A PROPOSITO DI SPAZIO SACRO …

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Nella metamorfosi dello spazio … sacro … | Archiwatch

Architetti romani del Novecento

nella metamorfosi dello spazio sacro.

L’architettura romana del XX° secolo si rappresenta attraverso un ricchissimo e straordinario repertorio di opere e di personalità; molte di queste sono assai note, altre meno, ma la grande generalità risulta, ai più, quasi sconosciuta. L’occasione offerta da questo volumetto risulta quindi di particolare interesse per quanti volessero conoscere la realtà dell’architettura della nostra città attraverso la particolare ottica degli edifici per il culto, edifici che nella loro stragrande generalità appartengono alla categoria diffusa di quell’edilizia “minore” cui abbiamo appena accennato e rispetto alla quale è assolutamente necessario ancora fornire i sia pur minimi elementi di identità e di opportuna conoscenza.  Non v’è quindi chi non veda quanto e come l’edilizia religiosa costituisca una delle categorie più necessarie rispetto alla quale fare quella chiarezza necessaria per veicolare presso un pubblico sempre più ampio e partecipe quella conoscenza di base del fenomeno solo attraverso la quale si potrà sviluppare un più adeguato e utile senso di appartenenza e di radicamento dei cittadini alla vicenda specifica del loro territorio. Conoscere quindi per meglio comprendere il senso di una presenza storica e simbolica che coinvolge tutti e ciascuno nell’uso quotidiano di una metropoli che pare spesso smarrire il senso più proprio di un’esperienza collettiva cui la presenza degli edifici religiosi conferisce, da sempre, continuità e coerenza, qualità e riconoscibilità, valore e significato. Roma nel Novecento appena concluso si è sviluppata in forme spesso atroci sfuggendo troppo sovente alle logiche di uno sviluppo regolato da parametri di urbanità che altrove magari sono la norma, ma qui, di regola, rappresentano invece solo l’eccezione. Non siamo tra quelli che, per consuetudine, sono portati a demonizzare il fenomeno, chè la storia è fatta anche di questo e sarà dunque necessario ampliare le categorie del giudizio per non restare schiavi di pregiudizi e di preconcetti che hanno troppo spesso fatto velo, fin qui, ad un più disteso atteggiamento valutativo. Le cose sono andate come ognun sa e compito dello storico sarà appunto anche il tentativo di ricostruire le vicende del passato, più e meno prossimo, sulla scorta dei reperti e dei documenti capaci di fornire indicazioni utili per la ricostruzione di un quadro attendibile e condiviso al di là degli schieramenti metodologici, critici, culturali ed ideologici che dir si voglia. L’ampia fenomenologia che si svolge quindi sotto gli occhi di chi sfoglierà il presente volume, nella sua programmatica inclusività, ha l’ambizione di rappresentare quindi, pur nella sua eterocliticità, il corpus variegato, complesso e magari contradittorio costituito da una delle tipologie più caratteristiche e specifiche della città, non solo contemporanea e, nel caso specifico della città di Roma, la conclusione (fin qui) di un percorso lunghissimo nel tempo e che affonda le sue radici nella sua anima più profonda e consolidata. Prima quindi di parlare di questa vicenda ultima sarà opportuno, almeno di sfuggita, accennare a quanto accaduto almeno dai tempi di Roma Capitale, momento di flesso e di crisi di una vicenda politica ed economica che ha profondamente segnato la vicenda urbana della città già profondamente impegnata, soprattutto sotto il pontificato di Pio IX°, in una radicale revisione del suo patrimonio storico cui dettero segnatamente conto i contributi del Busiri-Vici, dell’Azzurri, del Camporese, ma, soprattutto, del Vespignani. Si trattava spesso allora di una profonda riflessione sulle origini che portò, in più di un caso, alla riscoperta delle antichità cristiane dando profondo impulso sia alle discipline più direttamente connesse con l’archeologia che, di poi, a quelle del restauro e della ricerca di un nuovo stile della modernità in profondo accordo simbolico e stilistico con quanto le riscoperte più antiche andavano suggerendo. Fin dai primi decenni della Roma italiana si assisterà poi alla faticosa riappropriazione simbolica, soprattutto nelle zone di nuova espansione, di una presenza degli edifici di culto cui andava anche il valore di una ripresa di possesso, sul piano religioso, della coscienza collettiva della città. Basti pensare alle vicende specifiche della grande costruzione della chiesa di San Gioacchino nel quartiere Prati, per rendersene conto, oppure alla chiesa del Testaccio. Sono gli anni in cui si afferma un rinnovato interesse per le forme linguistiche più antiche che sulla scorta dell’esperienza francese di Viollet assumono, nella specificità del caso romano, le caratteristiche di un vero e proprio revival di marca altomedievale in cui si spazia dalla rilettura del bizantino a quella del romanico, soprattutto, come ci testimoniano le principali opere dell’Astorri, del Leonori e del Passarelli, in special misura. Le opere di Tullio Passarelli, da Santa Teresa al Corso d’Italia al San Camillo, in particolare, ci fanno intravvedere già i sintomi di una riflessione profonda sugli etimi compositivi che evolvendo dall’eclettismo neomedievale approderanno poi attraverso la lezione del Boito alle più mature elaborazioni del Magni, e del Cirilli per poi approdare attraverso la lezione accademica di quest’ultimo fin’anche alle più recenti sofisticate suggestioni di un Carlo Scarpa.   Saranno questi gli anni che porteranno gli architetti romani a ritornare sulle stagioni di un passato che è motivo di riflessione, di suggestione e di ispirazione insieme e che specialmente sulla spinta dei Magni, di Basilio prima, di Giulio poi, diverranno alimento della fortunata stagione del recupero barocco e della sua più specifica declinazione locale, quel “barocchetto”, cui daranno alimento alcuni tra i migliori autori degli anni venti donde ulteriomente procederanno i più giovani talenti animatori di una successiva fortunata stagione fortemente ibridata con elementi di un modernismo allogeno cui la cultura romana contribuità con innesti di sicura suggestione. Dalla lezione del Calderini, del Milani del Giovannoni e del già ricordato Giulio Magni discenderà quindi quella generazione attiva soprattutto tra i Trenta e i Quaranta sulla quale merita quindi ulteriormente soffermarci per cogliere, nella pienezza dei risultati raggiunti e nella complessità dell’assunto teorico, il senso di un dialogo e di un confronto tra tradizione e modernità, tra continuità storica e fratture avanguardistiche che saranno il segno e la condizione di una complessità non esente da aporie il cui portato, mutatis mutandis, avrà la capacità di riverberarsi fino ai giorni più recenti. Singolare il tale contesto una figura come quella del Brasini che, in certa misura, affine a certi valori del primo Giovannoni, ma con più spiccati accenti scenografici e nonumentali evolverà da un bramantismo sodo e massivo verso un modernismo di marca internazionale ove non v’è chi non possa apprezzarne certe pur fuggevoli tangenze americane e, per converso, ma non senza palesi conferme storiche, altrettanto evidenti connessioni con quel monumentalismo che sarà poi moscovita sviluppatosi, non a caso, proprio attraverso il magistero di quello Jofan che proprio del Brasini era stato sodale nella sua formativa e determinante stagione romana. Sono di questi anni opere importanti nello scenario capitolino come la giovannoniana chiesa alla Città-giardino di Montesacro, quella di Ostia-lido, quella di Ponte Milvio e la prima versione della piacentiana chiesa del Cristo Re prospiciente viale Mazzini che, per certi versi, anticipano l’incompiuta mole brasiniana di piazza Euclide e che, in certo modo, conclude nel suo monumentalismo, ormai decisamente distante dalle più diffuse sensibilità coeve, la vicenda complessa del moderno neobarocco capitolino a cui peraltro lo stesso Robert Venturi di “Complexity and contraddictions …” dovrà fare, non a caso, sintomatico riferimento a conclusione della suo accademico soggiorno romano. Forse l’opera più sintomatica di questo momento di vivace confronto dialettico che si va svolgendo a cavallo degli ultimi anni Venti e i primi Trenta resta la già citata chiesa di Marcello Piacentini nel quartiere delle Vittorie che nella sua versione ultima ben rappresenta la conversione di questo grande interprete della vicenda novecentista romana alle ragioni di un temperato sia pur definitivo modernismo ove alle palesi tangenze con l’opera milanese di Muzio e con certo espressionismo di marca germanica (evidenti sono i riferimenti a Bonatz, a Farenkamp, a Böhm e a Schwartz), resta l’assunto di una riflessione sulle evocate radici italiche ove il trattamento del paramento laterizio esterno e la sua sofisticata apparecchiatura muraria paiono voler rinviare metaforicamente al “non finito” della tradizione medievale delle grandi cattedrali italiane e implicitamente vuole suonare a monito dei “falsi” storici cui ci aveva abituato tanto manierato eclettismo del quale erano e in così larga misura, rimaste succubi le generazioni precedenti. In quelle scabre e affascinanti soluzioni piacentiniane si rilegge tutta la forza e la verità di un atteggiamento colto e sicuramente “moderno” che consente al Nostro di verificare la capacità della nuova architettura italiana di farsi interprete attuale delle nuove esigenze del linguaggio e della forma, ben al di là delle ingenuità e delle intemperanze dei giovani epigoni di un modernismo squadristico, tipico dei gruppi di tendenza più spregiudicati e politicizzati, in primis, quello vincente del MIAR. Sono di questi primi anni Trenta alcuni interessanti esempi di sperimentazione tipologica e linguistica ove si legge con chiarezza il tentativo delle generazioni più giovani, all’indomani del famoso concorso per le nuove chiese di Messina, di portare avanti una riflessione sui temi della modernità capace di dialogare in forme sensibili e attente con la tradizione e l’avanguardia insieme; tra queste vanno ricordati almeno gli episodi della chiesa di San Felice da Cantalice a Centocelle degli architetti Paniconi e Pediconi, quella di Sant’Ippolito nei pressi del piazzale delle Provincie di Clemente Busiri Vici, quella di San Nicola da Bari a Ostia Lido di Giuseppe Boni e quella di Santa Lucia al quartiere delle Vittorie di Tullio Rossi. Di quest’ultimo, sicuramente i più prolifico progettista di nuove chiese  nell’area romana, va quindi ricordato il contributo senz’altro eccezionale, non foss’altro per il numero degli edifici realizzati (parecchie decine distribuiti, per lo più, nelle zone periferiche) che costituisce, nello specifico scenario che qui si va delineando, un vero e proprio unicum, capace di cogliere con pienezza, pur nella rarefazione degli accenti formali e nella palese, cogente esiguità delle risorse materiali, il senso più proprio di un’architettura, delle sue funzioni, delle sue qualità materiali e dei suoi valori simbolici, ben al di fuori di ogni accademica monumentalità. Gli anni tra le due guerre ben si concludono poi con il cospicuo episodio della grande chiesa dei Santi Pietro e Paolo nel quartiere dell’E’42 ove le ragioni dell’architettura paiono ben dialogare con quelle della politica costituendosi l’edificio quale antipolo simbolico al Palazzo della Civiltà Italiana nel suo imporsi a scala territoriale nella definizione del rinnovato profilo metropolitano della città. Nella sua algida stereometria, ove numero e geometria paiono palesare e celare insieme le segrete armonie di un percorso iniziatico del progettista, sicuramente chiave di volta di un traghettamento dai fasti littorii alle disseminate realtà ricostruttive del secondo dopoguerra attraverso la sua magistrale gestione del piano INA-Casa, la nuova chiesa ben rappresenta, insieme all’intervento piacentiniano di via della Conciliazione, del recente, rinnovato e ritrovato rapporto tra lo Stato Italiano e la Chiesa di Roma. Gli anni che vanno dalla fallita esperienza della grande Esposizione Universale alle Olimpiadi sono segnati, specialmente a valle dell’Anno Santo del ’50 da una notevole vivacità progettuale ove gli architetti romani sembrano ritrovare nell’ideazione delle nuove chiese un’occasione assai importante di sperimentazione e di verifica delle loro potenzialità espressive. Come ognuno ben sa, sono, questi, anni di intensa e spesso spregiudicata attività edilizia ove alla grande espansione demografica fece riscontro, almeno a partire dall’aprile del ’48, anche una rinnovata forma di solidarietà tra la politica nazionale (e quindi capitolina) e quella vaticana. Si tratta di un’occasione che, in termini di qualità, non troverà uguali in altre stagioni del medesimo secolo, ove la collaborazione tra architetti e ingegneri, la sintesi tra un’idea formale e un’idea strutturale dello spazio  architettonico consentirà le più ampie sperimentazioni e il raggiungimento di esiti espressivi di sicuro interesse. Lo spazio della chiesa contemporanea diventerà il luogo ove, meglio che altrove, si verranno a sperimentare le potenzialità del linguaggio architettonico contemporaneo; le nuove chiese romane diventano così il luogo ove, meglio che altrove, si può percepire la tensione etica e poetica di questo scorcio di Novecento.   Troviamo qui al lavoro progettisti di qualità come Fagnoni, Avetta, Paniconi, Pediconi, Nicolosi, Muratori, che ci lasciano tracce importanti di un loro modo di intendere la qualità dello spazio, soprattutto interno, ma non solo, che difficilmente trova l’eguale in altre coeve realizzazioni. Le chiese di Gesù Divin Lavoratore al Portuense, quella del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante a Vitinia, quella di San Gregorio VII° all’Aurelio, quella di San Policarpo all’Appio Claudio, quella dell’Assunzione di Maria Santissima al Tuscolano (rimasta purtroppo incompiuta), rispettivamente progettate dagli autori sopra menzionati, rappresentano quindi, insieme alle tante altre che qui, per brevità, omettiamo, il segnale più convincente di una riflessione sui linguaggi della modernità che già anticipano, e di quanto in verità, il senso di tanti ulteriori avanzamenti critici che troveranno una loro consacrazione, anche internazionale, in tempi di più conclamato post-modernismo. In particolare, tra quelle qui segnalate, ci piace ricordare ulteriormente le chiese di San Gregorio e quella di San Policarpo che nella loro spazialità interna come pure nella soluzione di taluni particolari tecnico-strutturali e nel rigore dell’impianto logico rappresentano attraverso la lezione di Perret, di Nervi e di Morandi (che non a caso firmerà la struttura cementizia della chiesa di Paniconi e Pediconi) quanto di meglio abbia, sino ad allora, prodotto la scuola di Roma. Discorso a parte merita il contributo di Saverio Muratori che nella sua incompiuta opera del Tuscolano (che si colloca in uno dei momenti di sua massima creatività espressiva a cavallo tra le fondamentali opere pisane e bolognesi e i progetti romani di maggiore impegno, dal Palazzo dell’EUR al progettato quartiere INA-casa della Magliana e che già anticipa le fondamentali intuizioni veneziane) apre con determinazione un discorso cruciale per l’intera cultura architettonica italiana con un’opera nei confronti della quale sarà poi debitore il Vagnetti del fondamentale complesso per l’Azione Cattolica all’Aurelio e di poi, molto più oltre, lo stesso Paolo Portoghesi degli anni a venire. Sarà, quello delle Olimpiadi romane del 1960, un discrimine capace di segnare in profondità gli eventi urbanistici, architettonici, politici e culturali della città; gli anni Sessanta seguiranno con i Settanta e gli Ottanta attraverso un progressivo allontanamento dei progettisti dalle ragioni più profonde dell’Architettura, della sua qualità intriseca e più profonda per privilegiare quelle “nuove dimensioni” e quelle fughe interdisciplinari che resteranno cifra scolorita di una produzione tanto sciatta quanto realmente priva di profonde capacità espressive. Saranno gli anni di un consenso corrivo e di un cinismo metodologico che approderà a Tangentopoli. Sono questi gli anni della più bassa qualità diffusa dell’edilizia romana di tutto il secolo XX° e ciò non poteva non rispecchiarsi anche nella qualità perduta di un’edilizia religiosa che comunque si basa sulle forze progettuali che la città, di volta in volta, è in grado di esprimere e di suggerire. Il caso sfortunato del progetto di Luigi Moretti per la grande Chiesa del Concilio intitolata alla Sancta Mater Ecclesiae risulta in questo contesto emblematico di un più ampio e diffuso distacco dalle ragioni e dalle qualità di un’architettura che non sia mera registrazione di dati quantitativi e funzionali. Progetto, a suo modo, visionario, vero e proprio testamento spirituale del più grande architetto romano del Novecento, ben rappresenta nella drammatica tensione della sua materica ed esplosa spazialità la sconfitta definitiva di un’arte del costruire lo spazio sulla quale il grande progettista aveva speso l’intera esistenza nel tentativo (nel suo caso, peraltro, più volte riuscito) di raccordare le ragioni del Moderno con le radici più profonde dell’anima barocca romana, così come gli avevano insegnato i suoi maestri, da Giovannoni a Piacentini, ma soprattutto secondo la lezione di Vincenzo Fasolo. Un diffuso, attardato, legnoso e un po’ bolso brutalismo strutturale pare invece divenire la cifra generalizzata della nuova architettura dove personalità, piuttosto incerte sul piano culturale, portano avanti un discorso che ha il suo corrispettivo nel diffuso atteggiamento mimetico di un’architettura religiosa che pare nascondersi nelle nuove località dell’urbano senza avere la capacità non tanto di aggredirne la realtà, ma neppure di aggregare il senso dello spazio, dei luoghi e dei contesti. Anche progettisti sperimentati e che, in altri momenti, avevano fornito prove assai convincenti sembrano abdicare sopraffatti da un clima di mediocrità in sintonia coi tempi. Qualche tentativo comunque va pur segnalato come quello dello Studio Nervi per la chiesa di san Gaspare Del Bufalo al Tuscolano, di Eugenio Abruzzini per quella di San Frumenzio ai Prati Fiscali, di Paniconi e Pediconi per quella della Sacra Famiglia al Portuense, di Saverio Busiri Vici per quella di Santa Maria della Visutazione a Casal Bruciato, di Pierluigi Spadolini per quella di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca. Tutti tentativi, peraltro non sempre pienamente riusciti di far prevalere il partito strutturale attraverso un linguaggio post-lecorbusieriano di incerta capacità cominicativa.Tra le personalità di maggior interesse, in questi anni, per la verità, piuttosto incerti e grigi, si va manifestando quella di Francesco Berarducci che con la sua chiesa di San Valentino al Villaggio Olimpico pare manifestare una convincente via di mediazione tra una certo understatement di ascendenza anglosassone di marca proto-stirlinghiana e una discreta aderenza a certe matrici locali che dal primo Passarelli attraverso Magni e Cirilli erano poi approdate ai Paniconi, ai Pediconi e ancora ai Passarelli delle nuove generazioni, definendosi quale cifra specifica e caratteristica delle migliori architetture romane degli anni Sessanta.Con gli anni novanta, in corrispondenza con una serie di più generali trasformazioni della società e della cultura, ulteriori sensibilità sembrano dover ravvivare la scena della produzione architettonica anche nel settore specifico sul quale stiamo, sia pur sinteticamente, argomentando. Il Progetto di nuovi spazi liturgici pare così coinvolgere, anche attraverso nuove formule di attribuzione degli incarichi professionali, un numero sempre più ampio di interlocutori; la necessità della provvista di ben cinquanta nuovi edifici per il culto nelle zone di più accentuata espansione della città pare così a molti come l’occasione, finalmente, per ristabilire un ritrovato rapporto tra la comunità degli architetti e la compagine sociale e consente di leggere tra le righe, tra le maglie delle procedure adottate e nella verifica dei risultati conseguiti la specificità di un cambiamento che, comunque lo si voglia considerare, appare sotto gli occhi di tutti attraverso la sua variegata fenomenologia, come cospicuo e significativo segnale di una mutazione che prelude all’ultimo grande Concilio. Si assiste così allo sforzo generoso che in tanti profondono sul ritrovato tema della Chiesa parrocchiale, un’occasione di dialogo e di confronto tra generazioni e tendenze, tra aspirazioni e necessità, tra modelli, tipologie, poetiche, maniere e scuole di pensiero che segnalano, anche e comunque, di una rinnovata attenzione al fenomeno religioso nel suo più generale complesso. Linguaggi di differente ascendenza ed estrazione che vanno dal post-moderno all’hi-tech, dal contestualismo al neo-razionalismo, dal minimalismo al megastrutturalismo, si inseguono e si contaminano in uno sperimentalismo diffuso e spesso un po’ sconcertante, quasi mai del tutto convincente, ove si confrontano sperimentati professionisti e giovanissimi alla prima prova. Il panorama che ne deriva, pur nelle ovvie differenze, non sembra però allontanarsi troppo dalle esperienze dei decenni appena trascorsi e la qualità, in generale, non sembra sopravanzare di molto quelle già ricordate esperienze. Chiude il percorso l’episodio, a suo modo esemplare e sintomatico anche di questo ulteriore disagio della committenza, rappresentato dalla chiesa realizzata da Richard Meier nella periferia di Tor Tre Teste in occasione del recente Giubileo.

G.M. 15.2.06

(in: Stefano Mavilio, Guida all’architettura sacra, Roma 1945-2005, Electa, Milano, 2006)

 

 

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1 Response to A PROPOSITO DI SPAZIO SACRO …

  1. sergio 43 ha detto:

    Oramai tantissimi anni fa, Prof., lavorai, da laureando, in un importantissimo studio come lucidatore e lucidai il progetto di una chiesa che mi piacque molto lucidare, tanto erano interessanti le soluzioni. La chiesa era in concorso per uno dei nuovi quartieri 167. Non vinse. Vinse invece una banale chiesa che solo il fratello architetto del parroco riuscì a risollevare con delle soluzioni di arredo. La chiesa era anche povera, cosa assolutamente non disdicevole per una casa del Signore. Ma la povertà non era dovuta ad una scelta teologica ma al fatto, come confessò il Vescovo venuto per la consacrazione, ad una scarsezza economica. Mi consolai sulla mancata esecuzione del progetto sul quale avevo sudato, da lucidatore. Si consolò anche il progettista perchè recuperò ed usò le soluzioni per la chiesa per l’allestimento dello showroom di una importante Società in un luogo prestigioso della città. Ci rimasi un pò male.

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