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Non è un caso se il portico di Rossi ha le campate più strette di quelle che potremmo aspettarci da un qualsiasi portico di cemento armato di un qualsiasi edificio residenziale (ovvero la consueta campata di 6 metri e 20). In una vera “architettura delle ombre”, ciò che fa la differenza sono quei sottili rapporti geometrici che fanno sì che la misura diventi un fattore qualitativo non meno che quantitativo. E’ grazie ad esso che gli elementi canonici della composizione classica (come il cubo, il portico e il ballatoio), trascendono la mera funzione per elevarsi nella più alta sfera dell’arte, e quindi dell’architettura. Se le campate di quel portico avessero un passo di 6,20 m (che poi è quello al quale mi sono dovuto attenere io nel mio (pluricitato) progetto di composizione 3, e non certo per una mia scelta personale), state pur certi che l’effetto sarebbe stato molto diverso. Talmente diverso che quel portico non sarebbe mai assurto ad icona (tanto nella storia dell’architettura quanto nella storia della fotografia). Lo so, so’ polemico, però…