non ne abbiamo certamente bisogno …
No grazie …
Pubblicato in Architettura
8 commenti
Il “prurito” … dell’originalità …
“Questo prurito dell’originalità ha fatto zampillare da ogni parte e ha moltiplicato all’infinito un tipo bizzarro d’uomo quantunque banale, e di cui numerosi esemplari pullularono a tutte le età di decadenze: è il tipo dell’artisa-martire …
degenerato, quasi sempre malato, alcoolico, corazzato d’ignoranza, incapace di tutto, destituito d’ogni talento, che recita grottescamente la parte del rinnovatore, del genio incompreso, calcolando su l’assenza di scrupoli che caratterizza la società contemporanea.
Questi uomini tristi trascinati nel turbine dell’incoscienza generale, vivendo continuamente fra sé stessi, in una specie di ghetto artistico, hanno la mansione di allestire instancabilmente un impasto d’arte per la borghesia insaziabile che non ammette di fare oggi colazione con la medesima pietanza di ieri. …
L’originalità in arte rappresenta la facilità dell’affare …
si diventa originali per piacere …
è una specie di galanteria …
Ciò che si deve ricercare in un’opera d’arte è lo stato d’intelligenza.
Non una apparenza di stravagante originalità” …
Alberto Savinio
da: “Valori Plastici” 1918-’21
in: La nascita di Venere, Milano, 2007.
Pubblicato in Architettura
3 commenti
Nel nome del fare, dell’affare, dell’arraffare e del malaffare … l’urbanistica capitolina alle soglie del terzo millennio …
Due bei libri su Roma:
Pietro Samperi, Mezzo secolo di urbanistica romana, Marsilio, 2008;
Paolo Berdini, La città in vendita, Donzelli, 2008;
due libri usciti, praticamente in contemporanea e forse non a caso a ridosso delle elezioni, che portano come sottotitolo “dalle illusioni degli anni ’60 alle disillusioni degli anni 2000”, il primo, “centri storici e mercato senza regole; quindici anni di scelte urbanistiche a Roma”, il secondo, …
due autori diversi per generazione e formazione, per cultura e per ideologia che in qualche modo si confrontano e dialogano a distanza partendo da posizioni sostanzialmente diametrali … eppur finiscono per convergere in una comune conclusione … denunciando, da sponde opposte, l’operato urbanistico degli ultimi trent’anni: … il “nuovo” Sacco di Roma …
due libri da non perdere, documentatissimi e drammatici, che testimoniano insieme della perdita di senso e di controllo dell’urbanistica romana e del sostanziale disprezzo delle regole del buon governo tanto invocate quanto eluse, anche e soprattutto, dalle ultime amministrazioni …
ne esce quindi il quadro desolante di una città senza regole … che non siano quelle dettate dalle nuove formule speculative in cui l’intreccio di interessi politici e finanziari scavalca e travolge qualsiasi significato, qualsiasi valore, qualsiasi etica e qualsiasi estetica … nel nome del fare, dell’affare, dell’arraffare e del malaffare …
basta leggere anche solo i titoli di alcuni capitoli del libro di Berdini per rendersene conto:
“… una grande vetrina … la gallina dalle uova d’oro … in vendita … il degrado … l’aria avvelenata …dalla cura del ferro alla cura dell’asfalto … la grande espulsione … l’ideologia dei parcheggi … senza regole … tra arbitrio e abusivismo … lo scandalo Ara Pacis … publico diviene privato … scuole in vendita … il pubblico che non governa … l’Italia cancella l’urbanistica … gli anni novanta e la cancellazione delle regole … si accendono tanti megastore, si spegne una città intera …” etc. …
e altrettanto vale dal punto di vista di Samperi, sicuramente uno degli interpreti, dei tecnici e degli osservatori più attenti alla vicenda urbanistica romana a partire dagli anni sessanta in poi che, fin dal risvolto di copertina, articola una puntigliosa disamina del controverso sviluppo capitolino a partire dal Piano Regolatore del 1962 fino ad oggi … dalla mancata corretta applicazione di quel lontano strumento le pagine del libro: “cercano di riassumere perché dopo il boicottaggio dell’opposizione nei primi anni, cui si deve attribuire la piaga dell’abusivismo edilizio, e l’incapacità dei sindaci di sinistra degli ultimi quasi vent’anni di sostituire quel piano, divenuto superato, si è proceduto praticamente senza, con interventi singoli ed episodici, avulsi da un disegno razionale e unitario, preda delle peggiori speculazioni e privo di ogni scientificità, fino ad approvare solo ora un PRG che non fa che registrare e legittimare a posteriori quanto avvenuto e avverrà, proseguendo con la stessa politica anche in futuro.
E’ un sacco di Roma subdolo e strisciante.”
Questo quindi lo spirito e il tono dell’interessantissimo volume, che è anche la straordinaria testimonianza di un protagonista, …
esegesi puntuale che si snoda dall’epoca dei Piacentini e dei Moretti (in particolare, di Luigi Moretti Samperi scrive: … “senza dubbio l’architetto – oltre che la personalità – più interessante e affascinante del secolo e con il quale ebbi il privilegio di collaborare” …) fino ai delitti e ai relitti contemporanei dell’urbanistica capitolina …
quei poveretti di oggi …
figli spesso di un sessantotto maldigerito e di cui si è voluta ereditare solo la pervicacia e l’arroganza per un’indebita e prolungata scorreria nelle stanze del potere …
dal ciclostile … al bancomat … il passo è breve …
e le stesse grottesche vicende politiche di queste ore ne paiono tragica ed evidente testimonianza …
Pubblicato in Architettura
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