“Caro professore,
ti mando per il blog un vecchio progetto dei Bollati,
Figus, Flamini e Marinucci (un bel quintetto di muratoriani) per il
concorso delle chiese di Roma del 1966 che ho ripassato recentemente
per ragioni didattiche.
Di questo progetto mi sembra notevole la
chiarezza organica del risultato (organicità fasoliana, non certo in
senso zeviano!), cioè la stretta correlazione collaborazione
interconnessione di tutte le parti, al punto che sarebbe difficile
toglierne qualcuna. Un grumo di architettura compatto, una colata di
calcestruzzo teorico di scuola romana dura e pura e che si ottiene
semplicemente (!) gerarchizzando percorsi e spazi interni come fosse
una città, distinguendo tra quelli in tono minore di aule e servizi
parrocchiali (edilizia) e quelli di impegno maggiore (architettura)
della chiesa e dell’antipolare “salone conferenze” all’ingresso. Forse
è in questo che il progetto ha ancora qualcosa da dire. Non certo per l’
indigeribile linguaggio primo rinascimento (?) o tardo piacentiniano
(??), comprensibile solo all’interno di vecchie polemiche accademiche
che hanno fatto da viatico al postmodern nei quindici anni successivi.
Negli anni di Ronchamp e della Chiesa dell’Autostrada, quando tutti
(TUTTI!!) realizzavano architetture in cui l’arte
cubistespressionistamaivista decideva dell’architettura, contro tutti,
compiendo un vero e proprio harakiri culturale, un gruppo di giovani a
Valle Giulia progettava edifici in cui sembra che a farla da padrone
siano solo leggi specifiche dell’architettura e che tentavano di
dimostrare in relazioni ai progetti (tutt’uno con i progetti stessi)
spesso più interessanti dei progetti stessi. C’era una scuola dietro.
Insomma: solo percorsi, muri, coperture… e tutto il resto vada a quel
paese. Esagerati?”
Giancarlo Galassi :G





E bravo Giancarlo.