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Ma vi ricordate quanti film di denuncia sulla ricostruzione edilizia nei democratici anni del dopoguerra? Film che, ora tragici ora comici, mettevano a fuoco i crimini e gli inganni di un nuovo, prepotente e pervasivo “generone”, da “L’0norevole Angelina” a “Le mani sulla città” a “Mamma Roma” e a tanti altri film di cui mi rimangono in mente solo alcuni, più intensi fotogrammi, come quello di un rampante Gassman che dà un sonoro ceffone all’anziano suocero costruttore Aldo Fabrizi, ancora ostile alla dilagante corruzione generata dai facili e impuniti arricchimenti o come il finale de “I soliti ignoti” in cui, sempre lui, Gassman si arrende e abbandona gli amici generosi con cui aveva diviso e progettato idee, fantasie, speranze per rinchiudersi rassegnato, anonimo tra gli anonimi, con il cancello che si chiude rumorosamente alle sue spalle, in uno dei tanti cantieri che scavavano buche più numerose di quelle lasciate dall’ultima guerra e creavano pasoliniani “montarozzi” di arida pozzolana nei campi ancora verdi tutt’intorno alla città.
Forse bisognerebbe programmare per l’ultime generazioni un rassegna di quei film alla Casa dell’Architettura. Scoprirebbero di quale razza ancora viva e vegeta che si riproduce per partenogenesi, decennio dopo decennio, nel fertile humus della altrettanto immarcescibile razza dirigente, fornita di un capace apparato digerente, noi siamo stati, chi più chi meno, complici figli e loro incolpevoli pronipoti.