Solo (a) Gibellina

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“Gentile Professore buongiorno,

quest’estate sono andato a fare una piacevolissima vacanza in Sicilia tra le città di Palermo e Agrigento, dieci giorni densi di architettura storica, da riqualificare, moderna ed infine contemporanea, il tutto condito da uno splendido  mare(q.b.). Sono partito alla scoperta della Sicilia con poche conoscenze a riguardo, e ho scoperto ville strepitose a Mondello, come quella di Samonà, edifici molto interessanti come quello di Carpinteri, l’edificio Niceta.

Cresciuto in questi anni con il mito di Gibellina, ho colto l’occasione e sono andato a visitarla, essendo questa l’unica certezza in partenza. Ho trovato una città densa di opere d’arte e di architetture ma vuota di persone, quasi abbandonata. Un luogo metafisico, privo di vita, congelato ma allo stesso tempo arso dal sole siciliano. Durante tutta la giornata trascorsa tra i rilassanti panorami del Belice mi sono posto queste domande: Come mai tutto ciò? come architetti e professori del calibro di Quaroni, Gregotti, Samonà, Purini siano finiti laggiù? come mai ricostruire una città a 18 km di distanza dalle macerie della vecchia gibellina? Perchè tra le tante città colpite dai terremoti si è scelto di rifondare proprio quella? Lei vede la possibilità di una vera rinascita, perchè a mio avviso non c’è ancora stata.

Colgo l’occasione per ringraziarla della sua disponibilità e conoscenza, mi auguro di incontrarla presto in facoltà.

Cordiali saluti”

 

Matteo Floridi

 

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7 risposte a Solo (a) Gibellina

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Perché Gibellina?
    Perché Gibellina è stata doppiamente sfortunata, in primis per essere stata distrutta dal terremoto, poi perché quel sisma è avvenuto nel 1968, ovvero nel pieno delle “sperimentazioni” (meglio definibili come pippe mentali) da parte dei “grandi nomi” dell’architettura e dell’urbanistica italiana.
    Così Gibellina è stata terra di conquiste, un luogo dove poteva mettersi in pratica la tabula rasa e testare, sulle ignare cavie già stordite dal sisma, quanto di più assurdo passasse per il cervello bacato di quegli sperimentatori miopi e ignoranti, così Gibellina nuova si presenta oggi come lo specchio del fallimento della presunzione e dell’ottusità dell’ideologia modernista.
    Se mai quegli individui si fossero “abbassati” ad imparare dalla storia, essi avrebbero potuto apprendere, dalla stessa Sicilia, il modo di affrontare la ricostruzione. Bastava studiare il caso delle ricostruzioni di Catania, dopo l’eruzione devastante del 1669, o meglio ancora quello della ricostruzione dell’intera regione sudorientale (Val di Noto) a seguito del mostruoso sisma del 1693.
    Il solo studio della sensazionale ricostruzione avvenuta dopo il 1693, avrebbe insegnato a quei “grandi architetti” spocchiosi del ’68 che, anche in pieno Barocco, la ricostruzione del Val di Noto tenne, gioco-forza, in seria considerazione le volontà dei residenti.
    Quei “grandi architetti” avrebbero infatti potuto apprendere che della Commissione per la Ricostruzione facevano parte persone ed esperti di diverse discipline: Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, venne nominato Vicario Generale per la ricostruzione del Val di Noto mentre, nel Piano per la Costruzione della Nuova Noto (che venne elaborato dopo lunghi dibattimenti con i sopravvissuti a causa della necessità di spostare, per ovviare alla possibilità di un nuovo “effetto domino” generato dalle condizioni altimetriche nell’antico luogo) intervennero diverse personalità: l’ingegnere olandese Carlos de Grunenbergh, il matematico netino Giovanni Battista Landolina Salonia, l’architetto gesuita Angelo Italia, l’architetto militare Giuseppe Formenti, mentre, per l’architettura degli edifici, intervennero una serie di architetti che si ritrovano impegnati nella ricostruzione di tutte le altre città interessate dal sisma, Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra, Antonio Mazza, ecc.
    La cosa interessante e poco studiata di Noto è che, accanto al piano ortogonale a terrazze che caratterizza la parte centrale della città, i margini urbani sono caratterizzati da un’urbanistica di matrice islamica … anche se stiamo parlando di una città del primo XVIII secolo! I sopravvissuti accettarono lo spostamento a patto di poter ricreare, nella nuova Noto, delle condizioni urbanistico-ambientali “organiche” simili a quelle vissute nella città di origine. In questo Noto dimostra una sorta di prototipo del processo partecipativo nella pianificazione delle città.
    Situazione simile si può studiare a Ragusa-Ibla, dove ci fu un gran dibattito, anche violento, tra i nobili e i nuovi ricchi proprietari terrieri delle aree dove poi sorse Ragusa, ma anche a Modica e in tutte le città ricostruite.
    Se, cinicamente, volessimo stilare una classifica di successo in questi progetti ricostruttivi del XVIII secolo, e se per fare questo dovessimo far forza sul “successo di pubblico” prendendo come campione il turista medio, ci accorgeremmo che, mentre la griglia (dettata dall’ideologia del momento, nonché ovviamente dagli interessi privati e dalla semplicità compositiva), di Ragusa nuova, Cattedrale a parte, riscuote poco interesse, il tessuto storico e le architetture di Ibla riscuotono un successo straordinario.
    A dimostrazione della debolezza delle scelte ideologiche in campo urbanistico, i progettisti di Gibellina Nuova avrebbero potuto analizzare il caso di Grammichele, dove il piano urbanistico voluto e imposto a forza da Carlo Maria Carafa Branciforte, con la collaborazione dell’architetto Michele di Ferla, si presenta come un luogo “geometricamente perfetto”, ma al contempo come un fallimento totale a livello di ospitalità, tanto da risultare una sorta di luogo metafisico del Settecento!
    Ironia della sorte, nonostante il nostro territorio nazionale pulluli di esempi virtuosi da cui imparare, anche la “ricostruzione” di L’Aquila sembra aver voluto “imparare” solo ed esclusivamente dal modello fallimentare di Gibellina proponendo, per ragioni legate agli squallidi interessi personali, la realizzazione di vergognose e spersonalizzanti new-towns che nessuno degli interessati (i cittadini) voleva.
    Ma la colpa non risiede solo negli schifosi interessi dei lottizzatori e dei loro “mecenati” politici che glielo consentono, ma anche e soprattutto nelle facoltà di architettura e urbanistica dove, piuttosto che insegnare la storia della ricostruzione del Val di Noto, si opera il lavaggio del cervello degli studenti creando il “mito” di Gibellina Nuova, ovvero il mito di un luogo (o meglio un non-luogo) metafisico, caratterizzato da edifici inutilizzabili come quelli di Consagra e Venezia, oppure da una chiesa (Quaroni) – fortunatamente crollata mentre non c’era nessuno – che mi ricorda il serbatoio di carburante della Kendall al porto di Barletta dove sono nato. Gibellina è una città dove sorgono 5 orrende piazze, assolate e inservibili (Purini-Thermes), un’abominevole “porta” a stella, realizzata da Consagra, che sembra uscita dal monumentalismo della porta delle scimitarre di Saddam Houssein a Bagdad. L’edificio più celebrato di Gibellina è squallida palazzina (la“casa del farmacista” di Purini), che potrebbe sorgere in qualunque periferia italiana; ma Gibellina è anche il luogo dove, dulcis in fundo, sorge una vergognosa colata di cemento (il Cretto di Burri) che, oltre a simboleggiare il potere della cementificazione mafiosa siciliana, ergo la mancanza di rispetto per il paesaggio, risulta esser costato una tombola all’epoca della realizzazione e, recentemente quando è stato assurdamente restaurato … mentre la gente del posto soffre la sete!
    Insomma, Gibellina Nuova è una vera “vergogna italiana” della quale i circuiti turistici possono fare a meno!
    La Sicilia è una delle regioni più belle e varie d’Italia e suggerisco a tutti gli italiani di visitarla … ma, per favore, evitate Gibellina, una schifezza senza possibilità d’appello!
    Ciao
    Ettore

  2. Andrea_B ha detto:

    …toni duri, stile Mazzolla, ma mi sento di sottoscrivere tutto.
    Anche a me è capitato di passare a Gibellina… dopo aver trascorso, per due anni consecutivi, le mie vacanze nella città di Noto, gustandone l’atmosfera dorata, l’impressionante “coerenza” architettonica, la vivibilità…incontrando abitanti innamorati come non mai dei propri luoghi costruiti…

  3. Giada ha detto:

    Approvò ogni singola parola di Ettore!!!
    aggiungo che l’errore sempre più grande continua a perpetuarsi nella facoltà di architettura dove vige la regola che l’urbanistica non sia architettura: non la spiegano, non la raccontano e non la insegnano; l’urbanistica insegnata a vallegiulia equvale nella maggior parte dei casi a conoscere gli indici di fabbricabilità e a colorare le casette in maniera appropriata alle leggende standard. In molti credono che esser architetti vuol dire solo saper disegnare un qualcosa di etereo poi se si regge in piedi ed è pure inserito in un contesto urbano accettabile meglio. Invece io sono convinta, prima da cittadina, poi da laureata in architettura, che l’urbanistica sia la base, la fondazione di ogni progetto e se fosse così le nostre città sarebbero più vivibili e non sarebbero un proliferare i edifici dormitorio privi di servizi e identità; avremmo piazze vissute perché comode, funzionali, ombreggiate e non solo geometricamente belle; avremmo strade che collegano la città in maniera funzionale con percorsi ciclabili e pedonali e preferenziali con nodi scambio tra vari trasporti. L’urbanistica sua vissuta tanto quanto le mura di una casa.

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  5. Augusto ha detto:

    che c’avrebbe de moderno il liguaggio de Purini?

  6. Andrea Di Martino ha detto:

    E’ sempre triste parlare di territori più o meno devastati dalla speculazione edilizia prima e dallo “sperimentalismo architettonico” poi. Forse è ancora più triste parlarne con riferimento ad una terra che, in un tempo ormai lontanissimo, è stata oggetto dell’unico sperimentalismo davvero serio, ossia quella magistrale alleanza tra scienza e arte destinata a trionfare nel Rinascimento. Tale era infatti l’obiettivo di quello “stupor mundi” passato alla Storia come uno dei principali mecenati delle arti, ma anche (e soprattutto) della cultura in senso lato. Questo per dire che il Rinascimento era già in nuce nel medioevo, e in particolare alla corte di Federico II (non a caso una delle più sfarzose d’Europa, ma anche (e soprattutto) una delle più illuminate). Se a ciò si aggiunge il fatto che il sommo Dante (ossia il padre della lingua italiana), esordì nell’ambito di quel “dolce stil novo” che è pur sempre il prodotto di una lirica precedente, maturata (manco a dillo) alla corte federiciana (e quindi ancora una volta in terra sicula), allora possiamo comprendere, una volta per tutte, il debito culturale della penisola italica nei confronti di quella terra. Non foss’altro che per onorare la memoria storica, sarebbe quindi auspicabile che un qualsivoglia (neo)Rinascimento urbano potesse partire proprio da lì, naturalmente con l’ulteriore auspicio che, da lì, possa poi sbarcare sulla penisola, possibilmente per diffondersi in essa in modo capillare. Al giorno d’oggi, tutti (ma proprio tutti), auspicano un nuovo Rinascimento le cui parole d’ordine sono: ecologia, sostenibilità, bioarchitettura, riciclo, fino ad arrivare a quella pallosissima (e purtuttavia necessaria) “raccolta differenziata” che voi tutti, come me, state facendo con pazienza certosina (la state facendo, vero?); (per inciso, colgo l’occasione per raccomandarvi di prestare la massima attenzione al cartone (se ho stimolato la vostra curiosità potete sempre cliccare sul link che vi segnalerò alla fine)). Insomma, una serie di parole, quelle elencate, che in teoria dovrebbero sortire lo stesso effetto di una ventata d’ossigeno in un ambiente inquinato, e che in pratica finiscono quasi sempre col dissolversi in un’atmosfera asfittica, se non addirittura p(r)esti(n)enziale. Ci penso perchè nulla ci dà il senso di questa mia rassegnazione più di quei “mirabolanti” sperimentalismi “didattici” che già si prospettano all’orizzonte, e che, a quanto pare, intendono muovere i primi passi proprio in terra di Sicilia (sic) http://presstletter.com/2013/07/selinunte-summer-school-2013_-architettura-2-0/
    P.S.) LPP = lasciatelo perdere proprio (per quei pochi che non lo avessero ancora capito)

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