“QUESTIONE FORI” … RIEMPIRE UN BUCO … CULTURALE …

Schermata 2014-03-21 a 17.01.49Marco Giunta su: A VOLTE RITORNANO …

Un progetto unitario per i Fori imperiali – Eddyburg.it soprintendenza archeologica di Roma …

“Per quel che riguarda la questione Fori
Entrambe le posizioni, sia quella che tende alla ricucitura del layer archeologico che quella orientata verso la storicizzazione dell’autarchico boulevard, mostrano la loro debolezza, a mio sommesso parere, proprio nel momento in cui sembrano, volutamente o meno, non tener conto delle vicende che hanno caratterizzato il “core” urbano per antonomasia.
Da un lato, a chi vorrebbe la”riscoperta” dei Fori, denunciando l’atto distruttivo perpetrato attraverso la Via dell’Impero, bisognerebbe ricordare che l’area è da sempre stata oggetto della azione o prurito archeologici; dalle buche episodiche dei “cercatori di tesori” che poi altri non erano che i grandi nomi dell’architettura e della scultura del quattro e del cinquecento italiano, fino alle “grattate” più o meno generalizzate ed estese, con “approfondimenti mirati” proprio nei periodi storici maggiormente necessitanti, a livello ideologico, dell’affioramento di un determinato substrato storico; a cominciare dagli isolamenti Valadieriani, al raggiungimento del livello repubblicano durante la reggenza francese, sino alla liberazione indiscriminata di qualsiasi ostacolo frapposto al proprio scopo o al programma predefinito; atteggiamento che ha avuto un seguito negli anni ’30 con la demolizione del tessuto edilizio rinascimentale e barocco della croce di strade di Via Bonella e Via della croce bianca.
Per non parlare dei “movimenti di terra”, e di interi edifici, che avevano, agli albori dello Stato unitario, modificato lo skyline del colle capitolino per adattarlo a fondale della via del corso (forse per ricordare da parte della dinastia sabauda la provenienza “da nord”?), che toccheranno il culmine nello sterro della Velia ad opera del “piccone demolitore”, ad eliminare l’ultimo ostacolo alla piena visibilità del Colosseo e di quella Propria.
Quindi l’estensione archeologica è solo frutto di “scelte” soggettive che hanno cancellato gli strati “ritenuti” meno significativi che da quel momento albergano nei sotterranei delle sovrintendenze e dei musei sotto forma di reperti o tra le pagine dei quaderni di scavo o di qualche nostalgica collezione fotografica di “Roma sparita”.
Quello che rimane è un moncone di dente privo della capsula che difficilmente, a meno del suo indiscutibile valore museale e documentario, sarà integrabile, anche semplicemente dal punto di vista altimetrico, con i bordi del tessuto edilizio non scavato, non demolito, con il resto dell’arcata dentale non ancora aggredita.
L’altro corno della questione, la rivisitazione laica del passato più scomodo, la pacificazione e la condanna della condanna storica, non tiene in debito conto che la Via dell’Impero, in realtà, costituisce un’occasione perduta.
Il grande cannocchiale ottico è in realtà una sorta di “vuoto urbano” che una parete finestrata provvisoria eretta da Munoz e delle quinte laterizie inframezzate da episodi che le articolano qua e la attraverso una scalea, una fontana, degli archi (ingresso alla Metro B), una balconata, o che addirittura ospitano una delle attrazioni turistiche tra le più fotografate (cfr instagram), ovvero le carte tematiche dell’espansione dell’Impero Romano (l’ultima pagina è stata prudentemente strappata), hanno visivamente metabolizzato.
In realtà lo sventramento era subordinato all’organizzazione della quinta di sinistra (per chi osserva dal balcone di Palazzo di Venezia), attraverso la costruzione del nucleo simbolico della Terza Roma, quel Palazzo del Littorio che avrebbe ospitato oltre agli uffici della macchina del Partito unico, tra le altre cose, lo studio personale del Duce, il Sacrario dei Martiri ed il nuovo allestimento dei materiali della Mostra della Rivoluzione Fascista.
In questo fazzoletto di città, tra il 1933 ed il 1934 si sono cimentate, o polemicamente astenute, la tradizione, l’accademismo e la “meglio gioventù” dell’architettura italiana tra le due guerre.
Rimandando la questione del concorso, dei suoi sviluppi, della sua migrazione all’Aventino e del definitivo approdo, terminato solo negli anni ’50, al Foro Mussolini divenuto poi Italico, penso che sarebbe proficuo pensare alla zona dei Fori come la convivenza di un palinsesto archeologico da mostrare, studiare, conservare ed anche sfruttare ai fini turistico economici (sostenibili) (lodo archeologico) – insieme alla possibilità di prevedere una progettualità che possa mettere in risalto un passaggio importante come quello del concorso del 1934 (e dintorni), sfruttando le possibilità che, ad esempio, l’era del digitale ci offre nell’allestire una macchina espositiva leggera, magari in una opzione che preveda la ripresa della proposta di “mimare” la presenza della originaria altimetria della Velia attraverso un volume edilizio.
Forse a quel punto avremo veramente fatto i conti con il passato (Lodo Via dei Fori) e rivalutato un patrimonio di idee che il resto d’Europa mette continuamente in evidenza e che opererebbe una sorta di distacco e di differenziazione dell’offerta culturale, riempiendo un buco per una volta, invece di scavare.”

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Una risposta a “QUESTIONE FORI” … RIEMPIRE UN BUCO … CULTURALE …

  1. marco giunta ha detto:

    Professore, grazie per la considerazione …. e mi sono dimenticato della storia del Danteum …

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